A ché cantare…?

A ché cantare questo sdrucito

impervio tessuto stracciato?

Strappargli una perduta linfa

in nascosto sedimento abbandonato?

A ché t’affanni, poeta?

Finisci solo per far danni.

E son anni e anni snocciolati decenni

che attraversi questo deserto

tra cemento

crepe ed erbe sempre più desuete.

A ché imbellettare queste strade consuete?

Lascia che le tue rime suonino macerie

di stolide carni in respiro breve

Come stona quel tuo violino di nostalgia struggente,

quella paccottiglia di parole intime su questo niente.

Ripeti, di contro, violento,

il raglio sordo e cupo dell’asino che raglia al vento

chiuso nella pelle ruvida di fatica e tormento.

Questa è la chiave dell’umano sgomento

e sarà, forse, allora che poesia si farà

impossibile e pia…

nel dettare, vera, del mondo lo scontento.

67 risposte a "A ché cantare…?"

  1. malinconica, amara struggente, quasi un urlo muto verso un consapevole sbattere contro i muri… è vero che è così Ettore, ma la tua voce potente e leggera nuvola e tempesta non puoi fermarla, deve continuare anche se finità nella bocca degli stolti, forse ne sentiranno l’amaro sapore! bellissima bellissima! un abbraccio

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      1. wowowo sììììì ecco vedi leggere i tuoi versi, conversare con te è per me il tempo del “maglis” dicono in arabo, il tempo del piacere della mente dove i versi, la musica e le parole e anche il silenzio si fondono e diventano forza !

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      2. Che bella questa cosa del”maglis” devo approfondire… mi hanno regalato due libri che raccolgno “I poeti delmediterraneo” (comprende libanesi, iraqeni, tunisini e tutto il magreb…) le traduzioni sono di eminenti arabisti…ho cominciato a leggere….un incanto e un senso antico di vita e dolore attraversato con l’onore puro di popoli dalle profonde radici…

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    1. Canto la poesia dell’impossibilità della poesia …è in questo contrasto che si muovono i miei versi… come a dire che quel che è dolce sa di amaro e quel che amaro ci avvelena la gentilezza… la sensibilità intima, e allora vadetto, va cantato… l’ho già detto in altri momenti… l’asino che raglia è metafora terribile, capisco, ma terribile e insulso lo è anche il flebile pianto privato… va detto crudo per scuoterci e non solo per il virus come qualcuno fraintende, ma per l’evidente degrado civile e antropologico di questa civiltà in declino… ecco

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      1. Hai tutta la mia stima…ma capire qual’é esattamente la misura in questo degrado non é facile. Cruda, si, dev’essere. Ma secondo me (anche se quelli dal pianto flebile mi hanno criticata) anche di spinta positiva.

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  2. La malinconia, la solitudine, l’indifferenza della gente, fanno parte della vita di un poeta che non si pone limiti nell’espressione della sua sensibilità e sceglie sempre la contorta via del superamento di ogni confine… anche la stupidità umana. Complimenti Ettore… Meravigliosa.

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  3. Leggerti m’ha fatto venire voglia di regalarti questo mio scovazzo..del 2008. Scua!
    Poesie :
    Bianche folgori
    silenziose
    scavano aria e carne,
    legno e nubi,
    pietra e cielo,
    fiore e sangue.
    Abbagliano occhi ciechi,
    versano acqua
    per fauci riarse,
    carezzano
    con ali di farfalla
    frammenti fragili e duri
    di cristallo.
    Bussano
    timidamente,
    come onde,
    ai portali di pietra,
    agli scogli
    scoscesi,
    travolgono,
    spezzano,
    fioriscono,
    schiantano.
    Ancora,
    la poesia
    non ha voce.
    Ciao, e grazie!

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