Personaggi…

Conservo tracce di sogno

sentieri del bisogno…

Dentro la deriva di un notturno ai confini

vivo beffe e disegni d’oscuri destini…

Che sia ombra d’inappagata sostanza

fantasmi eterei albergano in stanza

colori silenti in membrana di luce soffusa

ovattate voci di una ridda confusa.

Oh rinarrare dei bordi le oscillanti presenze

dar loro sostanza di un attimo essenze

e far di questi corpi di illusione natura

nel gioco d’opera di una vita imperitura.

Mutazione (da Anime anfibie)

Ecco che le “anime anfibie” scendono oltre la caverna verso il fondo degli abissi dove l’accogliente sito della Sirena madre completerà il processo di mutazione. Immagini e volti di pietra sembrano danzare tra le acque mentre le anime si fanno voci che ricordano prima di lasciarsi andare all’oblio di nuova vita…

Nell’accoglienza, Partenope, come un lieve sospiro d’ondaaccoglie le anime che in vortice discendono verso le volte dirute del suo palazzo inabissato:

Anime…anime…corpi di sale…e questo mare…questo mare che il mio accolse tra la battigia e il fondo…e d’alghe coralli e roccia irrorai sangue divino e di coste ed acque segnai il mio destino. Fecondate di vostre storie il mio ventre d’abisso…In voi rinasco…in me mutate al nuovo ritorno che il canto d’onda vibrando vi induce… Creatura e creature, morendo cantai siccome voi farete…Per dannazione il mio canto fu destino di naufragio e dell’amore inascoltato pagai l’oltraggio…ora e per sempre le mie note selvagge vi donino vita, mie creature randagie…d’altri mari a queste spiagge vi chiamai tra le correnti tra le maree di luna, respiro e ritmo d’altra luce…ad uno ad uno figli di questo prodigio, inesausto ciclo di magma ed acque cui continua genitura piacque…Oh, vi sento…vi vedo…ancorate alla memoria del vostro dolore c’ora sia canto che si muti in amore…donna…madre, sirena puttana il mio corpo alato si fece venatura di questo rifugio arcano…venite…venite…venite…insieme accosteremo in gioia vicino vicino quel che nel tempo e nello spazio fu per tutti voi smarrimento lontano…lontano…lontano…mare caldo, mare di luna…tutte le creature qui raduna…

Sfarfallio d’argento nel plancton vitale avvolge in vortice le creaturein un coro luminoso dove va disperdendosi il sussurro di Partenope. Mentre ad una ad una le voci, in mutazione, cantano

A Partenope canto.

Il tuo grido d’uccello rapace si trasformò in fievole lamento

e all’onda marina appesantisti le ali ruspando la battigia.

Ormai sordo il navigante alle tue strida,

non ti fu amante, non ti fu preda…

Fu solo un sogno di uno smarrito che cercava altra strada.

E ti sei lasciata illanguidire dalla morte,

tu nel canto sirena destinata ad altra sorte.

Le tue compagne ne risero selvagge,

ma tu desti nome e carne a nuove spiagge.

Sappi, ibrida femmina, che l’eco del tuo canto

affascinò le genti che ti si posero accanto,

venerando la divina creatura, mistura di natura,

in caverna d’umido mare ti composero sepoltura.

Nelle notti in cui la Luna s’arrossa infiammata,

dipingendo di sangue le tue acque, i tuoi scogli,

l’amore d’ogni sperduto pescatore tu raccogli.

Stellare risonanza.

Il canto no, non sospende il dolore,

lo estende in pure vibrazioni sonore

e, mentre viaggia, altre anime accoglie,

sorelle stanche d’antiche doglie.

Il canto è spirito danzante,

antico rito d’ogni creatura vagante,

oh tu che ne ascolti il suono

lasciati cullare in oblio d’abbandono.

Figurati in cerchio di una danza collettiva,

di mille e mille mani che s’aggrappano alla deriva.

Il canto è scoria resistente d’antico suono primo

stellare risonanza della comune rimembranza.

Che tu sia in radura, monte, mare o stanza

lascia che il tuo corpo vibri d’amore in danza.

In una notte di portenti.

Vanno…vanno …vanno..

Le vedo le anime smunte

emergere dal profondo del mare…

avanzano, silenti, simigliando le onde

alle dune del deserto ventoso

e siccome poveri Cristi

vanno…camminando sulle acque.

Non è miracolo è memoria d’orrore.

La vedo quale folla in tormento

le loro voci le porta il vento.

Ascoltale anche tu mugghiare

mentre chiedono ai figli il perdono

perché a loro la vita non fu dono.

Oh potessero le voci straziate

tormentare i sogni dei potenti

invadendo d’odore d’alghe e putredine

le lenzuola d’olfatto fiorite

bagnandole del sangue fatto salsedine.

Oh certo, avverrà in una notte di portenti

e la notizia la porteranno, oscuri, i venti.

Bolla fetale.

Al confine tra l’essere e il nulla

danza d’orrore una culla,

vi piange il bambino primigenio

smarrito nel cosmo silente…

“Perché mai? Perché mai?

sono morto e non vedo niente?”

Dei beffardi ne ridono nascosti

forse perché dimenticati…

Forse perché non sono più nostri.

E vaga nel buio questa bolla fetale

nel limbo sospeso del mai morto mai nato

e si chiede…

“Quando e se ricominciare m’è dato?”

E vanno, vanno!

E vedrò le mie anime

dipingere archi di scena.

Nel brillio della salsedine

e d’argento plancton

canteranno l’alleluia

di un riso in pianto…

E tu maestro concertatore

lo sento,

ne suoni la danza con ardore…

E vanno, vanno!

Oltre il degrado dei corpi

della morte

hanno fatto una nuova culla

per via di mistero

nel cuore luminoso del mare nero.

Oh liquido celeste

di rifrazione nel cosmo!

Espandi i canti di bellezza adorni

e fa e fa ch’io con loro

all’origine dei tempi torni.

Nel soffio d’amore.

Et voilà, eccoci intenti

a dipingere e sognare…

Volano i corpi in scena

d’ali finte splendenti

di quelle che la sera

portano via i venti…

E sull’arpa, liquide d’acqua,

fioriscono note, mentre…

struggenti i violini le afferrano

e si inseguono in conflitto d’amore

i canti…

Fratello, tu dici…Amico…

che la tua musica l’han portata i miei versi

che ora, con te, si piegano

all’amato canto dal sapore antico.

Oh, la nostra opera

morirà di gioia nei teatri di bellezza

accarezziamola, lavorandoci,

nel soffio d’amore in brezza.

Ad Antonio (compositore per Anime anfibie)

E tu mon amie le musicienne

onduli in note di canto

le mie parole accanto…

E le Anime volano nel tuo lied

lamento dolce che accarezza il vento

ed io commuovo in lacrime quel che sento.

E tu Natasha, uccello sonoro,

ne tracci e suoni nello spartito

ogni mio verso duro e ardito…

Oh, la fabbrica in cantiere di un sogno sfinito

fa solchi nella terra buona dell’arte

e voi ed io stasera ne seminiamo parte.