Il senso della fine.

Ero poco più di un ragazzo quando incrociai il senso della fine. Passavo ore, in solitudine, tra quelle ch’io chiamavo “le mie montagne”…”la valle del silenzio”…”la valle dell’infinito”…Camminavo ore ed ore nella fitta boscaglia finché riuscivo a trovare un’inattesa radura ed un masso dove appoggiarmi…e ascoltavo. E il tempo andava, sospeso, sino alle soglie dell’imbrunire ,,,vento, cinguettii, richiami era il mio respiro senza domani. E compresi cosa volesse dire il “morire dei sensi” e scrissi: “Cadrò felice in un dolce funereo tramonto”…La certezza di stare in un mondo “dentro” e “parte”, quota di flusso in un flusso cui non dovevo chiedere altro che “essere”…un essere che era anche un abitare dentro l’infinito dei massi e delle montagne nel rumore dei passi che le vissero uomini e animali, assorbendo la loro fine, nel passaggio, al mio persistere provvisorio ed eterno al tempo stesso. E poi il gioco con l’eco al battito ritmico delle mie mani come a saggiare il limite del suono, un altro perimetro del “senso della fine”.

Ne “la valle dell’eco” figurai creature, ninfe dei miei sogni adolescenti…l’eros del mio piacere alle soglie dei mondi dando loro nomi nei sentieri del silenzio…lì’ nacque il mio parlare con lo stormire delle fronde, il senso dell’accoglienza nei miei passi lenti, il caro suono dello scalpiccio sulle foglie secche…lì, poco più che bambino, sentii il caldo d’amore a me vicino…

20 risposte a "Il senso della fine."

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