Il vento greco.

Un racconto di viaggio nato nella bella stagione dei sopralluoghi nella mia Napoli, alla ricerca di genius loci e memorie persistenti. Leo è reale, come è reale il racconto. Il caro Leo non c’è più e gli dedico ora, in memoria, questo appunto di viaggio che trascrissi allora.

-E’ qui che lo senti- mi disse Leo con l’espressione proterva e bonaria che assumeva quando mi porgeva una scoperta.

-Erano incredibili nello studiare il rapporto uomo, città, ambiente. Senti il mare? E’ la brezza che ricambia gli odori, che mantiene stabile la temperatura: è il vento greco.

Sapeva assestare bene i suoi colpi, Leo. Sapeva che quella definizione mi avrebbe travolto. Come colse, infatti, la mia bambola  sognante sghignazzò al notturno, deridendo, cinico, la mia debolezza.

-Le geometriche pietre del ricordo- dissi, per riprendere il dominio della situazione e riassettare con una lirica fuga il caos di una situazione eccitante.

Accettavo Leo a piccole dosi; anche perché più radi erano i nostri incontri, più lui mi si dava quale guida all’esoterica lettura di percorsi, anfratti, borghi. La frequentazione eccessiva mi spegneva all’ascolto, mi dava una nausea da ripetizione insopportabile.

Ma torniamo a quella notte (già era notte). Leo s’avvide, dicevo, del mio piccolo fremito e si insinuò, volentieri, nella mia anima, meno stridulo (come odiavo il suo farsetto) con un tono nuovo, caldo e suadente.

-Non sapevi del vento greco? –

Al mio cenno di diniego, fui preso per un braccio e tratto di colpo allo stretto incrocio dei vicoli, tra San Biagio dei librai e San Gregorio armeno.

-Senti, senti senti!- Soffiava Leo- è incanalato qui da sempre.- Prese ad inspirare profondamente, come se si riempisse i polmoni di memoria .

La sua performance mi portò un po’ fuori, mi spiazzò nel presente. Lo odiai caldamente.

– Lungo cardini e decumani, con un effetto camino unico. Ti rendi conto?-

Provai a disegnare ghirigori geometrici, euclidee planimetrie urbane. Mi figurai ingegneri con tanto di peplo e istrumenti e carte…artefici della Neapolis…Padri!

-E’ per questo che non senti l’odore della munnezza.- Trionfò così Leo sulla mia vaghezza. Mi guardai intorno, armato di un rinnovato spirito realistico, pronto ad affrontare orde di zoccole, ma evidentemente, il vento greco aveva portato via anche quelle.

Aspra asperrima

Aspra asperrima sostanza di tua voce

come lama tagliente mi suona atroce;

misconosciuto e improvvido cercarti

nell’innocenza ingenua che sa dove trovarti.

Ah s’io possedessi d’esserti accanto la vana gioia

l’avvenir di mia voce mai ti verrebbe a noia.

Sorridi,ora, a questi poveri versi dolenti

che non v’è suono o umore

che possa scalfire pienezza del mio ardore.

 

Higuain

I’ po’ vulesse dicere:

e’ fatto goal?

E a nuie che ce ne fotte?

Tanta ‘a faccia toia

n’esce sempe cu l’ossa rotte.

E vva buo’ piglie cchiu sorde,

ma vuo’ mettere

quanto te facevene ricco

e’ mille e mille anime e’ sta gente

che zumpettiavano ppe’ tte

allere e gioconde

ca o’ paraviso te l’accattavene

sicuro e splendente

miezo a’ ll’aneme cchiu lucente.

Mo’ tienete l’inferno

e’ st’ammore traduto:

e’ perze ‘a casa toia,

nomade senza onore,

e nun ce veni’ a parlà

d’affetto e ringraziamento

pecchè stu popolo,

a sta recchia,

cchiu nun ce sente.

Percezioni luminose

Sapeva che lei gli aveva tolto di dosso il dannato lavoro disturbante delle cellule mutanti. La guardava camminare nel sole oltre quell’arco che stavano insieme attraversando. Si disse che quella luce strana poteva essere una porta…per un dove, o quale dove, ancora se lo chiede….ma fu sorpreso quando lei con un sorriso gli fece intendere che anche i suoi occhi e i suoi sensi avevano subito l’abbacinante avvento di quella luce….e decisero d’attribuire l’evento al loro andare…forse un segno di eterno, di un magnifico “per sempre”

Processi creativi.

me gioco

Ricordo che quand’ero bambino avevo con il buio un rapporto di odio-amore, di attrazione e ripulsa; era, il rinchiudermi nella mia stanza abbastanza grande (mio fratello dormiva nell’angolo opposto al mio), un momento di vigile fascinazione, di attesa febbrile. Cominciava, di fatto, il mio gioco con le ombre. Dico subito che non vedevo fantasmi, né ne evocavo l’apparizione, aprivo, piuttosto, una partita percettiva tra me e il buio: una sfida. Come procedevo? Stringevo forte forte gli occhi, quasi a farmi male sino al momento in cui cominciavano ad apparirmi come dei tunnel cromatici all’interno dei quali cominciava una sorta di viaggio vorticoso. Una volta dato inizio a questa privatissima fantasmagoria, aprivo leggermente le palpebre al buio e le macchie di colore (per lo più tra il giallo e il rosso fuoco) cominciavano a danzarmi davanti. Qui aveva inizio una seconda fase del “viaggio”: nella percezione instabile delle mie palpebre socchiuse cominciavo a “disegnare” figure all’interno della stanza e per renderle più vivide e presenti prendevo ad ammantarle di una storia. Man mano che , nel tempo, perfezionavo questo mio gioco percettivo, le figure assumevano, via via, contorni sempre più precisi, ,più definiti e cominciai a dar loro dei nomi. Quella che mi veniva meglio e che ebbe per prima l’identificazione onomastica fu la figura dell’angelo. Non che avesse le classiche alucce o gli ammennicoli di questi esserini, era, piuttosto, una macchia volto, un profilo. Devo dire che questa mia predilezione aveva un fondamento nell’unica preghiera che avevo mandato a mente nella mia educazione catechistica perché la ritenevo sufficientemente lirica per essere serbata e perché, come dire, avevo intuito subito che ne avrei potuto fare un uso privatissimo. Mi riferisco a quella preghiera che recita…Angelo di Dio che sei il mio custode, illumina custodisci e governa me…insomma, per farla breve, avevo deciso che nel mio gioco percettivo sto benedetto angelo doveva starci e starci in primo piano…Intorno all’angelo spesso giravano come delle lucciole, ma più che lucciole io me le figuravo come mondi, si mondi! Piccoli universi e sistemi stellari in cui decidevo, attraverso l’angelo guida, di essere trasportato. La mia illusione infantile consisteva nell’essere convinto che a lungo andare questo gioco avrebbe fatto si’ che all’intervenire della fase dormiente vera e propria, la mia attività onirica sarebbe consistita nei viaggi che avevo progettato con l’angelo. Ahimè, se si escludono un paio di occasioni (più che altro forzate dalla mia memoria indulgente coi miei desideri) la cosa non mi veniva affatto bene e i sogni andavano per i fatti loro. Tuttavia, oggi, so che questo mio gioco, sulle soglie della percezione notturna, m’ha , confesso, sbarellato la percezione del reale spostando il mio sguardo, anche in stato di veglia, verso cromatiche rifrazioni storie e figure. E, di tanto in tanto, mi faccio una franca chiacchierata col mio angelo.

Sconfinamenti

La finitudine è certo segno di un oltre

ma quanto è esteso il nostro corpo?

E’ cosi confinato, meschinamente,

nei suoi limiti organici, nei suoi sensi di tatto?

Non credo.

Credo invece nella bellezza e dannazione

d’avvertire il limite del nostro corpo

e di avvertirne infinite espansioni possibili

che risuonano nella parola,

risuonano nelle menti pensanti…

nei ricordi e nelle possibilità d’essere altro, mutare.

Ciò che penso e sento è carne

che non conosce confini,

come l’acqua del bacino del tuo pontile,

pronta ad evaporare e a farsi nuvola

che viaggia pel cielo…senza limiti.