Un buco nero.

Posso far scivolare, stanotte, parole

rotolare , in declivio tenue il respiro

si’ che scenda in un imo irraggiungibile

oltre la cintura del mio pneuma vitale.

Non sarà apnea, ma svuotamento

un’archiviazione nel mistero del non detto.

Farò del mio corpo un buco nero,

un lontano inavvicinabile orizzonte degli eventi

non v’uscirà materia alcuna

solo, dei miei pensieri, le gravitazionali correnti.

Annunci

Concerto di viaggio.

Per amore o per diletto

sono qui che ascolto un ottetto.

L’arco grave segna il solco

e la viola risponde colpo su colpo,

l’oboe e il fagotto, in borbottio costante,

segnano il passo andante.

Ma i violini non ci stanno

ed in tocco fugace vanno.

Ed io mi perdo nel loro cosmico

dialogo fitto d’universo armonico.

E vado nella regione di provenienza

quella dell’essere che non conosce il senza

dove ogni suono sa d’anima densa,

concerto di viaggio nella miriade d’essenza.

Un angolo.

C’è un angolo di me che non si vede,

sta nell’ occhio e nei pensieri che intravvede.

Scorre in quest’angolo un film di misteri

d’emozioni in nuce e di infiniti desideri.

Tu che vi entri lo puoi trovare sorprendente

quanto a volte è giocoso, a volte irridente.

Ma non pensare sia un angolo oscuro

perché di luce abbagliante trafigge ogni muro.

Un angolo è tanto concavo quanto convesso

perché s’apre e chiude ad ogni pensiero ossesso.

Ti rubo un sorriso.

Stanotte esco a caccia e ti rubo un sorriso

in questo inferno urbano che non è un paradiso.

Lo farò, da consumato attore, un clown mascherato

e vediamo

se riesco a tirar su le pieghe del tuo muso imbronciato.

Metterò su sberleffi alla fantasmagoria della notte

imitando il ghigno lunare in piedi su di una botte.

E se non basterà racconterò storie irridenti

di baruffe chiassose e di gioco tra le genti.

Non dovesse bastare, ti proporrò il gioco del silenzio

guardandoti fisso negli occhi col muso altezzoso

finché non esploderai nel riso più radioso.

Quell’umore di noia.

Sai, cara, fa male quell’umore di noia

che trasuda tutto privo di gioia.

Quando il sole torna dopo la pioggia,

è d’abitudine, ma mi fa un pizzico d’allegria.

Come siamo diversi dal ciclo del tempo:

di natura amiamo ogni ritorno,

ma dell’umano ci pesa il troppo attorno.

Sarà la dannata ossessione del divenire

non conosciamo della terra il rinverdire,

lo stupore dell’alba che torna uguale ogni giorno.

Noi, no.

Ossessionati da quel che chiamiamo il mutamento

viviamo

ogni presenza ritornante come un noioso tormento.

Se il mondo si capovolge.

Se il mondo si capovolge

potrò tuffarmi in un mare di stelle,

lasciarmi cadere

giù giù tra costellazioni gemelle.

E, magari, saltare a pie’ pari sul Cancro ribelle

ed afferrare per la coda l’Orsa splendente:

e, mentre passa una cometa afferro la coda di ghiaccio

e su di un asteroide passo la notte all’addiaccio.

Dio mio, che silenzio!

Solo il ronzio di Pulsar lontane

e dormo, in soglia di sogno luccicante,

mentre una nana muore

esplode una supernova in bagliore accecante.

Tu che mi leggi, allora,

saprai cosa fare se il mondo va sottosopra:

tuffati in dormiveglia

e sarà così che il cosmo tutto per te s’adopra.

Un passo prima del dolore.

Oh si, tratterrò i miei passi

fermandomi un passo prima del dolore,

non ti proporrò, amica, del ricordo il sapore.

So bene che il miele, nel tempo, si fa acido veleno

così come si svuota di senso il tempo pieno.

Diraderò in nuvole di sorriso la tua presenza

frammentando, in tessere sparse,

il mosaico struggente della tua ineluttabile assenza.