Una nicchia di piacere

C’è un piccolo mondo

non è cupo non è immondo,

una nicchia di piacere,

fuor di storia e di dovere.

Vi si entra di stanza in stanza

labirinto di sguardi e sospiri

e la porta è un tuo sorriso,

piccolo colore di paradiso.

Quando entro mi ci perdo

mi ci specchio di traverso

in un tempo che sa di diverso.

 

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Non si spezza, non si spezza…

Nobile sarebbe dirti:

vivi, dimenticami…

Ma il mio amore è ignobile,

abbietto, irregolare,

frenesia d’elastico teso

che non si spezza, non si spezza.

L’hai tu tagliata questa tesa corda?

Ecco che il suo colpo di ritorno

m’avvolge il cranio, il petto

ed il bacino tutt’intorno…

Di te prigione smadonno abiure,

ma non m’escono antiche ingiurie,

solo lamenti di un cristo tristo:

e m’esplode un beffardo riso

che accompagna lo sguardo

del tuo volto intriso.

 

Non credo sia vano

Non credo sia vano

dirti ti amo.

Non credo sia vano

vibrare di intenso

nell’impossibile tocco

in questo lago di immenso,

immensa misura

di sconfinata radura

di distanza, di lontananza.

Non credo sia vano

se il mio fuoco ti scalda

li’ nel tuo letto lontano.

 

Piccola sera (un pianto d’estasi)

Radente è dell’orizzonte il fascio di luce

un filo luminoso che l’anima ferisce e cuce.

Oh perché natura cosi’ ti imponi ai miei occhi?

Dolce sembianza di un corpo di carezze e tocchi,

nell’avvenir di penombra mi sospendo in essenza

e, in pianto d’estasi,

mi precipito nel tempo della tua presenza.

Piccola sera che di vita mi dai parvenza

levita, lieve, dal fondo oscuro,

un pensiero di luce oltre il muro.

 

Di ronzio il pensiero

Non sempre di parola

è fatto il contatto;

più forte, è forse,

di ronzio il pensiero

quando del corpo si fa tatto.

Oh, rumoroso silenzio,

quale onda in cerchio,

nel liquido lago del tempo,

bagni mormorii distanti,

sei un’eco muta…

e ad occhi chiusi ti ascolto.

 

Adorato giglio…

Non ho storie da raccontarti

stanotte,

adorato giglio:

forse l’urlo dolente

come una ferita d’artiglio,

mentre ti inseguo

e tu fuggi…

tu fuggi in questa sera

balorda,

ed intorno danza l’orda

e, nell’ansimare del passo svelto…,

tu fuggi…

No…va pure amoroso giglio

che ogni tuo petalo

mi si poserà della lacrima sul ciglio.

Ti parlo, dolore…

Compagno dolore

questa sera

sei cupo e senza sapore.

T’accetto, tuttavia,

perché di mia vita

sei languida mania.

Che vuoi che ti dica?

Mi ronzi attorno selvaggio

ed io non schivo

d’ogni tua traiettoria il raggio.

Sei misura, ora,

di un lontano piacere

da te velato

in un osceno braciere.