Navigare sfinito

Mi insulta il tempo vano del mio delirio,

questo ansimare di bestia senza tregua

nel perimetro claustrale di una misera gabbia.

Sogno fughe da nulla oltre i confini del gelo

e il cromatico talento dei miei voli astrali

altro non è che misura di febbre dei miei mali.

Sono dannato a solcare, in perenne veglia,

il mare del nulla, avvolgendo, attorno alla chiglia,

il tessuto, strappato a singulto,

di versi sdruciti, pallidi e senza meraviglia.

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62 thoughts on “Navigare sfinito

    1. Perdonami se non sento l’aspetto “tematico” di questi miei versi. Li ho cullati con cura e affanno perché fossero specchio (in)degno del mio stato. Affido loro il ruolo di distaccarmi, per un po’, dal duro peso del “mestiere di vivere”…Non voglio disquisire del nulla (che pure è un mistero che incombe su noi) …voglio solo cantare libero il mio piccolo dolore. Grazie dell’affettuoso commento.

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      1. Non ho niente da perdonarti. Sono io che non vedo oltre le soluzioni dolorose del mio canto e, come avrai notato, ho avvertito la cura affettuosa del tuo commento. Non intendevo certo banalizzare la tua riflessione che ,anzi, con forza, intendeva aprire spiragli di luce nel mio canto oscuro… Se avessi la piena consapevolezza “tematica” del mio dolore forse me ne sarei già liberato…questo intendevo dire con la mia risposta al tuo caro commento… ma la scrittura non è mai chiarore e biancore di intenti, non basta mai… spero d’essere riuscito a dire cosa realmente intendevo. 🙂

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  1. D’esser disillusi d’un verso è alle volte la cifra che c’indispettisce: ci vorremmo naviganti con costrutto a dispetto del vano flottare delle ragioni, proprio a sostegno della giustizia della fantasia. Ma così, a volte, non è. Allora è nell’ordine delle cose che anche si langua per versi…
    Un caro saluto

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  2. È vero, questo ci leggo, la vera gabbia è quella di non potere liberamente dare sfogo ai nostri deliri. Senza obblighi né consuetudini ma liberi come gli animali che non si impegnano mai definitivamente in tutto quello che fanno. Se io potessi realizzarli i miei deliri non sentirei questo senso di oppressione che mi stringe il petto. Un saluto caro Franz.

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    1. A te cara Profumo, e al tuo aver voluto entrare nelle pieghe del mio delirio versificato…da una qualche parte scrissi :” Allora evviva questo delirio se posso finalmente dirle queste sciocchezze!”…lo urlava, alle soglie della fine, un personaggio di una mia operina.

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  3. “Sogno fughe da nulla oltre i confini del gelo
    e il cromatico talento dei miei voli astrali
    altro non è che misura di febbre dei miei mali.”
    Apprezzo molto questi tuoi versi e… tutta la tua poesia compreso il titolo che è molto potente.
     – Oh, distaccarsi per un po’ dalla durezza del “vivere” –
    Questo tuo componimento è il tuo cantare liberamente il tuo dolore…
    Io così capto.

    Un saluto caro, Franz
    Gelsè

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  4. “versi sdruciti, pallidi e senza meraviglia” io la meraviglia la vedo, invece, Franz, sta nei versi stessi.
    Il mare è immenso, ma non infinito, Ci sarà un’isola a cui approdare, magari piccina, e li vivere sereni per un po’ .
    Questa poesia così profonda, la conservo molto vicina a me…
    Un abbraccio

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  5. Solcare il mare del nulla, lo sento come il “male di vivere”, l’incartocciarsi della foglia, il falco alto levato. Scusa per questa citazione. Ma sento questo nulla nella presenza delle cose, perché deformate dalle mie ansie, dal mio dolore, e navigare nel male del nulla è come galleggiare tra le cose e vederle filtrate dal mio “delirio”, ma le vedo così e non riesco a cambiare la fisionomia delle cose. Come il volto di Dora Maar visto da Picasso proprio come lo aveva dipinto. E vedo il nulla nelle cose (perché è in me, purtroppo) come vuoto in cui si espande l’Universo. Forti emozioni per me.

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