Vento nordorientale.

Cosa urla di tanto brutale

questo improvviso veemente maestrale?

Sembra voglia farsi spazzino di odori

mentre, benigno, porta via scorie e dolori.

Ecco cosa canta il vento nordorientale

i mille e mille archivi che raccoglie d’ogni male.

Dove li porta non ci è dato sapere,

forse è ignaro egli stesso del suo volere.

E va…va…

Vento caro, ti prego, sradica, passando, questa malia

e, attenuandoti, mutati in carezza per la donna mia.

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Un esercito di guerrieri.

Un esercito di guerrieri s’agita tra i miei voleri

e sono sanguinose battaglie

della mia anima tra le frattaglie.

C’è chi vuole e chi disvuole.

C’è chi parte lancia in resta

ad affrontare delle paure la foresta,

chi, invece, difende cupo la trincea

e resta fermo in attesa dell’alta marea.

Ed io, generale esautorato,

resto lì a guardare il conflitto dissennato,

mentre, in questa zuffa indecorosa,

vedo cadere, ad uno ad uno, i petali d’ogni rosa.

Oh, fiore splendido del mio abitare,

traimi fuori dalla guerra di questo stare.

Parola essenziale.

Scriverò fiumi di mondi, galassie di parole

e le spanderò al Sole d’autunno

perché ne prosciughi ogni eccesso

lasciando solo il corpo che mi porto appresso.

Voglio una parola che si increspi morbida

come ogni ruga o piega di pelle,

una parola che dalle dita

giunga al circuito venoso della vita.

Una parola irrorata del mio sangue gentile,

pulita da scorie melense,

la mando così volando in quest’autunno primaverile.

Ecco, scrivo “amore”…

e tu va parola essenziale,

libera te e me da ogni male.

Racconti teneri di un lupo.

Non ti spaventare , cappuccetto,

del lupo, forse, m’è rimasto solo l’aspetto.

Non ti mangio né ti perdo

non perché io non abbia più fame né voglie,

solo perché ghermire l’indifeso ogni gioia mi toglie.

Se hai colto nel mio ululato notturno

l’accento di dolore e di mancanza

non puoi temere da me alcuna mattanza.

Sorridi, allora d’ogni mia vaga erranza,

racconti teneri di un lupo chiuso in una stanza,

con pelo rado e molti vizi…

ma il mio cuore selvaggio…

serba la dolcezza nei suoi interstizi.

Non sono pronto.

Non sono pronto per il benessere del nulla,

troppe porte s’aprono e si chiudono

in un labirinto d’esseri smarriti che accorrono

accorrono a flussi, atomi fantasmi di sinapsi feroci.

Non sono pronto a sbarrare alla luce ogni accesso,

non sono pronto per la vaghezza dello zero, adesso.

Non te la prendere, amica,

se in questi anfratti d’anima ti ritrovi presenza smarrita

adattati a questo inconveniente…

almeno sino a quando non si sbarreranno tutte le porte

ed io potrò vedere l’uscita, la via, al fine, del niente.

La bella musica.

Ascolto anche per te la bella musica stanotte,

sulla corda del contrabbasso

simulerò il tuo cuore d’emozione

e nella carezza di spatola sul rullante

simulerò il brivido di una carezza amante.

La tromba suonerà la melodia del non detto,

mentre il piano colorerà le fughe del nostro letto.

Sarà così un jazz di calda pelle,

la tua che dalla mia non si svelle.

L’aria delle montagne…

Ricordi, cara, l’aria delle montagne a me care?

E quel bizzarro autista,

quello dai mille mestieri che ci faceva da apripista?

Lungo il sentiero dei cinghiali, di notte,

di miti e viaggi boschivi le smarrite rotte

ci donavano fuochi sui colli e cadenti torri

dove lievi ci inerpicammo privi d’ogni zavorra.

Oh s’era, noi, coppia selvaggia e pura

fatta per esser corpo d’ogni natura

e , di giorno o notte, su monte o radura

saggiavamo, felici, di vita quota men dura.

Torni tu mai nelle notti distanti

a quella frescura frizzante di noi amanti?