Nero…un gioco di “genere”

Nero

di Franz…

Quella notte…

ero deciso a chiudere in fretta il mio solito giro. Il vento canalizzato del crocevia tra Burbon street e Old Vic avenue aveva quasi capottato la mia vecchia Buick modello 35.

Io sono uno che di notte vive quasi per intero il suo turno di vita, eppure quella notte mi sentivo “fuori” ; una sensazione che Jim j. Wardoch, che poi è il mio nome, prova raramente, solo quando qualche maledetto figlio di puttana decide di spezzare la sequenza delle tessere del domino. Già, sono convinto che viviamo concatenati come nell’ inevitabile sequenza di quel gioco del cazzo. Qualcuno aveva spezzato in maniera incongrua, imprevista, la catena degli accostamenti ed aveva fatto fuori una tessera eccellente. Come facevo a saperlo quella notte tra Burbon street e l’Old Vic avenue? Non si farebbe il mio mestiere se non si possedesse il sesto senso della morte. Una brutta espressione, lo so, ma ogni volta che mi si presenta l’angoscia di una perdita violenta, ronzio nelle orecchie, senso di smarrimento, incazzatura nera. Sono un poliziotto, è chiaro, un sergente della omicidi e quella notte non mi andava proprio di completare il solito giro. Quella notte, già. 7 giugno 1938.

***

Burbon & Bourbon , all’angolo tra L’Old Vic avenue e la Burbon street. Un locale a frequentazione mista: ceffi e vecchie glorie del senato in cerca del brivido proibito del gioco…Roulette, baccarà, chemin…tutto ribaltabile in tranquilli tavoli tondi da vecchio caffè art nouveau. Tutto ribaltabile, come l’anima candida del senatore Le Goff. Era un pollo il senatore Le Goff, ma un pollo gaglioffo, impettito nella sua divisa di ordinanza da vecchio maschio ruspante. La notte tra il 6 ed il 7 giugno del 1938 era al tavolo della roulette il senatore ed aveva appena puntato sul 12, un numero che lo aveva sempre ossessionato, anche nei sogni. Diceva Le Goff che il 12 rappresentava “la gloriosa rigidità del maschio eretto accostata alla sinuosa curvatura della donna accogliente” ; lo diceva enfiando il petto e tentando disperatamente di restringere il diametro del cerchio nel quale erano inscritti il suo ventre e le sue natiche. Proprio le sue natiche: portava, infatti, il senatore un culo altissimo, era il suo orgoglio.

Quella notte tra il 6 ed il 7 giugno aveva puntato sul 12 il senatore e, nel fumo aspro del Burbon & Bourbon, “vedeva” la rigidità del corpo maschio accostarsi alla sinuosità del corpo femmina. Era una fantasmagoria di colori e di suoni, di sospiri e di attese. Di fronte a Le Goff, a dare maggior corpo ai suoi sogni, Vivy il 2 più sinuoso che il senatore avesse mai visto. 12!!! Rouge, pair e manque. Rouge. Rosso come un fiore o come un forellino all’altezza del cuore, un bel fiore all’occhiello che il senatore si vide spuntare come un piccolo fiotto di colore nel prato annerito del suo petto di maschio rigido.

***

Accostai la vecchia Buick nera all’incrocio con l’old Vic avenue, deciso a bere qualcosa al B & B. Sapevo bene che era una merda di bisca, ma quando mi prendeva il sesto senso di morte era proprio una merda di bisca il primo posto da visitare. Entrai.

***

– Jimmy, bevi un noir con me, prima che ti venga la fregola di incastrare la bestiolina che ha fatto secco Le Goff. –

C’è poco da dire, definire Vivy una entrenouse è decisamente da coglioni impenitenti.Vivy è la gatta del B & B e, come gli etologi sanno, porta sempre un che di indecifrabile che ti fotte e ti attrae.

Le deux, micetta, le deux, fammi portare il noir carico come sai (gli ingredienti del cocktail ve li do in appendice bevitori colti del…) e miagolami il disastro, qui, nell’ orecchio sinistro. –

Sorseggiavo la specialità della casa mentre Vivy tentava di ipnotizzarmi con svolazzi e gridolini di sorpresa nel mio Eustacchio preferito; la squadra, intanto, stava portando via il culo trionfale del senatore.

***

Non era certo stata la pallina della roulette a bucare il petto e il cuore di Jacques Le Goff, ma un qualche ruolo la sorte rotante del tavolo verde lo aveva pur avuto. Urlava da matti il vecchio Jacques poco prima che lo stecchissero; i suoi occhi strabuzzati di eros panico erano puntati verso Vivy che gli stava di fronte lanciandogli segnali carichi di promesse di incanto. Era un accordo abituale tra il senatore e la gattina del B & B. – Quando mi avvicino al tavolo per puntare sul mio 12 – le aveva detto – stammi di fronte più calda e sinuosa che mai, tu sarai il 2 ed io, dritto, sarò l’ 1 che ti prende.-

L’1 e il 2 s’erano presi splendidamente quella notte lì sulla gran ruota rutilante del tavolo da gioco mentre Le Goff aveva beccato lo 0, il numero maledetto del giocatore, ed aveva perso anche l’ultimo fiato.

– Mi hai sussurrato poco, micetta – le dissi, sorseggiando il fondo del noir – farò comunque il mio gioco, come dite qui, e chissà che non possa, presto, dire all’assassino rien ne va plus.

***

Vous avez bien compris che il teatro degli eventi che mi va di raccontare è una ville della vecchia America fondata da coloni francesi. Un luogo di culture sovrapposte dove avvengono strani connubi, intrecci meticci che sviano vite “regolari” verso sentieri tortuosi che conducono a fortuna o a morte, o a entrambi, come era avvenuto al senatore Jacques. Una storia “deviata” che ha lasciato il segno nella deriva della mia vita di poliziotto e che, oggi, provo a ricostruire per me e per voi, magari per inaugurare una fortunata collana di neri che ospiti i segreti più o meno falsi dei sergenti ad istruzione superiore. Bon, una storia deviata, dicevo. Il mio intuito mi spingeva ad arretrare di molto la ricerca del punto di origine, la devianza che, in una sequenza inesorabile di atti, aveva portato Le Goff alla rigidità perpetua del suo amato 1, quella notte tra il 6 e 7 giugno del 1938.

***

Casa Le Goff, 8 giugno 1938, ore 11 e 30 (rubo appunti dal mio diario diligente, perché s’erano fatte le sei del mattino e m’avevano bruciato l’esofago e la mente sette noir e le labbra di Vivy).

Bon jour, monsieur Wardòch, la stavamo attendendo…

Bon jour a toi, mamie, posso vedere madame Le Goff?

Per un sergente d’origine irlandese , un po’ goffo e rozzo nell’andatura, me l’ero cavata egregiamente nel cerimoniale d’esordio, fortunatamente abbreviato da una opportuna telefonata di preavviso.

Nella penombra anticalura del salottino di ingresso mamie mi appariva leggermente in controluce. Era , mamie, un magrissimo e sdentato residuo des esclaves di origine haitiano-africana, alta e dalle braccia lunghissime, pareva uno degli arbusti contorti della dantesca selva dei suicidi. Con una tensione quasi biblica nel suo lungo braccio destro. mamie mi indicò una porta a destra dello scalone centrale.

Entrée icì , monsieur Wardòch.

La fascinosa raucedine della sua voce e il gesto sciamanico della gran vecchia, mi portarono ad una esecuzione quasi automatica dell’invito, il mio io irrigidito mi concesse solo una piccola libertà: girai, leggermente, le orbite del teschio (pardonnéz moi, colpa delle cattive frequentazioni) a sinistra, verso l’alto dello scalone di marmo a guida violacea. Feci giusto in tempo ad intravedere l’orlo di un merletto bianco che oscillava a ritmo lieve tra i fregi liberty della balaustra, promessa di una presenza, di un avvento, dalla biforcazione sinistra della lunga teoria di scalini.

***

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8 risposte a "Nero…un gioco di “genere”"

  1. buongiorno ragazzi cari…
    vi leggo solo ora, tempismo perfetto come sempre 😉
    dunque Franz, se ci sono i cornetti a colazione, preferibilmente caldi, non c’è il fondente, ma solo caffè, o meglio ancora cappuccino con schiuma “soda”, che non si smonta subito…
    invece, come dice Pea, il quadretto di fondente è d’obbligo a metà mattina, vicino ad una tazzina di caffè ristretto…
    ora, visto che sono le 10:36, proporrei ristretto e fondente, che ne dite? 🙂
    buona giornata a voi cari!

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