Brillio sul crinale.

E sul crinale un attimo di pace.

Uno scivolare è in silenzio

una simmetria col mondo in assenso.

Oh, è assai piccola cosa,

questo adattarsi al tempo del sembiante

questo accettare la pausa dell’istante.

L’asperità

è sempre lì, in cima distante…

ma questa pausa, ora…

ha le sfaccettature di un diamante.

Un cuore amante.

Non so se chiamare bellezza o dannazione

questa estesa sensibilità al tutto…

Nel plumbeo cielo rombante

m’affratello al suono della nube tonante

e al vento fresco di direzione costante

e in me s’azzera

la fastidiosa presenza del reale circostante.

Oh, forse è natura di un cuore

incerto, caldo, spremuto e balbettante,

al cosmo disposto, un cuore amante.

La costanza della vita.

Allora, mio giardino…

che mi dici?

A che sto più vicino?

Tu dormi silente

sotto il lieve sole ardente

ed io ti chiedo

la costanza della vita

quel rinverdire

in gioia infinita.

Ah si, tu ne conosci il segreto,

tra le radici

e il pullulare di bestioline

che di tue foglie

carezzano il crine.

Oh, lo so

che non mi darai risposta,

imparerò da te

ad alzare la posta.

Euforia.

Ma che strana questa euforia.

Sarà credo la mia voglia di andar via.

Ma che strana questa euforia.

Dove vado?

Non si sa. E’ sconosciuta la via.

Con me è sublime sonnolenza,

d’oblio orfico è demenza…

Ma che strana questa euforia.

Sa di prati fioriti in altro cosmo,

di violette, gigli e rose,

e misteriose, nel nulla, son le cose.

Ma che strana questa euforia.

E’ luce

che corre all’orizzonte degli eventi,

attratta nel tunnel del suo ultimo bagliore.

Ma che strana questa euforia.

Sarà che del viaggio è tracciata la via.

E’ proprio strana questa euforia.

Rassegnato.

E tu gracchi, corvo,

indispettito e ruvido all’aria tersa,

sarà il richiamo

per una compagna ormai persa.

Nel verde immobile il richiamo è disperso,

rassegnato, forse, e volato via

come accade, ora, al mio verso.

Na morsa fetente.

Pace! Pace! Pace!

Vulesse alluccà a stu tiempo ‘nfame.

Pace! Pace! Pace!

Dinto a sta’ vita chiena e’ trame.

Ma sta morsa fetente

se fa’ sempe cchiu’ vullente,

m’avvolge, m’astregne

me stritola mumento pe’ mumento.

E lassame campà!

Tanto nun è assaje, ‘o ssaccio,

vattenne a loco, lieveme stu laccio.

La tana del silenzio.

Vuol buttare via le chiavi

la mia carceriera.

Lo fa con quel suo piglio

da inviperita cameriera.

Oh la veste d’antico sdegno

questa follia

che è lo scettro del suo regno.

Ma io ho costruito

una profonda tana nel silenzio

dove esala profumo d’altro assenzio

e lì nascosto medito la fuga,

verso altro lido,

verso la piega d’altra cara ruga.

Una voce cara nella tempesta.

Canta la tua voce il partecipato lieve

a questo mio momento greve

e m’è caro il tono di sostegno

residuale forte e sonoro d’antico regno.

E sei tu che con carezza suasiva,

salvi il mio coraggio nella stiva.

E pur se fuori urla tempesta

di cellule impazzite,

ascoltando te, dentro tua voce,

l’animo mio si fa leggero e fa festa.

Imago

Bagna le tue mani nel mio volto,

in trasparenza…

fanne carezza diafana di presenza.

Ed io altrettanto farò

della tua imago specchio…

Fanne scenario

come fosse un verso alla deriva

che materico impatta

naufragando nei tuoi occhi

si’ come quando insieme si dormiva.