Io so’ albero.

St’albere cumpagne d”a vista mia sulagna

mme tengo a carezza e’ st’anema speruta

me rialono culore brezza e vita infinita

albere so’ d”o silenzio e pace d’a via smarrita.

Chello ca canto nun è sulo n’affaccio

è nu viaggio perenne d’appartenenza e allaccio

si tu vuo’ chiammala Natura…

ma pe’ mme è d”o cosmo seme che dura…

Nun ce cride? Non ha importanza…

Pe’ mmo io so’ albero dinto a sta stanza.

Imago.

Imago si insinua nella rete del mio vedere

si insinua nuda potente e fiera

di tra il fogliame di questa tenue sera.

Essa è dinamica come lo spirito di un viaggio

binari notturni e tanto tanto coraggio

è uno sferragliare distanze lontano dall’oltraggio.

L’antico treno dondola sonnolenze

sorrisi e brividi di intraprendenti partenze

e te ed io verso il Sud delle magniloquenze.

Imago cara, mnemonica persistenza,

il notturno che avanza me ne dà immanenza.

Lievi brezze.

Sai quando la risacca viene e si ritrae?

Quando è sera e c’è luna nuova

il mare calmo s’adagia sfiorando la terra,

timido ne ruba il sapore

donandole del sale denso il suo odore.

Così vivo io la carezza d’amore

scambio lungo d’una notte stellata

liquide materie che si donano ricchezze

come una notte sul lungomare lievi brezze.

Lo zoo degli estinti.

Chiudimi, se vuoi, nel recinto degli animali rari,

porta i tuoi cari amici a dileggiare i miei difetti

mentre m’osservano disperato a digitare poesie.

Ridete sganasciando del riso del “normale”

quando ispirato mi vedete cantare dolce il mio male.

Portami, infine, se vuoi, nello zoo degli estinti

ultimo sopravvissuto cantore dei vostri vizi stinti.

Tanto lo so…

che non leggerai, badessa del convento dei fessi,

io resterò rinchiuso, libero dai vostri banali recessi.

Io lo so…

Io lo so…

che al di là di questa bolla di corpo

esistono cieli di intenso…

Io lo so…

che derivo da un tutto

così lontano…così denso…

Tra traiettorie d’anima e materia

vaga d’oblio l’essere mio

ai bordi dell’ignota sfera…

C’è chi lo chiama Tutto

o, il suo contrario, il Nulla…

ma io so…

che mentre fragile svanisco

da qualche parte io esisto.

Tracce di scrittura.

Tracce di scrittura…

grafemi incerti in ombra, senza cura.

Tracce di storie dismesse,

inconclusi intrecci, arabeschi di niente.

Troppe le carte e confusa la mente

come matassa da sbrogliare

ispirazione strisciante, muta, silente.

Com’è triste questo deserto di penna

i ricordi sbiancano, la mano tentenna.

Dammi Musa celeste, angelo di vita,

dettato nuovo, frenetico, tra queste dita.

Onde calme.

Oggi il mare porta onde calme,

riverberi di luce, speculari rifrangenze

del cielo celeste lucide emergenze.

Oggi il dolore sulle onde è fitto e mite

nel calmo andare di queste acque infinite.

E trafigge, oh si, trafigge

troppa luce nel mio oscuro che indige

e mi ci immergo respiro lungo…

mentre tanta bellezza mi strazia e m’uccide.

E questa mia tana invasa dal colore

si riempie di spiriti gai…eppure…

in tale vertigine di bagliore…

non so, non so più dire…amore…

Personaggi (del mio teatro)

Sono solo fantasmi

abbarbicati in piccola esistenza

gli smarriti ch’io racconto.

Ed è per questo che li colloco ai bordi,

immersi in realtà mimetica

sarebbero del tutto persi.

Ed io lascio che vivano

nella pallida regione dei sogni

come fanciulli perduti in disperati bisogni.

Ersilia, Lady Fraganzia, Celestina

e via via i monelli del Tutto inganna

se vedono la morte

sono lì pronti a giocarvi…

Sanno, loro, d’essere d’un apologo

grumi di carne d’anima provvisoria

e vivono

nell’istante ludico senza memoria.