L’ultima parola.

L’ultima parola della notte

è…

no, solo un suono indistinto,

un sordo ronzio fragoroso,

un respiro lento e affannoso,

un pensiero che svanisce e ritorna

una nebbia che la mia veglia adorna.

Non ha altro viaggio il mio dire,

morire…forse dormire…

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Fuoco silente.

Muto è il fuoco che non brucia

arde silente e non decade cenere.

M’è sostanza d’ansia e sospiro

e mi consuma mentre respiro.

Non so chiamarla anima, forse memoria,

ma è fiamma che non scalda

in mille lapilli di bagliore

lingue ignee di illusione d’amore.

Muto è il fuoco che non brucia,

ma che vivo mi tiene

finché di fiamma più potente

nuova traccia avviene.

Io la chiamo l’attesa.

Se mi chiedi la natura del mio tempo

ti risponderò ch’io la chiamo l’attesa.

Il mio spirito libero, con l’anima tesa,

d’ogni svolta attento, non molla la presa.

Come un lupo alla deriva nell’inverno di fame,

vago e annuso sottovento della vita l’odore.

No, non posso attendere primavera

devo sfamarmi prima che giunga la mia sera.

Il colore della notte.

Voglio parlarti del colore della notte,

quel rosso intenso venato di nero,

un tunnel di vaghi bagliori,

striature di mondi, baluginii di colore.

E’ il caleidoscopio ad occhi chiusi,

nel dormiveglia dei sensi, lieve torpore.

Una corsa è, tra stanze e valli,

ed i volti si disegnano, s’allungano svanendo

e tu ne sei il vago pittore,

facitore di sogni, in un viaggio d’ardore.

Non è più mia.

Questo scrivere mi consuma e mi nutre,

quasi fosse un’energia che m’attraversa

e non resta, non resta no che altrove fugge

come acqua che dimentica la sorgente

e corre al mare desiderosa di fondersi in abisso.

Questo scrivere mi dissangua e mi irrora di passione.

Quasi svengo eppur potente mi ergo

in una oscillazione di arcana energia

e mentre scrivo piccola poesia

questa m’avvolge, ma già non è più mia.