Ancora riflessioni sul rito e le origini

il limen tra il visibile e l’invisibile è dunque la porta, il sipario, attraverso la quale entrano solo i fantasmi che possono essere gestiti, ripresentati in maschera, ricantati in una melodia e in un ritmo che ne comanda i fremiti, le voci. È qui che si intreccia il filo diretto tra il mito, la simbologia che ne deriva e le icone di rappresentazione che ne nascono, è qui che vibra la membrana sottile tra la natura, il sacro, il rito e la performance. La spazialità della scrittura, di cui parla Derrida, si confonde con lo spazio occupato dai corpi danzanti e vocianti che transcodificano in forme visibili l’oscuro racconto condiviso dal gruppo. Oscuro perché non proviene dai territori della conduzione quotidiana, pure obbiettivo di miglioramento nelle azioni rituali, ma dall’incombere di presenze invisibili provenienti dall’ombra della memoria collettiva. È dall’ombra, appunto, che il corpo attante trae la sua energia, con un meccanismo non dissimile al sonno ristoratore che il vegliante affida al dormiente quando questi inizia il viaggio nella zona onirica. Questi, direbbe Eraclito, sono i tortuosi sentieri di conoscenza dell’anima, l’arte performativa delle origini percorre questi sentieri. Ciò che canta, danza, recita è l’essenza stessa delle cose nelle multiformi e variegate estensioni della natura e dei corpi viventi che ne occupano lo spazio in un’indistinguibile simbiosi. Ciò cui tende la rappresentazione rituale è, dunque, il ricongiungimento – riconoscimento dell’umano col naturale, ciò cui tende la performance che ne consegue è l’approdo all’origine prima. È questo il senso corretto per intendere il sovrapporsi della cavità teatrale alla cavità orale, proposto da Scheckner, laddove l’etimo dell’oralità è chiara allusione non solo al vano d’espirazione del canto e della voce, la bocca appunto, ma al percorso che compie l’emissione dal ventre diaframma sino alla cavità orale: dall’ombra sotterranea del corpo sino al vano d’apertura , di contatto con l’altro, con l’esterno. Questa ovvietà fisiologica nell’atto performativo si sottrae ad ogni automatismo inconsapevole per divenire, di fatto, viaggio consapevole verso l’origine, verso il ventre-diaframma dell’essere. …(la madre oscura)……

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20 thoughts on “Ancora riflessioni sul rito e le origini

  1. su questo tema del ‘fantasma’ io non riesco mai ad essere perfettamente concorde con te, Franz. Forse perché non riesco a concepire nulla che sia fuori la tangibilità, non so spiegarmi bene. Io l’ombra la riporto necessariamente a una ‘presenza’, a un esserci, indipendentemente dalla vicinanza o lontananza, assenza, delle cose. Ma è un discorso complesso in cui c’entra, forse, anche una mia prospettiva poco religiosa in un senso di ‘credenza’, non so. Però si, rileggerò quello che hai scritto con più lucidità perché è indubbiamente interessante e affascinante oltre quello che può essere il pensiero di te come ‘autore’ di questo brano.
    ti auguro una serena serata.
    Il commento non è a contrasto, ma vuol essere solo un confronto e un’eventuale aggancio per commenti d’altri avventori
    Non possiedo verità, lo preciso sempre.

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  2. In sostanza e correggimi se sbaglio, parafrasando un concetto di Ernesto De Martino l’opera di poesia o arte (con cui intendo il rito di cui parli tu) sarebbe il medium con cui si “riplasma in voce universale” e visibile l’oscuro?

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