Famme fesso

E che sfaccimme, te fa’ accussi’ paura,

te fa’ accussì paura sta carne stanca?

E cche te po’ fa’ cchiu’ si sta luntana?

Essa allucca e tu te ne fuje  e nce faje silenzio.

Fance, si te vene, nu sorriso e’ compiacenza

nu m’allicordo sfezziuso

e’ quanne te faceva aderenza…

Nun te vene? E famme fesso,

tanto nun te po’ veni’ ncuollo, adesso.

 

TRAD. IT.

E che cazzo, ti fa così paura,

ti fa così paura questa carne stanca?

E che ti può far più se sta lontana?

Lei urla e tu fuggi via e gli fai silenzio.

Falle, se ti viene, un sorriso di compiacenza,

un “mi ricordo” divertito

di quando ti faceva aderenza…

Non ti viene? E fammi fesso,

tanto non può venirti addosso, adesso

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57 thoughts on “Famme fesso

      1. E Giovan battista Basile? Dove lo mettiamo? La sua lingua ricca e ridondante è di una modernità devastante…e Peppino Patroni Griffi? E Eduardo? e gli anonimi dal trecento al seicento?

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      2. Del resto l’operato dell’ abate Galiani va menzionato.
        Pubblicando nel 1779 un trattato sul dialetto napoletano e un vocabolario del dialetto napoletano, uscito postumo si sforzò di elevare il dialetto napoletano a lingua del Regno di Napoli (pubblicò ).

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      3. Facendo salva la differenza già tra il napoletano parlato al centro e quello delle periferie ( per non citare il salernitano che sennò sconfiniamo, o il cilentano che pare sia più simile al tuo dialetto che al mio), dobbiamo dircelo: allora come oggi, mi risulta che manchi una grammatica storica e della parlata viva.
        O no?
        Dal volgare del ‘300 e del ‘400, nelle opere originali del ‘500 e del ‘600, comprese le opere del Basile e del Cortese ( tu sai autore della “Vaiasseide”), il napoletano dobbiamo riconoscerlo non è proprio la parlata viva, Franz, bensì un mix, un “melting pot” con la lingua letteraria e latineggiante.
        Mi risulta, non so a te, che solamente nel teatro comico del ‘700 e ‘800 il dialetto viene scritto con maggiore fedeltà. Il movente è comprensibile: rendere più immediata la comprensione agli spettatori.

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      4. e tu a chest’ora vuoi aprire un dibattito così complesso?… hai ragione ma ci dobbiamo tornare a mente lucida… ti dico solo un nome che nel teatro realizzò la purulenza esilarante del parlato : Antonio Petito… ci ritorniamo su con calma

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  1. “Nun te vene? E famme fesso,
    tanto nun te po’ veni’ ncuollo, adesso.”
    Canto bello davvero.
    Mi dà emozione.
    Canto bello bello, sì.
    Una nota amara e una lieve.
    E poi la tua straordinaria lingua, il napoletano.
    Una buona notte per te che… vada lieve “oltre” verso un libero sentire, Franz.
    Complimenti.
    Gelsè

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    1. “tanto nun te po’ veni’ ncuollo, adesso,”
      Oh, come apprezzo questo tuo verso.
      Non è possibile renderlo in italiano, no.
      Deve rimanere così come è stato scritto e non tradotto. 🙂
      Gelsè

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      1. Sì, ma il fiorentino parlato, lo sai sicuramente, è diverso dall’italiano parlato oggi. Molte parole diverse, la gorgia, la “t” pronunciata un po’ come in inglese, ecc. Lo parlo perfettamente (ahimè anche troppo) ma scriverlo è un problema.

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      2. Certamente, la musicalità del napoletano è nota e ne risente positivamente anche la poesia. Nel mio idioma invece le canzoni sono “rare” e le poesie idem. Mi accontenterei comunque di scrivere poesie in vernacolo almeno a un livello dieci volte inferiore a come le scriveva il Lorenzini. In effetti non abbiamo una grande tradizione a differenza ad esempio del dialetto romanesco.

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      3. Sì, ho sentito parlare dei suoi famosi screens, ma non ho mai approfondito. Avrei voluto assistere alla prima di un’opera di Ibsen (non ricordo quale) che si tenne a Firenze nei primi anni del ‘900 con la grande Elonora Duse solo per vedere le sue scenografie (scusa il ritardo ma ieri sera sono dovuto uscire)

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