Nuvole bandiere.

Perché mai ogni sogno d’eguaglianza

si spegne nel riso sgangherato dell’idiota?

In ogni tempo triste è questa storia

e pedissequamente, pervicacemente nota.

E le fragole, frutto di innocenza,

fanno succo di sangue d’orrenda temenza.

Garofani rossi selvaggi garriscono al vento,

d’anime pure, petali, dispersi a cento a cento.

Di notte li senti vibrare d’antico suono d’orgoglio.

Ascolta attento.

E’ il lamento di un sogno sfinito,

mentre cremisi sventola il tramonto

tra le nuvole bandiere di un corteo infecondo.

Petito. Una parodia…crudele

Per “Archivi di memoria” un’altra recensione a firma di Aggeo Savioli, critico dell’allora edizione nazionale del “L’Unità” . Lo spettacolo, dal titolo ” Petito…una parodia crudele”, precede di un paio d’anni lo sceneggiato televisivo scritto da me per RAI2. In occasione della prima al Teatro in Trastevere, come è segnalato al termine dell’articolo venne presentata l’opera “Tutto Petito” , curatela mia dell’opera drammaturgica del grande comico napoletano…

Steli di lampioni.

C’è un segno nella stella d’oriente

un vago richiamo sembra dire

che non si vaga nel cosmo per niente.

Perché questa solitudine immanente

si fa velo a questo viaggio sorprendente?

Questa salda attrazione gravitazionale

ci tiene eretti sul cuore della Terra,

navigatori in meraviglioso equilibrio,

eppure spenti,

noi dimentichi, in triste ludibrio.

Guardassimo in alto

ci cureremmo della gran machina celeste,

del suo cuore pulsante,

del suo rigoglio d’ossigeno agreste.

Un tempo, su questo suolo,

elevammo costellazioni in geometrie,

dando nomi e corpi

nelle notti stellate ai disegni di lontane luci,

di contro, ora, nel notturno urbano,

rifrangono steli di lampioni tra gli sguardi truci.

Nei dialoghi all’imbrunire.

-Portami nel tuo teatro se puoi.

-Ancora tu e sempre all’imbrunire.

-E’ il mio interstizio di consistenza, dovresti saperlo.

-Già. Ma sei mutato, anzi oscilli di forma e ti scorgo male. Mi fai venire le vertigini, non riesco a fermare la tua immagine.

-Sono un corpo che per te attraversa il tempo ed il mio mutare è nell’apparire, nel frattempo.

-C’è dell’ambiguità in quel che dici…un corpo nel frattempo…

-E’ per questo che devi portarmi nel tuo teatro, fermarmi in quel frattempo.

-Corri dei rischi, lo sai?

-E che mai può succedermi più di questo continuo svanire e apparire?-

-Potrei moltiplicarti in mille sfaccettature di corpo e cose, farti rumore o vento o una luce selvaggia, o solo una voce, potrei dare di te anche un’immagine cupa e atroce.

-Lo hai già fatto senza che io te lo chiedessi, tante volte.

E perché allora ti ripresenti, ora, e me lo chiedi espressamente?

-Perché, credo, sia giunto il tempo che tu ti renda consapevole della mia presenza o, anche, se vuoi, della mia assenza.-

-Insomma ti vuoi intrufolare apertamente tra le mie carte, le mie visioni. Non ti sembra d’essere un po’ troppo invadente?

-Mi fai ridere quando difendi il tuo recinto. Vai rubando anime in giro e ti rifiuti d’accettare quella che più ti è prossima e che forse, da sempre t’accompagna…

-Vuoi farmi credere d’essere il mio Genio. Ora sei tu che mi fai ridere. E’ storia vecchia ed anche un po’ abusata.

-Che ego smisurato ti ritrovi! Parli di me come se fossi al tuo servizio, una parte di te in spirito folletto. Io sono quota di mondo, vecchio mio e se a te mi accosto, benevolo, è perché, tu voglia o non voglia a questo sei predisposto.

-Insomma sarei un medium, uno strumento.

-Se ti piace metterla così…Se poi non vuoi, chiudi tutte le finestre e prosciugati nel tuo deserto di solitudine.

-Ne sono tentato, sai? Bene. ormai sei qui e forse non per molto visto che l’ultima luce sta svanendo. Dovrò afferrarti con disperata energia prima che ancora una volta tu sfugga via…Chi o cosa vuoi essere, dimmi? Uomo, donna, bambino, animale da soma, un pellegrino all’ultima messa o uno smarrito viandante che canta all’aria tersa?

-Tu come mi vedi, ora?

-Non sei che un’ombra tra le ombre della sera, troppo sfuggente perché io possa fermarti in un corpo teatrale apparente…

-Quante ubbie ti fanno precaria la mente, fratello d’anima. Ecco, il tempo fugge e hai fatto venir su un vento di tempesta…vado via, come voce in bufera e, stasera, questo ti resta. Un ecco, un sogno, anzi del sogno un ombra…

-Le tue visite lampo stanno cominciando a darmi noia…dove sei? Cos’è questo ululare, sa di sberleffo! Passi , mi scuoti, poi mi lasci solo in questa scena vuota…adesso. Sai cosa faccio? Ti terrò prigioniero nei miei dialoghi all’imbrunire finché non ti deciderai a consistere per il tempo giusto in avvenire.

Del dialogo con l’ombra di luce.

-Vuoi che resti un po’ accanto a te?

-Non so chi tu sia, non ti ho chiamato.

-Tu credi? Eri seduto lì, ai bordi del bosco, e mi hai pensato.

-osservavo giri di nuvole tra il fogliame, la mente sgombra, e godevo del brivido lieve del primo freddo… hai scavalcato il recinto? Non amo porre confini, ma questo è un mio rifugio…vorrei lo rispettassi…Chi sei?

-Bella domanda! Potrei dirti che son fatto della sostanza delle tue visioni.

-Allora tra breve dovresti svanire in un battere di ciglia…

-Lo farò non prima, però d’averti detto perché ho risposto al tuo richiamo.

-Io non ho chiamato nessuno…

-Eppure ogni tardo pomeriggio allo svanire del sole tu sei qui a sfidare questo confine, dovresti sapere che a quei bordi s’annidano presenze, non dirmi che non l’avverti. a volte mi chiami “bagliore”, altre “ultimo raggio”, altre ancora, quando ti vesti di coraggio “fantasma di luce”

-Ma io ti vedo , ora, corpo e sostanza, giovane indeciso con occhi di malizia, un intruso nella mia mestizia.

-Vuoi forse cha apra le ali e mi metta a danzarti intorno con un gran fruscio di vento e calore?

-ah! ora vuoi farmi credere d’essere un angelo.

-Potrei essere l’ombra sacra dei tuoi pensieri migliori, se a te suona meglio.

-Lasciami stare, non dovresti essere qui, allora, i miei pensieri, non senti? Sono cupi.

-Appunto. per questo mi hai chiamato. Del resto non è la prima volta che mi ti manifesto.

-Non è vero! O forse ne ho perso memoria.

-E quella brezza che muove le foglie che tu canti, allora? e quel cinguettio vivace che persiste all’imbrunire? non sono forse voci del mio venire? Ed ogni volta che tu ti immergi nella mia presenza io tendo a consistere e stasera non ho potuto far senza. Mi vedi no?

-Si ti vedo… e un po’ mi inquieti…hai l’aria di un ragazzo piuttosto malizioso…Quasi quasi mi convinci a chiederti il senso delle cose.

-Ah, ne rido, mio compagno, sul tuo crinale senile, dovresti sapere che io sono l’ombra della tua curiosità infinita, senza risposte. Ora lascia ch’io vada. Mi confonderò tra le gocce di pioggia di questa sera uggiosa… se il crepitio si farà più intenso, accoglilo come un saluto, il trillo acuto di un sorriso complice.

-Non andare via! Dai resta! Ormai sei qui! Perché taci? Non ti vedo! Vieni! Ti invoco ancora… andato… sei andato…oh, lo so, in quale anfratto sei nato. Nell’intermittenza del mio sguardo cieco, quando batto le ciglia e fermo il tempo in un guardare sbieco… e ti chiamerò angelo ribelle , senza ali, ombra che si annida tra le mie valli più belle… addio…arrivederci…addio tra i celesti giri di nuvola corrente ci rivedremo, ragazzo.

L’ultimo attore (per un monologo)

Dire a battito lento… m’ascoltate? Disperato è questo rompere il silenzio. il teatro è vuoto ed esalta questa voce e l’eco è oscura come questa fioca luce. (misura lo spazio quasi a far ritmo con lo scalpiccio dei passi) Quasi fantasma di me stesso regalo questo corpo al rito di una presenza prossima allo svanire già nell’attimo del dire…un dire che di sacro ha ormai solo questo senso del morire… il teatro è vuoto… agorà metafisica (sorride amaro) tra ombre fluttuanti…ultimo battito lento… magia compagna invadente di una sera oltre il sipario del niente… il niente…se non questa voce che permane insistente, resiliente, intermittente… esercizio di postura, ecco, arco di bellezza (tende il corpo ad arco in flessione per poi lanciarlo in un salto goffo)… oltre la quinta che m’opprime , forse, ci sarà ancora il mondo…no…i mondi… Oh li chiamerò danzando in questo nulla! Musica! Musica! Musica! (Batte le mani a ritmo e attacca una nenia che parte profonda dal ventre a bocca chiusa)…Dio, che vaghezza di inutile sogno…questo invocare divinità spente di un ecco, di un sogno che non è che un’ombra, un’ombra di un istante sfuggente di compresenza svanente di un piccolo io in corpo immanente. Actio, atto, attore, attante, il vizio osceno esposto di un corpo mutante (ride, fa smorfie si contorce) ...”la storia raccontata da un idiota, un piccolo attore che si muove per un’ora sulla scena e che non significa nulla”…(questa citazione dal Macbeth la dice quasi evocativa quasi ad afferrare con le mani ombre che gli sfuggono e che lo circondano…. poi, di improvviso tende le orecchie e pone le mani come in ascoltosorpreso) Cos’è questo vento? Questo rumore che spacca il silenzio… fiume di gente andata… è in cammino… verso dove? No!!! NO!!! non è questa l’uscita! qui con me venite! In questa scena infinita…il teatro è vuoto! Non ve ne andate morti cari…Non abbiate paura. Questa non è tomba, è sacrario, spazio di mezzo, transizione… io sciamano ve ne farò ragione! No! Non rompete il cerchio di questo mio ultimo rituale…Svanite se così vi piace ultime presenze! Via! Via! Via! M’accascerò balordo ,al centro della scena, mimando l’ultima assenza.

Stu velo…

I’ vulesse strappà stu velo

stu velo ca me spartisce

‘a vita da li suonne…

I’ vulesse trapassà sta membrana

stu cunfine ca te scunfina

te scunfina sulo dinto ‘a capa.

‘O vulesse sfravecà stu muro

arapenne e’ porte

d”o passato e d”o futuro.

Comme mme pesa ‘a rota d’o risveglio,

sona comme si oggne viaggio tu l’e’ fatto pe’ niente,

nu niente d’ombre ca abballano dinto ‘a mente.

E annanze…

te torna violento ‘o chiummo d”o presente.

E tu che faje?

Affidi a sta scrittura na’ lama tagliente

pa fa’ squarcià,

tagliannola, sta demarcazione fetente.

Un fiore nel cosmo.

Oggi ho regalato un saluto,

gratuito,

s’è acceso un sorriso…

“scusi, pensavo fosse un amico”

“fa niente è gesto grazioso”…

E mi son detto:

guardarsi è un piccolo atto

una sfumatura di sensi

assai troppo dismessi

eppure basta una folata,

una brezza d’affetto

e l’umano incrocio si fa benedetto.

Buon giorno mondo è un piccolo istante

un luccicare di luce d’occhi diamante,

oh, si facesse d’uso costante

l’indistinguibile diverrebbe sempre speciale,

un fiore nel cosmo d’ogni essere frale.