e nel cinema, uno sciamano…

 e la percezione dello spaurito astante novecentesco viene circondata da fruscii inquietanti d’entità sconosciute, il respiro di demoni e dei che incalzano l’atto creativo (pensiamo ad Artaud e al suo ‘soffio’ divino): Lo spettatore occidentale, che ha perso le certezze progressive nel gran lavacro di sangue della prima guerra mondiale, ritrova la fanciullezza spaurita della paura del buio, un buio da ripopolare di fantasmi benevoli che scaccino i mostri dell’orrore quotidiano. E qui, con un gran salto, non posso non citare un regista che, provenendo dal teatro, regala alla macchina del cinema, l’ingenuità del buio nel quale far danzare i sogni: penso alla sequenza della lanterna magica nel film Fanny e Alexander, dove uno zio benevolo (un lare familiare appunto) rasserena l’angoscia dei due bimbi protagonisti riempiendo la loro stanza buia di fate e spiriti giocosi grazie all’artificio luminoso di una lanterna magica. È , credo, la più felice allegoria della nascita del cinema. Lo zio-sciamano di fanny e Alexander, come il Meliès dell’ultimo film di Scorsese accompagna lo spettatore non solo verso i territori rimossi dell’infanzia, ma, con un meccanismo forse caro a Jung, lo veicola verso una sorta di inconscio primordiale, all’interno di quell’antico primo cerchio di fuoco tribale.

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