Un suonatore di violino

La mamma del mio papà

era una soubrette

tra luccichio di piume

e sfavillio di payettes.

Non so se fu

tra le quinte

o in uno specchiato camerino

si concesse un’ora d’amore

con uno sconosciuto damerino.

E concepì il mio babbo

nel suo florido pancino.

Mi ritrovai, così

un nonno di passaggio,

magari un suonatore di violino

che inciampò

nel mio papà bambino.

Chissà se il ritmo

che ancora mi suona

non sia il refrain

che andava

mentre la nonna

si prendeva la sua ora buona.

Pericolo di incendio

Passò la falce sulle mie canne,

sorelle del vento,

e ne venne radura

brulla, arsa e dura.

Vi piango, mie compagne,

di sibilo silente,

complici in inchino

al mio parlarvi ardente.

Pericolo di incendio,

mi si disse,

ma ora mi brucia il sole

senza il vostro filtro suadente.

Siete, ora,

in mia retina, amiche,

siccome l’amato volto

delle mie stagioni apriche.

Manine furfanti

Sai cosa mi salta in mente?

Vorrei essere negli occhi

di un bambino che ti guarda

col suo sorriso vispo e silente.

Vorrei poter abusare,

innocente furbo,

della sfacciataggine imperiosa

del mio verde tempo:

saltarti, allora, potrei, al collo

e coprirti di baci appiccicosi

e, con manine furfanti,

giocherellare

coi tuoi capezzoli odorosi.

 

La mia arsura

Mi succede d’inerpicarmi

al tatto

tra le tue cosce di giada,

lì, sino al fulcro,

dove bagna fresca rugiada.

Ah si…

a quella fonte pura

perdermi

nella stagione men dura.

Quanto è lontana, ora,

la mia arsura

da quell’acqua di bene

dove la mia lingua

il per sempre giura.

La falce e il giardiniere

Tu nun truove maje tiempo

pe’ sta voce antica,

nu spazio, nu battito d’auciello:

te ne vaje fujenne

pe’ ‘e grate,

pe’ lli tangenti

e’ sta vita toja cagnata.

E io, comme a nu docile

ossesso

busso a la porta toja

comme a nu fesso.

Tocchete tocchete…

tiene che ffa’?

-Si- m’arrispunne,

-nun me ‘nquietà.

E i’ nun te nquieto, no…

me ne stonghe

appiso alla fenesta

a guardà

comme macina la falce

de lu giardiniere a mano lesta.

Sogni condivisi

Fremiamo, creatura mia,

nel rimbalzarci visioni.

Tu spingi gli archi

in volte impossibili,

trapezi d’abisso,

ed io evoco fantasmi

dalla vita in precipizio.

Così è che si dà corpo

ai sogni condivisi,

danzando tra epoche

e tratti…

E in quei sogni si fa sì

che si resti, noi,  indivisi.

Requiem

T’ho lasciata arrostire

sull’altare infernale

dei miei martiri…

Mentre bruciavo

tra lame di fiamma

non ti ho protetto

dalla mia vita di dramma.

Ed ora guardo,

tra mani avvizzite,

la cenere arsa

delle nostre possibili vite.

Eroica e suprema

la tua cara resilienza

e a me , solo, resta

il tuo amaro senza.