Puntata 1: “Delle Storie Vere”

Il Luciano ritrovato.

Delle storie vere. Cenni preliminari.

Che La Storia vera potesse avere un ‘seguito’ era assolutamente impensabile, nonostante la promessa fatta al lettore dallo stesso Luciano in chiusura del libro II, tanto più che le fonti cui la filologia lucianea fa riferimento non vi fanno cenno alcuno1. Il ritrovamento è ancor più sorprendente perché ci restituisce un’opera sostanzialmente integra, una sorta di ri-apparizione prodigiosa che pone infiniti problemi e per la collocazione nella ‘fabbrica’ degli scritti di Luciano e per il significato stesso che l’autore, accorto inventore di generi, intendeva dargli. Si tratta di una palinodia? Doveva succedere al classico che conosciamo? Ma andiamo per ordine. Io non sono un filologo, tanto meno un grecista, il mio lavoro non si esplica nell’indagine inesausta su antichi reperti testuali né conosce l’eccitazione di una traccia labile custodita in una fonte che rimanda ad altre fonti, scrittura di scritture che costruiscono il ponte ininterrotto di un continuum spazio-temporale altro. Viene alla memoria, quale esempio forte, il brillio degli occhi e la grinta infantile da duro che accompagnavano il grande Marcello Gigante quando accennava alla probabilità, assai alta, di rinvenire il manoscritto originale del De rerum natura di Lucrezio portando a termine gli scavi nella villa di Pisone ad Ercolano; avesse potuto, Gigante avrebbe provveduto con le sue mani, le sue unghie. Ora, ne siamo certi, nell’altro tempo concesso ai grandi starà chiedendo conferma della cosa a Lucrezio in persona. Ma il lettore impaziente o lo scienziato della letteratura che sta seguendo, con malcelata ansia, le piste di queste note si starà chiedendo: “Ma quando arriva al punto questo divagante intruso? Quando si decide a darci le prove della autenticità del testo e, soprattutto, quando si decide a dirci come gli è giunto tra le mani?”. Buoni! Buoni! Ci siamo. Il ritrovamento. Partiamo dal ritrovamento. Intanto dovrei dirvi di Luigi Settembrini. E’ lui, come è noto, il primo vero e sistematico traduttore moderno di Luciano e la sua opera non è solo di grande impegno, ma pure di attenzione stilistica e cura filologica, due elementi che hanno garantito al Luciano di Settembrini una vita lunghissima. Settembrini attese alla sua fatica tra il 1849 ( anno della sua carcerazione a Santo Stefano) ed il 1859, anno in cui riuscì a sfuggire ai suoi carcerieri durante un trasferimento verso le Americhe, grazie al rocambolesco dirottamento della nave ad opera del suo primogenito. E la fuga, o, meglio, il percorso e gli incontri che si intrecciano intorno alla fuga, sono lo scenario cui far riferimento per spiegare l’incredibile scoperta. Si sarà inteso che il manoscritto è nella traduzione del grande patriota; egli ne è venuto in possesso (provvisorio, come vedremo) dopo il decennio di carcerazione e comunque, di sicuro, durante la sua breve permanenza in Irlanda. Perché non l’ha poi inserito nel corpus della sua edizione lucianea del 1861? Questione non irrilevante e forse legata alla natura del manoscritto. Ma andiamo per ordine. Come è finito tra le mani di Settembrini e, soprattutto, come è giunto a noi e perché dopo tanto tempo?

[Continua nel prossimo articolo… Seguici!…

Note alla prima puntata:

1Cfr N. De Tombis, La Storia vera “inconclusa”. Una scelta retorica? In “Philological book of ancient Greek” n.323, anno XXII, Chattanooga, 1890, pp. 1012-1025. Sul tema De Tombis argomenta: “Non escludo che Luciano accennando, nell’ultimo frammento del Libro II, ad un approdo in una terra oltre oceano, facesse sfoggio di una discreta conoscenza del globo terracqueo. Ma, intanto, intorno al Nuovo Mondo, nulla poteva lasciargli intendere che questi fosse abitato o che quelle terre potessero ospitare genti su cui lui potesse esercitare il suo spirito dissacratore. Dovette sembrargli più adatto lasciare alla deriva i suoi naufraghi, ebbri di avventure impossibili, come sospesi nel tempo incerto delle sue meravigliose fandonie”, ivi, p. 1015. In un certo senso d’altro avviso appaiono le riflessioni di M. Melacanto, il quale perentoriamente afferma: “Luciano abbandonò l’opera perché ormai sazio d’aver espresso tutto l’armamentario menzognero di cui era capace. Era inquieto il nostro Luciano di percorrere altre strade, oltre il genere sperimentato, altri stili; in somma l’autore dei Dialoghi s’era concesso con la Storia vera una breve vacanza, un esercizio ludico da abbandonare alla prima svolta narrativa possibile, come di fatto, è avvenuto”, in La Storia vera : tra vacanza intellettuale ed esercizio retorico, in “Annali dell’Accademia dei Filologi certi”, n. 1, anno I, Canicattì, 1924, pp. 3-22; la citazione è tratta da pag. 5

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