Memoria (continuiamo a giocare coi generi…)

MEMORIA

Stefano Cruzzi, antropologo, percorreva gli ultimi ottanta chilometri d’autostrada. I cartelli di indicazione gli fornivano un ritmico diversivo all’alienante srotolarsi della striscia di asfalto. Avvertì, Stefano, un brivido ( di sgomento? Di piacere? ) a sentirsi protagonista di una storia che fin dall’inizio s’era segnalata deviata, imprevedibile; di tanto in tanto, quasi a rassicurarsi, allungava la mano verso il sedile alla sua destra per confermare la presenza dell’ormai consunta borsa color legno. Accendeva allora una sigaretta e riandava, accavallando pensieri, al momento in cui aveva ricevuto il pacco di Gissone. Ma più che all’urgenza con la quale l’amico archeologo lo aveva convocato, il disagio che ora provava era dovuto al contenuto di quella borsa che sentiva sotto il palmo della mano. Gissone gli aveva scritto di strani ritrovamenti subacquei che avevano avuto luogo nella zona antistante il litorale di Palmi e, sia per avvalorare l’ipotesi di stranezza, sia per permettergli di raccogliere, se possibile, documenti ed informazioni, gli aveva pure inviato un oggetto ( un oggetto? una cosa? Un…? Come definire quella forma di materia? Ora lui sapeva, correva sulla strada per portare dati, notizie… incredibili… ) rinvenuto nella zona delle ricerche ed infine una carta topografica della zona stessa.

-Gissone…Alberto Gissone… – Stefano scandiva a mezza voce il nome dell’amico – Il cinico Alberto…lui non ha il raptus infantile della ricerca ( così Alberto derideva i suoi entusiasmi ) . Per forza! Lui è il vecchio. Cazzo, quarantacinque anni, come me, ma lui è il vecchio – Che fastidio, per Stefano, non riuscire a sopprimere quella maledetta piccola dose di subalternità che si iniettava ogni volta che pensava ad Alberto. – Trent’anni che ci conosciamo? Ci siamo laureati insieme…lui, il vecchio, una sessione prima…Siamo buoni amici sin dai tempi ormai mitici…mitici? Eh, ma se non lo cerco io, il vecchio si rintana, fa l’intoccabile,lui è un ricercatore serio non ha il raptus infantile..Vibo…ancora quanti chilometri? No, lo stato d’ansia non è adatto alla guida – pensò Stefano. Cominciò allora a riservare un’attenzione maniacale ai cartelli autostradali. – Ma c’è l’uscita a Palmi? – Pochi minuti alla mezzanotte…Palmi Km.1,5…uscita 700 metri, freccia a destra…PALMI. Il caldo umido della notte d’estate e la trepidazione che abitualmente provava ogni qual volta arrivava a destinazione ( mai l’aveva avvertita come quella volta ) gli avevano imperlato di sudore la fronte e le guance. Stefano asciugò con gesto rapido le mani, anch’esse sudate, sulla tela grezza dei jeans. – Palmi Centro…no…Reggio Calabria…si, domani!…Marina di Palmi…così ha scritto Alberto: “Prendi una discesa tortuosa che in un attimo ti porterà al litorale” … un attimo, il non tempo di Alberto. Io ancora non vedo il mare…il mare! – Stefano diede un rapido sguardo verso la battigia ed abbassò il finestrino della portiera dell’auto: l’aria della notte, che lo fece rabbrividire, ed il rumore della risacca penetrarono violentemente all’interno. Doveva cercare l’hotel Candia, lì aveva fatto base Gissone.

***

Mezzanotte era ampiamente passata e Stefano si rese conto che, a parte l’assenza del portiere, era del tutto normale che la piccola hall fosse deserta.

Non trovando altro sistema di richiamo, prese a battere ritmicamente con le nocche sulla superficie del banco dell’accettazione.

– Cu è? –

Era una voce roca, cui seguì un’enorme faccia semiaddormentata ch’era apparsa tra due tendine lise, dietro il banco.

– Sono Cruzzi – rispose – il professor Gissone deve aver prenotato una camera a mio nome.

– Un momento, un momento, ca esco – disse con forte accento calabrese il portiere che uscì interamente fuori da quel bizzarro sipario, tirandosi su le bretelle

– Come aviti detto ca vi chiamate?

– Cruzzi, Stefano Cruzzi. Vi dispiace avvertire il professore del mio arrivo?

– A quest’ora? Ma a quest’ora si dorme, caro signor Cruzza ( chisto da vero mi pare ‘na cruzza ) . – Il riferimento beffardo al suo volto scavato ( il portiere ignorava le origini calabresi di Stefano ) in uno con la voce pastosa e carica di rimprovero dell’uomo, provocarono nell’antropologo fastidio e risentimento. Stefano lo osservò, gelido, professionale. Il portiere doveva aver superato i cinquanta ( terreno dell’età indefinibile ) e dava all’osservatore un’idea complessiva di rotondità: il grasso era ben distribuito ed inversamente proporzionale all’altezza che non superava il metro e cinquanta. Un viso mal rasato completava l’impressione di disfacimento.

-Cruzzi , mi chiamo Cruzzi. Lei don…don Coso, si limiti a chiamare il professor Gissone – rispose freddo e balbettante Stefano. Il portiere si svegliò dal suo languido torpore.

– Sentite – ringhiò – Io, qua, sono il padrone e mi aspetta di far dormire la gente in pace; e poi il professore ha detto di non disturbarlo e, se non vi va bene, ve ne potete pure andare.

– Ma è assurdo – sibilò Stefano non dissimulando, ormai, la collera che lo aveva investito: per poco non si ammazzava sull’autostrada, per rispondere al più presto possibile all’appello dell’amico ed ora quell’ammasso di lardo, quella caricatura di portiere, gli impediva di vederlo. Cominciò ad urlare:

– Lei…lei non può assolutamente!-

– Sta calmo, Stefano, sono qui.-

Gissone apparve sul primo ballatoio della scalinata che conduceva ai piani superiori.

– Finalmente! – Trionfò Stefano con gli occhi fuori dalle orbite.

– Vuoi spiegare a questo Caron dimonio che il sottoscritto può svegliarti anche alle tre del mattino. – Certo, certo – disse Gissone, impercettibilmente divertito – Don Antonio – disse poi rivolto al portiere – prendetevi il documento, lasciate la chiave sul banco e andate pure a dormire. Per il signore si può fare un’ eccezione.-

Con un grugnito, Don Antonio eseguì.

***

La forma scura dell’edificio che si stagliava alle loro spalle, disegnata da un incredibile controluce lunare, si propose a Stefano come un presagio. Si sorprese a considerare “giusto” quello scenario…

– Giusto? …Per cosa? – Queste domande accrebbero l’attesa di un qualche evento e gli procurarono un sottile filo di nausea alla bocca dello stomaco. -Allora, cosa hai scoperto?- La domanda di Alberto salvò Stefano dal piccolo gorgo; mise a fuoco la rassicurante figura dell’amico, seduto accanto a lui sul muretto di cinta nel giardino dell’albergo.

– Scoperto? … – Dovette, Stefano, riordinare e catalogare in un attimo pensieri pazzeschi, conclusioni incredibili. Doveva essere chiaro, preciso, niente raptus infantile. Il “vecchio” Alberto accese la sua pipa, fissandolo intenso.

– Eccolo – pensò Stefano – ora se faccio confusione sorride beffardo e, magari, mi dice…

– Sii chiaro e conciso, mi raccomando. – soffiò nel fumo Alberto.

– Gli amici del laboratorio di chimica hanno evidenziato una struttura molecolare anomala che non dovrebbe essere capace di tenere insieme neanche uno spillo. Chiaro e conciso un cazzo! – Si liberò Stefano.

– Va avanti…ho capito…va avanti.-

– All’istituto di fisica hanno riscontrato proprietà elettromagnetiche instabili, ma che trovano costantemente un equilibrio di attrazione per cui gli oggetti starebbero insieme per una sorta di solidarietà cinetica che trascende tutte le leggi fisiche che conosciamo.-

– Solidarietà cinetica?-

– Si. Reagiscono al tatto cambiando struttura e posizione degli atomi…come se cercassero un rapporto con la struttura atomica e molecolare del corpo con cui entrano in contatto…

– Un rapporto? …fantastico. – Strinse la pipa sgranando gli occhi, Alberto.

– Il raptus infantile ora ti prende, brutto stronzo – pensò Stefano e incalzò:

– In altre parole, Alberto, queste cose non sono di metallo, e sia i chimici che i fisici parlano di materia organica. Queste cose, insomma, sono vive…vive! Capisci Alberto? Maledettamente vive!-

-Lo so.- Soffiò cupo nel fumo Gissone.

– Lo…lo sai? – Farfugliò Stefano.

– Ti racconterò tutto, poi. Dimmi cosa hai scoperto nel tuo archivio.-

– La Cabala, Alberto. Per quanto ti possa sembrare assurdo, c’è una relazione tra l’esoterismo ebraico del Golem e questi oggetti.-

– Ma nell’area del ritrovamento non c’è traccia di insediamenti ebraici.-

– Questo significa poco, Alberto. Sai bene che il versante essoterico della Cabala ha prodotto, nelle aree meridionali, la manifattura di talismani ed amuleti cui le popolazioni affidano proprietà magnetiche capaci di raccogliere e portare a compimento desideri collettivi… – Statuette votive viventi…-

– Golem, appunto. Ma in un qualche punto della nostra storia, divenuti d’uso popolare, passati poi chissà come nel comportamento magico familiare delle popolazioni contadine: amuleti…talismani.-

– Non ti sembra di venire a delle conclusioni affrettate, Stefano?-

– Naturalmente gli amuleti in forma di statua dovevano essere una ripetizione che aveva perso memoria del modello: i tuoi oggetti, appunto.-

– Calma, Stefano.-

– Ho sovrapposto foto del tuo oggetto alle tipologie di artigianato magico in area meridionale…le corrispondenze sono sorprendenti; poi ho esaminato i rapporti di dimensione e figura con alcune immagini d’area precolombiana…e qui, Alberto, ho trovato una copia del reperto che mi hai inviato…

***

Si trovò in un prato immenso. Alle sue spalle avvertì una vampata di calore e vide che il fuoco, il maledetto fuoco avanzava mangiando tutto. Angela si mise a correre, altri correvano, ma sentiva al ventre la morsa della solitudine. Vedeva le cosce e i piedi nudi aggredire il terreno in un incredibile primo piano; non osava guardare avanti, sapeva che la nave era lontana, cadde

***

– Naturalmente ho telefonato ad Ezcusa in Messico – proseguì Stefano, gratificato dal raro spettacolo del volto di Alberto, rapito e sconvolto. – Pensa, stava per chiamarmi per ritrovamenti avvenuti sul litorale a sud di Acapulco di statuette con le stesse caratteristiche chimiche e fisiche riscontrate sulle nostre.-

– Ti ha raccontato – interruppe con gravità Alberto – fenomeni particolari?-

– Quali fenomeni?-

– Ha riscontrato, per esempio, stati di choc ipnotico tra il personale della sua equipe?-

– Choc ipnotico? No. Cosa stai cercando di dirmi, Alberto?-

– Immagino che tu abbia richiesto una documentazione completa sui ritrovamenti messicani: la data, il luogo esatto, le modalità.-

– Ho detto ad Ezcusa di mandare qui a Palmi tutta la documentazione. Ma cos’è questa storia dello choc ipnotico?-

– Ti ho detto di essere a conoscenza delle proprietà organiche delle statuette, anzi questa era l’unica spiegazione da dare ai fenomeni che hanno provocato e al modo stesso in cui si sono fatte ritrovare…-

– Fatte ritrovare? ! – ripeté, turbato, Stefano. Di colpo si stava rendendo conto del “pericolo” con cui aveva viaggiato. – Perché mi avevi nascosto questa cosa? –

-Solo ora ne ho avuto conferma. Vedi, ho dovuto confrontare le testimonianze della gente del posto con le narrazioni di Angela.-

– Le narrazioni di Angela? Non ti seguo…e poi, chi è Angela?-

– Hai ragione – Alberto, con gesto per lui insolito, strinse le mani dell’amico con forza, caldo, rassicurante – Ti racconterò tutto…

***

Cadde, Angela, e sentì la vibrazione sorda della terra sotto il suo corpo…

***

– Ci sono momenti – cominciò Alberto – in cui si manifesta l’inutilità della tua preparazione scientifica e ti senti impotente, disarmato, debole. E’ una fase in cui impari ad affidare a chi ti sta vicino la credibilità che gli spetta. Ebbene, uno di questi momenti è coinciso con l’inizio di tutta la faccenda. A proposito…Angela, Angela Forese è una mia giovane assistente, si è laureata con me e lavora nel gruppo da un paio d’anni.-

– Com’è? – Chiese Stefano, quasi a voler allentare la tensione o, forse, perché gli piaceva ristabilire con l’amico un piano di complicità infantile.

– Non male – disse Alberto, abbandonandosi ad un sorriso disincantato – anzi, decisamente bella, domani la conoscerai…Dio, Stefano, è così difficile raccontarti questa storia…non giocare, ti prego…-

– Parlavi di una crisi – disse Stefano annuendo.

– Già. Eravamo a un punto morto. Le ricerche su possibili insediamenti fenici in questa zona si stavano rivelando un enorme fallimento, una brutta faccenda, m’ero reso conto di essere stato coinvolto in una operazione clientelare…-

***

Angela tentò di rialzarsi, ma si aprivano abissi e lingue di fuoco. Prese rapida il suo idolo, lo sollevò… ed urlò… urlò oltre l’umano, oltre il corpo…

***

Da una finestra al primo piano dell’edificio un bagliore intermittente, come un fascio di luce impazzito, inondò il giardino in uno con un urlo prolungato, folle… Trovarono Angela raggomitolata sul pavimento, nuda, raccolta, ma con le braccia tese e, fra le mani, una statuetta simile ad un ostensorio.

– Ancora – disse Alberto – ancora. E’ come una droga!-

-Faime…faime…rama nama dum – sillabava Angela tra le labbra di ghiaccio. La statuetta brillava, creando nebbiose oscillazioni visive…

– Cos’è? …Cos’è? – Urlò Stefano. Non ebbe risposta. Rapido e deciso, come solo chi sa cosa è necessario fare, Alberto prese da terra un contenitore metallico e, con dolcezza, si accostò ad Angela.

– Angela – disse; lei assentì e lasciò che Alberto le tirasse via dalle mani la statuetta, da quelle mani nervose, pulsanti, quasi perse nella materia dell’idolo. Alberto ripose l’oggetto nel piccolo sarcofago metallico e la vibrazione cessò. Tra piccole convulsioni, lentamente, Angela acquietò il suo spasmo. Alberto, che agli occhi di Stefano appariva sempre più padre premuroso, aiutò Angela ad adagiarsi sul letto, la ricoprì con lenzuola di lino fresco, le accarezzò i capelli, le asciugò la fronte poi, osservando Stefano, ancora in attesa di una risposta:

– pare che emettano fasci di particelle – disse – abbiamo provato a chiuderli in cassette di piombo. – -Io…io…ho viaggiato…con…dico nella mia valigia – barbugliò comicamente Stefano.

– Fortunatamente non sei il loro tipo. – Che vuoi dire? –

– La trance ipnotica non è indotta in chiunque le tocchi; cercano il contatto con soggetti predisposti, emettendo fasci che producono come una distorsione del campo visivo. Lo hai visto poco fa con Angela.-

– Sarebbe interessante sapere che effetto provoca il contatto.-

– E’ come una vibrazione dentro – sussurrò Angela, aprendo appena gli occhi ancora persi in un dove, in un quando indeterminati.

– Si avverte come un richiamo sonoro che avvolge poi altri livelli di percezione – intervenne Alberto – una perdita di ogni cognizione spazio/temporale. Cominciano a spuntare fuori con frequenza inaudita, la gente del paese, qui, comincia ad avere paura…

– Anche io ho paura – ansimò Angela.

– Starò con te, stanotte – carezzò Alberto con voce grave.

– Posso fare qualcosa io? – Intervenne Stefano, ma la lieve negazione che apparve sull’increspatura delle labbra di Alberto lo fece ritrarre e, quasi, intimidire.

– Va a dormire, mi pare che anche tu sia molto stanco…domani…domani ti metteremo a parte di tutto, magari ti mostreremo il luogo del primo ritrovamento.-

-Ho capito. Buonanotte Alberto…buonanotte Angela…- Angela sorrise lieve, socchiudendo lo sguardo e le labbra in un atteggiamento di languida divertita curiosità.

– Ci conosceremo meglio domani – sentì di dire Stefano prima di uscire. Chiuse la porta della stanza , Stefano, badando bene di fissare nella sua retina quel volto enigmatico, mosso…Era bella…rara… una piccola anfora tremante.

***

Dal diario di Stefano Cruzzi, 2 maggio xxxx.

Quanto siamo disposti a mettere in discussione tutta la nostra storia, per intero, i piani del nostro vissuto, in una notte? Dalla terra spuntano segni che irridono gli equilibri della scienza e della norma…Il mare ha restituito la tessera centrale di una memoria che ci spossessa… E’ un gioco? E’ il ribaltamento a ritroso delle tessere di un domino? Ed io, noi, che numero siamo? … appunto personale: Angela, resterò ancorato ai tuoi occhi.

***

Gennaro Ristori, giovane di bottega, lasciò all’alba i suoi pani caldi di forno e s’incamminò verso casa, semidormiente, lungo il litorale…Avvertì la vibrazione dopo un centinaio di metri, come una musica tesa che lo portò d’istinto verso il mare…

– Cu è ca canta? … Madonna! Focu mio, focu ca me piggliau! –

Lì, sulla battigia, la statuetta rosso fuoco lo chiamava…lo chiamava e Gennaro si avvicinò e l’afferrò in una presa spasmodica ed i contorni di tutte le cose si fecero distorti…

***

Stefano attendeva Angela ed Alberto nella piccola hall sorseggiando un caffè poco bevibile, comunque caldo e concreto.

La sua mente era confusa e vaga nell’affastellare ipotesi, timori, baloccandosi nel gioco dell’attesa di novità incredibili. Non si aspettava certo di trovare in Calabria un così radicale mutamento alla prospettiva dei suoi studi, delle sue credenze. Amuleti viventi, radioattivi! Non il prodotto di fantasie mitiche popolari, giochi di un’umanità primitiva e poetica, ma il segno vivente di un’incredibile magia o, ipotesi ancora più sconvolgente, la traccia di una civiltà giunta nell’evoluzione sino al potere del recupero di facoltà mentali assolute…

-Forse è meglio tenere un atteggiamento più distaccato, non ti pare?-

Angela era seduta di fronte a lui, appariva stanca, dolcemente stanca.

-Forse- ripeté automaticamente Stefano, emozionato più di quanto volesse, incapace di cogliere la sostanza di quello strano sentimento che gli incuteva ora Angela. Stefano avrebbe voluto porre domande, indagare, ma si impose il silenzio, si impose d’osservare e di scrutare con discrezione e una punta di timore.

Angela rimestava lo zucchero del suo caffè col fervore distratto di un chimico.

-Se puntiamo il nostro sguardo sul liquido ci sembrerà di vedere galassie- disse Angela con tono serio, caldo. Stefano fissò la sua tazza vuota. Gli stringeva il cuore quella strana creatura che avvolgeva spire cosmiche nel caffè con un cucchiaino di stagno.

-Si fredderà- disse, sentendosi immediatamente banale.

-Già- rispose Angela- è la mania di sfidare continuamente l’abisso- e prese a sorseggiare il suo caffè.

-Ti va di parlare di quello che è successo stanotte?- azzardò Stefano, pentendosi d’aver provocato in lei un leggero irrigidimento- volevo dire… in somma aiutami a capire.

-E’ come la solitudine- disse Angela con una punta di vaghezza- come nebbia negli occhi…con un gesto disperato apri le mani e stringi la cosa e ti incammini contro i fatti reali… allora vedi aprirsi un baratro nel tempo…alle tue spalle lo zero, davanti l’angoscia di uno spazio/tempo infinito…senti la memoria spossessata ed è lì che urli, urli ma non lo fai con il tuo corpo e… l’urlo è il segnale di un dubbio inaccettabile, il tuo io esplode… ne avverti progressivamente l’assenza imminente, disperatamente cerchi di arrestarne il defluire, poi, di colpo, accetti il cambiamento e sei un altro, in un altro tempo, in un altro luogo e, dappertutto, immagini di morte…-

Ansimava fragile,come avvolta nelle spire cosmiche del suo caffè, e Stefano si rese conto di stringerle forte le mani, forte fino a farle male.

-Ecco Alberto- si rilassò Angela- ti portiamo sul luogo del primo ritrovamento.

***

Dal mare giungevano segnali.

Indecifrabile, impercettibile senso di malessere. Stefano fissò la baia come volesse stabilirne contorni diversi, come volesse dar corpo e sostanza all’ansia che quel luogo gli trasmetteva. Scrutò Angela e notò anche in lei i segnali di una forte eccitazione repressa. Alberto invece era cupo (o almeno Stefano lo vedeva tale), cupo e teso come il cielo che incombeva sulla baia. Uno strapiombo roccioso che spezzava, di colpo, la dolcezza della costa sabbiosa. Un sentiero di fichi d’india e di sterpaglia assolata scendeva verso il fondo, unica via di accesso per bagnanti avventurosi ad una minuta fettuccia di spiaggia che solo ora Stefano intravedeva…giù, giù, in fondo, verso il mare lungo la parete di roccia per un incerto sentiero… giù, giù, in fondo…il mare e il vento caldo agitato come da un piccolo vortice…

-Dietro quello spuntone di roccia…- indicò Alberto.

***

Dal diario di Stefano Cruzzi., 10 luglio xxx,Palmi.

Portato tutto a Napoli. Organizzare il materiale, mettere in ordine pensieri, appunti:in Italia:

Calabria, Palmi: entroterra e litorale(marzoxxxx)

Sicilia- Etna. Versante sud (maggio xxxx)

Campania- Litorale di Cuma (giugno xxxx)

Sud America: Messico- Puerto Escondido (marzo xxxx) Perù- ……. (aprile xxxx)

Haiti ……… (maggio xxxx)

Notizie di ritrovamenti in Iran, in Libano, in Libia, in Egitto, In Grecia. Notizia ieri di quest’ultimo ritrovamento. Verificare l’eventualità del privilegio del bacino mediterraneo e la Koinè mitica di tutti i luoghi in cui l’evento si è verificato. Ad un primo esame gli “oggetti” sono coevi. Datano circa 35.000 anni (la datazione è incerta , reagiscono in maniera instabile al bombardamento del carbonio 14).Permanenze di civiltà primordiali, lì dove sapevamo, ma non “quando” sapevamo.

C’è un sequenza logica nel tempo dei ritrovamenti.

Ipotesi:

Casualità (la escludo).)

Esito sincronico di diverse ricerche parallele (improbabile).

Precisa volontà e programmazione degli “oggetti” (ipotesi di Alberto). Se Alberto ha ragione è terribile.

Un orologio spazio/temporale è scattato sull’ora zero. Chi lo ha programmato? O, chi lo ha attivato? E soprattutto, perché?…Perché?

***

Antonietta beccò l’oggetto mentre esaminava lo stato di salute dei broccoletti nel piccolo orto messo in opera a ridosso del tempietto ai piedi dell’ acropoli di Cuma. Ignorava, naturalmente, Antonietta la divinità cui la piccola costruzione era dedicata; dovevano averla ignorata, del resto, o, quantomeno, rimosso anche gli esperti della soprintendenza visto lo stato di abbandono in cui versava quella permanenza archeologica.

La donna aveva favorito quella “dimenticanza” evitando, accuratamente, di estirpare l’intreccio di sterpaglie, rovi ed erbacce che, di fatto, avevano reso il luogo inaccessibile.

Antonietta era fiera di quel piccolo orto; per lei era assurto a simbolo di una significativa vittoria nei confronti del marito ,timoroso di infastidire le autorità che gli avevano concesso l’uso d’una abitazione in tufo all’interno degli scavi ed una saltuaria guardiania arricchita dalle mance di studiosi improvvisati e turisti.

Gaetano De Simone era un uomo assai piccolo di statura, dall’occhio vivace, ma un po’ acquoso proprio di chi ama la libagione bacchica; Antonietta, dal canto suo, era una sorta di virago, scassata rimanenza di una bellezza mediterranea sfiorita assai presto. Il brav’uomo s’era lasciato convincere quando ‘Ntunetta gli aveva incontrovertibilmente dimostrato la totale esclusione del tempietto dal percorso degli scavi. L’occupazione era poi stata completata, di comune accordo, con una invalicabile recinzione abusiva.

Antonietta, come era suo costume per le novità che non aveva del tutto verificato, tenne all’oscuro Gaetano a proposito dello strano ritrovamento avvenuto, in condizioni inquietanti, ai piedi dell’antica ara del tempio. Era accaduto all’imbrunire mentre la donna stava controllando, ad una ad una, le foglie delle sue insalate. Dalla natura incolta che avvolgeva la struttura sacra era giunto come una sorta di sibilo, un piccolo vento che dall’interno s’era messo ad agitare le erbe e i rampicanti , s’era infilato oltre i rovi colpendo freddo ed inatteso il volto segnato di Antonietta chino sulle verdure. Per quella donna la paura si trasformava, sempre, in una sfida. Armata solo delle sue mani toste, si fece strada in quella giungla domestica ed entrò oltre il pronao, nella saletta centrale e, lì, nel controluce del tramonto che sembrava avere bagliori più intensi vide la cosa. Non si perse d’animo, avvolse l’idolo in un vecchio straccio che adoperava come grembiule e gelosamente lo nascose in un angolo del capanno degli attrezzi. Alle prime luci dell’alba, lei, la prima ad alzarsi, l’avrebbe studiato più attentamente ed avrebbe riflettuto su cosa farne e, soprattutto, su cosa ricavarne.

***

Il mago di Torre Annunziata, Il Grande David, come amava farsi chiamare, spiritò gli occhi più che poté fissando la reliquia che si ergeva al centro del tavolino di finto mogano. Di fronte a lui, stravolta al limite della crisi, Antonietta. Il rosso e il nero dominavano quell’ambiente bizzarramente illuminato dal basso, vibrazioni new age un po’ casarecce erano diffuse da piccoli gracchianti altoparlanti recuperati da David , in uno con l’impianto, in una grandiosa svendita nella vicina Castellamare.

Era una baracca a ridosso della infrequentabile spiaggia di Torre, forse un vecchio capanno di pescatori.

Sta di fatto che Peppino Rovina, in arte il Grande David, l’aveva rilevata da una coppia di zingari con suppellettili e annessi per la somma di cinquecentomila lire. Poi pennelli, colori e stoffe del mercato di Resina avevano fornito la materia della ristrutturazione “magica”, compresa la scritta fluorescente che appariva all’ingresso della baracca:

Il GRANDE DAVID. ESORCISMI E FATTURE BENIGNE.

David/Peppino alzò lo sguardo intenso verso Antonietta e prese ad armeggiare scongiuri in una lingua che lui affermava essere aramaico, poi, di colpo, afferrò la donna per i polsi e prese ad inveire:

-Tu, donna, confessa il commercio con il male. Perché chiami Volto Santo questo demone cornuto? Tu dici di aver visto il Salvatore nelle fiamme dell’inferno. Io scaccerò da te il demone che ti ha condotto alla bestemmia! Kirie, Kirie! Tocca, ora! …Tocca!… E rinnega l’idolo!

-Urlò, Ntunetta, disperata, cercando di liberarsi, sapeva che toccando l’oggetto sarebbe accaduto di nuovo.

-Tocca, donna! Non temere, tocca!-

Con uno strattone il Grande David impose le mani sgranate di Antonietta sull’idolo. Spasmi e tremore diffuso.

-Ecco, vedi, la fattura è scomparsa…rilassati donna, ti darò l’alone protettivo…-

Profondo il turbinio incandescente prese a salire in vortice, Antonietta lo riconobbe, ma non riuscì a staccare le mani dall’oggetto.

-La mia forza è su di te- millantava David.-

Antonietta prese ad urlare per il gran fuoco dentro. A quell’urlo il mago ridivenne il povero Peppino Rovina ed impallidì. Non aveva mai udito la vera voce del demonio. Ora il male gli era di fronte con gli occhi di brace ed il rantolo selvaggio…

Il terremoto arrivò improvviso squarciando il pavimento della baracca e, dallo squarcio, le fiamme. Goffo, nel suo turbante di pezza, Peppino Rovina, in arte il Grande David, tentò il suo primo, vero, eroico esorcismo: incrociò gli avambracci in segno di croce, ma fu inghiottito con Antonietta, mentre intorno esplodeva l’inferno.

***

La notizia dello strano terremoto di Torre Annunziata arrivò a Stefano attraverso il giornale radio delle otto, sua solita radio sveglia. Un terremoto bizzarro, di superficie, con un raggio d’azione non superiore al chilometro. Distruzione totale all’epicentro, durata sette secondi, nessuna replica. Decisamente bizzarro. Stefano avvertì uno strano senso di malessere. Decise, allora di chiamare Alberto, chiedergli, magari se non era il caso di andare a dare un’occhiata. Senza avvedersene compose il numero di Angela. Se ne rese conto quando avvertì nella cornetta l’inconfondibile voce roca di Emma Forese, la madre.

-Fa niente- pensò- meglio così.-

-Angela è uscita presto stamane, dottor Cruzzi.-

-Sa dirmi dove è andata?-

-A Torre Annunziata, con il Professor Gissone, sono partiti alle cinque, non so altro.-

-Mi basta la ringrazio.- Stefano attaccò, gelido, la cornetta, preso dal sentimento dell’esclusione. Non era la prima volta che gli capitava quando c’era di mezzo Alberto.

***

I camion dell’esercito, sparsi sulla spiaggia nerastra, davano allo scenario una natura irreale, in uno con la sfocatura data dall’escursione termica e dai tubi di scappamento. Stefano non sapeva esattamente cosa aspettarsi, tuttavia provava la netta sensazione da “soglia dell’orrore”, come era solito lui definirla, ed i passi verso questa soglia erano scanditi, sempre, da una forte e ritmica pulsazione alla bocca dello stomaco. Nausea imminente.

Angela!- pensò forte- Angela!…- Aprì la portiera dell’auto e fece per scendere,

-Ero sicura che ci avresti raggiunto.-

-Angela!-

La nausea si ritirò nel suo ripostiglio mentale.

***

In silenzio, tra lo scalpiccio dei loro piedi sulla nera sabbia ed il rincorrersi delle voci di richiamo, Angela e Stefano sfioravano l’agitarsi convulso delle tute mimetiche dei genieri; strumenti di rilievo apparivano sparsi, come a caso, avvolti in un fumo denso ed acre. Il ritmo della pulsazione d’orrore apparve di nuovo e Stefano volle stringerle la mano, stabilire un contatto disperato cui Angela rispose con il palmo della sua mano e gli occhi struggenti.

-Ecco! È laggiù.-

Seguì, Stefano, la direzione di quel caro braccio teso e vide…

Un’enorme voragine ad una cinquantina di metri dalla battigia emetteva volute di fumo che assumevano una strana contorsione a vortice.

-Paolo e Francesca- si sorprese a pensare, stupidamente, Stefano e stava quasi per attaccare, tenero, “Amor a nullo amato”… quando…

-Anche lei qui?-

La profonda ed autoritaria voce di Lugo, direttore dell’Ossevatorio vesuviano, lo strappò via dal languido universo dantesco.

– Gissone, glissiamo pure sulla tua competenza in una faccenda come questa, ma addirittura disporre per l’arrivo di nuove attrezzature, senza neanche consultarmi, andiamo, mi pare eccessivo e, te lo ribadisco, decisamente scorretto!-

La figura di Lugo era sempre piaciuta a Stefano; era uno di quei tipi umani scolpiti nella pietra, dotati di una sorta di eterna giovinezza che donava loro un naturale carisma, era insomma per Stefano una di quelle “superiorità” accettate con fiducia.

Era ovvia, l’evidente, seppur non scomposta, ostilità che Peppe Lugo stava ora esprimendo ad Alberto e che aveva espresso a Stefano risvegliandolo dal suo dolce orrore. Un archeologo ed un antropologo sul luogo di quella che, ancora, appariva come un’espressione tellurica dell’area vesuviana, una visita che in un simposio sarebbe apparsa cortese, anche se irrituale, ma nel pieno di una crisi!

-Sai bene che non è il mio stile- ribatté Gissone stringendo forte con il pugno il fornetto della sua pipa- ma ti assicuro che il tempo stringe e che se non lo troviamo , può succedere ancora e… peggio!-

-Peggio cosa?!- farsettò garrulo il colonnello De Ritzis- una bomba, forse? Lei, dottore, sembra molto informato su quanto è accaduto qui questa notte. Parli chiaro, forse più che il Geiger servono gli artificieri.-

No!…No!- spazientì Alberto. Un cenno d’intesa ad Angela, che tirò fuori dalla sua cartellina le foto degli idoli.

-Ecco-disse perentorio Gissone- con l’aiuto del Geiger potremmo trovare uno di questi.-

Ritzis e Lugo si palleggiarono stupefatti le foto.

-Vi assicuro- proseguì Alberto- che è meglio, molto meglio, se siamo noi a rintracciare uno di quei “cosi”, prima che sia lui a farsi trovare.-

-Farsi trovare?!- cantilenarono il militare ed il vulcanologo.

-Farsi trovare!- maramaldeggiò Stefano emettendo una risatina nervosa, molto simile ad un grugnito sommesso.

-Ma siete impazziti?- Sibilò Lugo senza ritegno- che merda di scherzo è questo?-

-Magari fosse uno scherzo, Peppe. Hai una qualche spiegazione per questo fenomeno?- Chiese serissimo Alberto.

-No!- Ammise Lugo, colpito dalla determinazione del collega archeologo, un tipo che, in fondo, fraternamente stimava- Proprio no!- ripeté grave- non ancora, almeno.- -Via dottore!- Ironizzo, fuori luogo, De Ritzis- capisco che per un archeologo sarebbe un bel guadagno se le statuette si facessero ritrovare spontaneamente…-

-Gli idoli sono radioattivi e di natura organica- s’indurì Alberto, mostrando la relazione dell’Istituto di Fisica che Angela, premurosamente, gli aveva già passato…

***

-E’ qui…- soffiò Angela.

Dalla voragine, urla e urla e urla! E poi, bagliori e, con un rombo, il tremore cupo della terra.

Il colonnello De Ritzis prese a sbraitare ordini. Gli uomini in tuta correvano come impazziti, chi verso la voragine, chi fuggendone. Lugo si girò verso l’incredibile, immobile, basito, affianco a lui come a sorreggersi, caldo e amico, Alberto.

– Angela!- Stefano, rapido, aveva intuito che la premonizione era un segno del coinvolgimento. Il ritmo delle pulsazioni d’orrore divenne parossistico quando vide Angela, sospesa in trance, sul ciglio della crepa. La raggiunse, l’abbracciò, la tenne… Lei non “c’era”. Stefano la cercò, allora, nello specchio d’abisso delle sue pupille dilatate e…

***

Rahama correva verso quella che, forse, era l’ultima nave… correva, con a fianco Nahama… si voltò, per incoraggiarne la corsa, ma tra le esplosioni di fiamma e l’aprirsi squassato della terra, non trovò tra i volti ed i corpi stravolti degli ultimi fuggiaschi, quello del suo gemello. Chi lo urtava, chi lo guardava negli occhi, stranito, chi lo afferrava per dirgli che era troppo tardi… “Troppo tardi!…” Rahama non vide e non sentì più nulla. – Nahama- pensò- è nel tempio! Non posso lasciarlo, non posso!- Strinse la tracolla di pelle, colma di idoli della memoria, i preziosi idoli dell’eterno ritorno, e prese a correre contro il tempo, contro il fiume turbinoso della fuga. Fantasmi di un angoscioso presentimento gli spezzavano il fiato annebbiandogli, per sua buona sorte, le immagini della catastrofe. Brani di incubo sulfureo gli essiccavano le narici e il petto. Saltò, con perizia disperata, squarci e voragini che si saziavano d’ altre vite…ed ebbe pietà per la sua gente…ebbe pietà per la sua specie…Il tempio! Il metallico e verde tempio dell’Eterno Ritorno era in piedi!Di colpo Rahama tornò lucido, sereno; distese le membra contratte, allungò il respiro e s’avviò, chiamando il fratello, oltre il bagliore delle colonne……Nahama!- Urlò Stefano. Nahama!- Urlò. Fra le oscillazioni cremisi di uno squarcio di fiamma Rahama vide il corpo teso del gemello masticato sino alla cintola da una piccola, maledetta bocca di terra. Lo schiacciamento dei nervi cervicali aveva trasformato il corpo di Nahama in un’agghiacciante scultura di carne; tra le mani, tese verso l’alto, l’idolo mnemonico vibrava ancora del transfert appena compiuto. Non perse l’istante, s’accostò al fratello, afferrò il prezioso lare cogliendo l’ultimo guizzo vitale dal fondo di quegli occhi sbarrati.

* * *

Riemergendo dalla vorticosa spirale dell’esperienza, nuovissima, dello spossessamento, Stefano sentì il vento pungente di sale, l’aria acre di fumo, il dolore/calore della stretta spasmodica di Angela… e vide… vide ciò che sapeva e temeva di dover vedere: Il giovane corpo di un soldato, come un’agghiacciante scultura di carne, masticato sino alla cintola da una piccola, maledetta, bocca di terra… tra le mani tese verso l’alto, l’idolo mnemonico vibrava ancora del transfert appena compiuto…

* * *

Rotoli con grafici di antichi sismi, in uno con improbabili piramidi di relazioni e fascicoli, si affastellavano nell’ufficio di Lugo, tra volute di fumo disegnate,nervose, dalle sigarette del direttore dell’Osservatorio e dalla pipa di Alberto.

Lugo troneggiava, serio, dietro la scrivania simil-mogano, osservando le foto e le relazioni che Alberto gli aveva dato in visione; Alberto era in piedi, affianco, spippando serissimo; Angela,con emozione intensa di Stefano, era accovacciata sul bracciolo dell’unica poltrona dell’ufficio, più giù Stefano lì sprofondato, attento, ma rilassato, tanto ci stava pensando Alberto.

-Idoli mnemonici, cazzo!-

Imprecò Lugo che, nello spegnere la sigaretta, aveva provocato un’eruzione di cenere e lapilli dal microvulcano che,con sarcasmo affettuoso, un qualche giovane ricercatore gli aveva donato.

-Arrivo a intendere che qualche forma di allucinazione indotta-proseguì il vulcanologo-possa provocare una convulsione, uno spasmo, ma l’apertura di una voragine!Che la reazione molecolare innescata dall’idolo, come dite voi, dal sistema nervoso periferico raggiunga i centri sensoriali del cervello, ammettiamolo!Ma i movimenti tettonici non sono e non possono essere governati da un corto circuito mentale, non possono!…-

-Eppure è così.-Sereno, come sempre, interloquì Alberto.

-Angela ed io abbiamo visto-intervenne Stefano-…sentito…quello che è accaduto a quel povero ragazzo, il soldato…accadeva, o, meglio, forse è accaduto da un altra parte, chissà dove…

-o chissà quando- disse Angela…

-Dove?Quando? Ma di che stiamo parlando? Non c’è un solo dato concreto, solo supposizioni…-

Più che spazientito, Lugo aveva dato, a quest’ultima considerazione, un tono angosciato, sospeso, interrogativo…

-Il punto è che non si tratta di una semplice interferenza tra la mente e la materia circostante…vedi Peppe – disse Stefano- qui è messa in gioco l’esistenza stessa della mente, almeno come l’abbiamo sempre intesa…voglio dire, ecco, della mente individuale…

-E’ così-sospirò Angela-io, quando sento,non sono sola, è come se appartenessi ad un gruppo, una comunità…

-Già, abbiamo a che fare con dei Lari che non si limitano a rappresentare la memoria, ma lo sono…Il problema è: perché? A che scopo?-

Tutti osservarono Alberto che, grave e leggero come sempre, aveva esplicitato la domanda, semplice e terribile : perché? E, soprattutto, chi? PAGE µ16§

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9 thoughts on “Memoria (continuiamo a giocare coi generi…)

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