Ettore.

E Franz può svanire,

inutile orpello e velario.

So io bene perché mi fu caro,

pseudonimo di un incontro raro.

ora,

nel danzare su una soglia

di smascherarmi tenero

m’è venuta voglia…

E riprendo il nome di battaglia

quel che mi emerse al mondo

venendo su dalla dolce faglia

Ettore,

domatore di bestie e puro,

di Ilio figlio e suo usbergo duro.

Sconfitto da un eroe da accatto

a lui lasciò il disdoro

e con Omero fece eterno patto.

Ne sorrido d’orgoglio e il nome riprendo,

a petto in fuori e Franz al tappeto stendo.

Le metamorfosi di Maria

Si dice che Maria appena nata profumasse di fiori, un odore di prato intenso che pareva s’avvertisse ancor più ad ogni piccolo vagito e fu così che le fu dato un piccolo soprannome che designasse questo strano prodigio. Questa è la storia di Maria Brezza d’essenza… Cresceva la piccola e la vestivano di colori per dar senso visivo a quel suo dono olfattivo… Man mano che al mondo s’affacciava, la piccola manifestava nuovi prodigi, come se quella sua “Brezza d’essenza” non fosse altro che un segno d’altri miracoli di natura. Dicono, anche, che qualsiasi cosa toccasse reagiva al suo tatto come fosse viva, come se una parte di quella brezza alle cose stesse venisse donata. Ma Maria poco se ne calava, per lei era sorriso innocuo ogni fantasmagoria le accadesse. Conoscere il mondo era per lei farne parte, essere lei stessa il mondo. E s’avvide, così, che poteva mutare in ciò che più l’attraeva. Toccava un fiore, era fiore, toccava una farfalla, era una farfalla. Toccava un frutto, era un frutto…e così, così crebbe fanciulla di mille metamorfosi, instabile bellezza in perenne oscillazione tra forme e sostanze. I maligni dicono che crescendo perderà questo portento. Può accadere solo se si spegne in lei lo stupore d’ogni nuovo sapore, d’ogni nuovo odore, d’ogni nuovo colore. Finché lei saprà d’esser parte del tutto continuerà ad assimilare in sé d’ogni forma virgulto.

Fottiamoci (e riflettiamo)

Oh poveri noi cristi

chiusi in casa oscuri e tristi.

Ma fottiamoci tra le quattro mura

e piangiamo per chi davvero è dura.

Oh, lo vidi il mondo coi miei occhi

scie di morte e fame

d’ogni vespero ai rintocchi…

Noi che salviamo la crapula al mercato

ignoriamo chi il pasto salta da che è nato.

“ohhh, rivoglio i miei giardini”

sguazzano piedini nudi in fangosi acquitrini.

“Ohhh, voglio andare al mare!”

Fa attenzione…

a non sfiorare di un cadavere il galleggiare.

Oh se si intendesse

siamo tutti chiusi in questa stanza di mondo

chi muore e chi vive

del pianeta nell’eterno girotondo.

Non di virus puzza questa sfera impazzita,

ma della fetida pigrizia d’una umanità svampita.

“Oh, restate a casa!”

dice il rockettaro coglione…

Eco gli fa l’attrice col labbrone…

Questa è scostumata invadenza…

Almeno tra baracche e favelas

di voi non sanno e possono far senza.

Smarrimenti in scrittura

Mi si è detto: “parli solo di te, non sai creare un personaggio, una vita altra…” Fosse facile entrare in vite altrui…qual è il grimaldello che apre la chiave del dolore a te sconosciuto? Si può forse fantasmare un sentimento ignoto? Millantare una gioia nata da anfratti oscuri? Oh, certo, l’io è un bastardo ingombrante un micromondo che pullula di complessità a volte false…vere e proprie trappole di una visione monocentrica… Aprirsi si, ma non sostituirsi…confessare che tutto parte dalla melma del tuo io. E contaminarlo, si, di vite..accettarne modi, lingue, posture…tolleranti d’ogni visione… e così forse, smarrirsi…ecco perdersi più che trovare e disegnare altri ignoti.   E se ti fai rugiada potresti diventare goccia tra gocce sbeffeggiando il tuo grumo d’io persistente…ed inventare così il linguaggio giusto che ci porta alle soglie infinite del niente…

Notturno urbano (didascalia d’una visione)

Notturno urbano. Lontane sirene e scalpiccio, ombre in baluginio. Umori d’acqua, sgocciolio. Un qualche vapore che sa di nebbia. Intermittenza di lampioni. Qualche puttana in dondolio d’offerta. Qualche pausa, qualche fretta. Il notturno è per figure perse, maschere svagate per incontri fugaci. Un cantiere abbandonato è cattedrale spettrale, ferita d’asfalto. Sparuto è il verde e, nell’oscuro, trae da lui un imprevisto disperato cinguettio…sarà di fame o freddo, mentre di passi risuona un ticchettio. Notturno urbano. Dorme in abbandono la fontana sotto il faro di uno strano luccichio, paziente trattiene la lordura che galleggia. nel silenzio tutta la vita si spegne e lampeggia. Questo notturno d’ogni viandante è la reggia E sola va, regale, l’ultima ombra fugace…tratteggia le linee diafane e sfuggenti che distinguono il bene dal male.

 

 

Prometeica illusione.

Perché parlare di te, Vita,

come se altro fossi

da quel che toccano le mie dita?

Sono accidente di Vita, io,

come lo sono di morte,

e magari coinvolgo pure sorella Sorte.

Oh griglie infauste d’ogni catalogo!

Emergenze di salvataggio

contro l’antico panico selvaggio.

Va detto chiaro quel che è,

o meglio, non è—

Null’altro che un Caos invadente,

primigenio e persistente

e noi, con antica prometeica illusione,

giochiamo a dipingerlo di ragione.

Non ci resta che assaporare,

con doviziosa vaghezza,

quel che,per istinto, chiamiamo bellezza

prima che il Caos vi soffi

la sua brutale e oscena brezza.

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.

Tutti i colori dell’universo.

Oh tu che paventi, pavido, il nero criminale

osserva l’ondeggiare dei cadaveri in riva al mare.

Io vedo negli occhi spersi del migrante solo la paura

non certo la furia di una mafia impura…

Eppur dovresti saperlo fanciullo che di mafia

fummo noi ad esportare la genia,

portando, tuttavia,

con noi la speranza d’altra vita d’altra via.

Dici tu d’aver sperienza della natura estrema e selvaggia

delle genti sopravviventi e sfinenti sulla nostra spiaggia.

Ed io ti dico che questa paura ti ha sconfinato la mente

portandola quasi ai bordi pavidi del niente…

prego te e tutta la generazione precaria e instabile del tuo tempo

di ritrovare la vergogna nel tuo vissuto

nella speranza di un canto ardito

che ti faccia ritrovare davvero

tutti i colori di questo universo infinito.

Non ho piantato il rododendro.

Vorrei scrivere di uccelli in volo, ma è notte

e i merli riposano in cima e i gabbiani tra gli scogli.

Vorrei scrivere della prima luna  d’agosto

ma ho le finestre chiuse nel mio riserbo di scrigno.

Potrei scrivere, forse, di un regno a venire

ma a quest’ora mi sale solo l’oscuro, un piccolo muro.

Vi descrivo, allora, le quattro pareti

striature di giallo e di legni puliti;

scala a chiocciola di infinito (la spirale mi fa ardito)

e la finestra che,ora, mi fa barriera (sogno di ignoto).

Eccola l’antica scrivania, di legno mogano e intarsi

e cassetti, cassetti con carte ingiallite (perdo l’anima se svuoto)

E libri, libri in testa, di fianco, accanto, libri dentro…

Non l’ho piantato, altrimenti farei suono col Rododendro.

Non ci gioco più.

Come mi fa strano questo gioco del senza.

Avevo un padre, una madre, dei figli una moglie.

Ad uno ad uno son volati via nel gioco del senza,

chi per morte, e così sia, chi per spartenza.

Avevo un amore,

fiorito quando più non ne avevo temenza,

ed è svanito ai dadi del gioco del senza…

Mi fa assai strano questo gioco deprivante

è una brutta storia

che l’assenza sia una regola costante…

Mi verrebbe, a singhiozzo, il buon “non ci gioco più”,

ma il piano dell’eclittica su cui scivolo vagante

mi fa pedina di un monopoli arrogante

dove vado in prigione  senza passare dal via.

Tiro su col naso e ribadisco: “non ci gioco più”.