Ha il web un ventre tribale.

Oh si, teniamoci per mano,

io l’ho imparato da un secolo lontano:

il privato è pubblico ed è pubblico il privato:

Nel sorriso o nella smorfia di dolore

nessuno è solo

se si manifesta condiviso amore.

Se son anni, amici,

che danziamo, selvaggi e tristi,

irridenti e un po’ narcisisti,

d’attrazione centripeta tempo viene

e nel cerchio di fuoco comunità si tiene.

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Appello: Non privarci Erospea della tua scrittura!

In molti, credo, abbiamo letto l’ultimo post di Dora (erospea) fermiamola creiamo una catena  virtuosa in difesa della bellezza…non può un risentimento o altro privarci di ciò che scrive…

è un appello il mio a tutti coloro che amano la poesia e la danza  d’altezza delle parole

FRANZ.

Basta chiudere gli occhi 16

E sul lungomare calmo m’attardo e lo sguardo tende lungo il confine del pendio del monte…viaggi… Scorrono bimbi nel silenzioso fruscio rotante delle biciclette, in svagati atletismi qualche adulto corre…non ne invidio la fatica e m’accendo un’immorale sigaretta con aria di distacco, contaminando salsedine e nicotina nello stordimento del tramonto. Non cerco nulla se non uno stare poco ingombrante, quasi fossi fantasma ospite nel brulicare dell’avveniente sera e m’è caro e conferma il non ricadere su me di alcuno sguardo…Vedo vite, pur’anche quelle dei piccoli pesci che irridono le disperate esche di tardi pescatori sugli scogli, ma, forse conta solo l’attesa ai bordi dello sciacquio delle acque…anche io sono forse pescatore…pescatore senza lenza né canna e la mia esca è solo il richiamo d’altre visioni, nella bolla di silenzio del mio lungomare… Lì, lì giù il profilo di donna riversa dell’antica isola mi rammenta il mito delle acque mortali di Sirene smarrite in inascoltati amori e giunte esauste a morire su queste sponde…e le Platamonie, poco distanti, sono arca magica, antiche tombe…e guardo il castello, Megaride fortezza d’altri miti, d’altre bellezze…e vago, viaggiatore del tempo…basta chiudere gli occhi… e li apro al mare…Venezia…

Venezia I

Mentre arpeggio canzoni d’amore assiso sugli scalini di fronte San Marco, M. , col cappellino, raccoglie fondi con la sua aria furbetta di pietà vestita…s’avvicina e mi sussurra: -abbiamo fatto ventimila!- Ebbene che ne facciamo? Intanto mentre ci si pensa abbordiamo una mostra d’arte contemporanea e ci sediamo nel salone di fronte ad una tela enorme , saranno un otto metri per quattro…ci prende…ha la potenza di un fiammingo: allegorie demoni, figure in dimensioni paradossali…lo dico ad M. Che sorride, ma non mi risponde….mi fa eco, invece, un’altra voce:- Grazie! Cito, si, ma poi vado oltre se guardi bene, i colori vanno in un pastello che espande luce dapertutto, non c’è orrore o monito, ma pace…- Mi giro per assentire…è l’autore Carlo M. …Oh Carletto, amico caro (ma questo dopo…m’è scappato)… Carlo M. Affonda con noi in viaggio pittorico senza fine che prosegue tra le calli e i ponti sino al suo studio alla Giudecca, dove ci invita a restare…bastano due brandine e tutto il tempo che vogliamo…e la mia prima notte alla Giudecca è ad osservare il Canale dalle vetrate fumèè dell’Atelièr di Carlo…e prende a piovere, fitto fitto nel rumore giocoso del tetto a lamiera ondulata…è un viaggiare felice…è un viaggiare felice…

L’età dell’oro.

Io lo so cos’era prima di Babele

quando ogni cosa aveva sostanza

e non un nome che ne fosse sembianza

non c’era patria o il chiuso di una stanza

ma solo un unisono di canto e danza.

Ed i fantasmi erano un gioco comune

memorie di un viaggio oltre le dune

e li si accoglieva sulla pietra calda

mentre scaldava i corpi il fuoco gentile

ed ogni anima si faceva col tempo monile.

L’ho cantato questo tempo dell’oro

per sentirmi, forse meno solo

nella notte di una memoria infantile

ombra tenue di un tramonto senile.

Basta chiudere gli occhi 15

E sul lungomare calmo m’attardo e lo sguardo tende lungo il confine del pendio del monte…viaggi… Scorrono bimbi nel silenzioso fruscio rotante delle biciclette, in svagati atletismi qualche adulto corre…non ne invidio la fatica e m’accendo un’immorale sigaretta con aria di distacco, contaminando salsedine e nicotina nello stordimento del tramonto. Non cerco nulla se non uno stare poco ingombrante, quasi fossi fantasma ospite nel brulicare dell’avveniente sera e m’è caro e conferma il non ricadere su me di alcuno sguardo…Vedo vite, pur’anche quelle dei piccoli pesci che irridono le disperate esche di tardi pescatori sugli scogli, ma, forse conta solo l’attesa ai bordi dello sciacquio delle acque…anche io sono forse pescatore…pescatore senza lenza né canna e la mia esca è solo il richiamo d’altre visioni, nella bolla di silenzio del mio lungomare… Lì, lì giù il profilo di donna riversa dell’antica isola mi rammenta il mito delle acque mortali di Sirene smarrite in inascoltati amori e giunte esauste a morire su queste sponde…e le Platamonie, poco distanti, sono arca magica, antiche tombe…e guardo il castello, Megaride fortezza d’altri miti, d’altre bellezze…e vago, viaggiatore del tempo…basta chiudere gli occhi…

Basta chiudere gli occhi 14

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido di immenso: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de prèt al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chantes ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…Oh si che sento rabbrividire la pelle d’assemblea, in cerchio canto del fuoco in ammanto e canto, cantiamo d’allegria fervidi occhi di utopia… mai oui Michèlle Moi je me meur dans tes yeux… m’è dolce la morte nel notturno di spiaggia nel fondo di labbra squillanti sabbia e il vento…il vento, sibilo gentile quasi una melodia di un vecchio vinile. No non si torna al campo di lavoro…non ora…ci sono storie da raccontare lì alle soglie del mare, vite di intreccio tra gli effluvi del libeccio…sono lontane le famiglie ed il mondo è sconvolto: carri armati in Cecoslovacchia…Svoboda, libertà nel suono e nel tuono…oscillazioni di rabbia…Jan Palach….giovinezze espiantate ed il canto si fa dolore e mutano di segno le lacrime d’amore…e la radio gracchia voci dalla fine del mondo…noi spauriti , intorno al fuoco, in tondo.

Basta chiudere gli occhi 13

Naufraghi, noi,

da questa sponda,

li e mi chiamerò

per nome.

Per un’auto/messinscena/biografia.

Noi.

Fantasmi irraggiungibili

della memoria

apparsi

sul finire degli anni ’60

fanciulladulti estremi

borghesi figli

del dolore altrui,

necessitati

dalle gioie apparenti

ad inventarci il nostro…

Mentre scrivo questi versi, non un canto per memoria, ma un esame d’anima ferita, vago…e m’attardo nell’imbrunire del mare…c’è un ché d’antico, di immutabile anche nell’odore dell’aria…m’attrae il silenzio dell’immensa area pedonale…sparute presenze…guardo ad oriente…sotto il vulcano…case..vite…e, tra il beccheggio delle barche, lontananze…e i gabbiani volano in tondo e pescano a picco…chiudo gli occhi…salsedine, mare calmo…

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido planetario: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de pret al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chante ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…