Il mio teatro.

Ho sempre sentito il mio teatro come un’esperienza d’assenza. Una soglia d’accesso a corpi prossimi ad una consistenza provvisoria. Sarà il senso del sacro, quel rituale che condensa anime evocate fin dalla notte dei tempi. Sarà per questo che i dialoghi son solo superficie di altre densità nascoste, singulti spezzati sull’ abisso di un prossimo svanire. Chiedo sempre agli attori di negarsi, di produrre toni tra il sussurro e l’urlo spezzato…già nel reale c’è troppo parlare spento…in teatro il suono s’articola come un ché di deviato, deformato…quasi un’eco d’altrove. per questo forse spesso cerco di invadere per la scena luoghi desueti…territori di macerie e d’abbandono più che sfarzosi teatri e comode poltrone…sarà l’ossessione del viaggio, stanze di un poema sempre in cantiere dove ciò che si sente e si vede si sa che può in un istante svanire. Ombre, si, ombre…lemuri… Chi ha visto le cose che ho proposto in archivio un’idea può farsela…è come se invitassi l’astante a cercare tra le ombre il suo doppio…quasi un richiamo a farsi assorbire nello spazio/tempo prodotto dalle presenze e dai suoni (vedi “Il teatro sommerso” o ancora “Viaggio nelle viscere” o il notturno magico di “Un sogno bruscamente interrotto” o, da ultimo e recente l’esperienza di “Benevento città teatro” o, ancora “Il pozzo di sangue” che attraversò cortili di conventi e masserie dei luoghi sacri del Nolano). Il mio teatro cerca l’indistinzione tra l’attante e l’astante (vedi qui la categoria “Il cerchio di fuoco”) voglio che sia per tutti una porta per l’altrove in continua frizione con il mondo accanto, una metonimia del tempo/spazio, una chiave, un punto d’accesso. In questo la musica ha un ruolo non irrilevante, come da ultimo (vedi “Li farfalle de ghiaccio” o l’operina in cantiere “Anime anfibie”) la strutturazione in versi del parlato…un ritmo del dire che impedisce l’assuefazione al quotidiano fornendo all’attore e allo spettatore la via per “un altro da sé” un dire che tende al collettivo più che all’intimo di un personaggio immerso nella mimesi di una realtà possibile e simile alla nostra. Comincio a parlarne qui e vi tornerò in altri passaggi se da voi stimolato.

30 risposte a "Il mio teatro."

      1. pensa che Tasso a ridosso della rappresentazione immaginifica del “Giardino di Armida” ne la Gerusalemme fa dire ai lemuri che si propongono ai cavalieri che vogliono salvare Rinaldo “è un ecco, un sogno, anzi del sogno un’ombra” e siamo alla stessa altezza di tempo dell’ Hamlet… sorprendente vero? Quasi una traduzione del passo che ti ho proposto. 🙂

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      2. 🙂 uno splendido e impervio vagabondare oltre la regione conosciuta, ai margini della luce… solo così ci si può avvicinare a quel mondo irrappresentabile che solo la musica riesce a produrre…nenia in ritmo, un dire sospeso… frammenti luccicanti di cosmo per corpi smarriti.

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  1. Il teatro accussì inteso è ll’anema ca nun se scolla maje. Non si può fare altro che trasì nei vicoli e nelle piazze millenarie di ieri e di oggi. Quella sorta di evento straniante e carsico che ci appare sul palco, ovvero quello che è depositato, che esso provoca, inevitabilmente, e non è affatto estraneo lo spopolamento di questi mesi, tra ciò che è dentro e fuori, un fuori che ci lacera sempre che si muove tra la materia dei corpi e l’assenza presenza. E le voci devono evocare l’animale acquattato in noi, specie nei momenti in cui il silenzio ci guarda in faccia e ci lacera.

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      1. Leggo tra le righe, chesta ‘a cosa necessaria e pe te vitale , ca va oltre la salute fisica, ca te staje repiglianno, pecchè tra sogni, fitte del cuore e altre opere, sfruculianno, ti attendono.

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  2. Caro Ettore attraverso racconto di come senti e metti in atto il tuo teatro, percepisco questo “paradosso” , non mi fraintendere, di espressioni portate all’estremo sia nel sussurro che nell’ urlo . Posso solo dirti che il tuo Teatro è soggettivo ma nell’andare oltre dal sé forse si può andare profondamente nel sé . È proprio in quel sé profondo c’è l’essenza, tra luci e ombre. Emozioni e sentimenti che ci portano lontano e vicino all’universo uomo . Uomo assai piccolo di fronte a Gaia, ancor più piccolo di fronte alla via Lattea eppure Sole e Luna , Terra Acqua Fuoco e aria, grande nel vivere profondamente dentro l’essere che inevitabilmente ci imprigiona. La nostra infinita finitezza.
    Forse non capito nulla , magari non sono riuscita a comunicarti la mia percezione . Ho seguito il mio sentire con “l’immaginazione” che vive in me . Sii ambasciatore di te stesso. Grazie 🙅

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  3. Mi verrebbe da dire che questo dovrebbe essere il teatro, specchio dello spettatore. Mi sono fatto persuaso, nel tempo, che però qualsiasi atto creativo, in ogni forma d’espressione artistica, o appartiene pure allo spettatore – che, dunque, o possiede certe qualità dell’anima, altrimenti, via, in fila alla cassa – oppure, allorché conduce all’opera compiuta, ne definisce il de profundis. Dunque, l’opera compiuta è la lapide funeraria dell’atto creativo e l’artista è un procacciatore di cadaveri per il necroforo. Ma se l’arte è vita, si mantiene nel tempo, col gioco di rimandi, di specchi, la dialettica serrata tra l’artista ed il suo pubblico. Dunque, l’artista, l’attore, il poeta od il pittore, il musicista o quel che pare – i confini nell’arte sono l’aberrante circoscrizione dei cimiteri – o hanno l’impudicizia della condivisione delle proprie viscere, intorcinando budella col resto del mondo che si fa trovare pronto, oppure è solo il Narciso, che prima o poi s’annega nell’acqua mefitica e stagnante, pur lucida di specchio, del proprio ego irrisolto. Il teatro si presta assai bene, direi magnificamente, all’eversione del senso comune del pudore, alla rottura dei recinti, poiché è musica, immagine, è poesia, dunque dialogo tra frammenti espressivi. Nell’istante in cui concedi l’ingresso libero, senza passare dal botteghino, alle espressioni-esperienze collettive, pure alle macerie di Suburbia, lo rendi archetipo illustrativo del complexus, negazione dell’individuo come monade, praticamente Castro-mao-guevarismo. Così, se li hai, ti tolgono i finanziamenti.

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    1. Cazzo! Questo si che è un bel commento, amico mio! Hai colto il senso di quel che intendo con “L’arretrare all’atto del concepimento” …è in quella zona che l’astante è davvero parte dell’atto creativo…l’incompiuto è il cammino virtuoso, la zona di mezzo dove per un attimo l’ineffabile si fa presenza. (vedi se vuoi il mio ultimo dialogo all’imbrunire appena pubblicato) Grazie davvero!

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