Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.

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Tutti i colori dell’universo.

Oh tu che paventi, pavido, il nero criminale

osserva l’ondeggiare dei cadaveri in riva al mare.

Io vedo negli occhi spersi del migrante solo la paura

non certo la furia di una mafia impura…

Eppur dovresti saperlo fanciullo che di mafia

fummo noi ad esportare la genia,

portando, tuttavia,

con noi la speranza d’altra vita d’altra via.

Dici tu d’aver sperienza della natura estrema e selvaggia

delle genti sopravviventi e sfinenti sulla nostra spiaggia.

Ed io ti dico che questa paura ti ha sconfinato la mente

portandola quasi ai bordi pavidi del niente…

prego te e tutta la generazione precaria e instabile del tuo tempo

di ritrovare la vergogna nel tuo vissuto

nella speranza di un canto ardito

che ti faccia ritrovare davvero

tutti i colori di questo universo infinito.

Non ho piantato il rododendro.

Vorrei scrivere di uccelli in volo, ma è notte

e i merli riposano in cima e i gabbiani tra gli scogli.

Vorrei scrivere della prima luna  d’agosto

ma ho le finestre chiuse nel mio riserbo di scrigno.

Potrei scrivere, forse, di un regno a venire

ma a quest’ora mi sale solo l’oscuro, un piccolo muro.

Vi descrivo, allora, le quattro pareti

striature di giallo e di legni puliti;

scala a chiocciola di infinito (la spirale mi fa ardito)

e la finestra che,ora, mi fa barriera (sogno di ignoto).

Eccola l’antica scrivania, di legno mogano e intarsi

e cassetti, cassetti con carte ingiallite (perdo l’anima se svuoto)

E libri, libri in testa, di fianco, accanto, libri dentro…

Non l’ho piantato, altrimenti farei suono col Rododendro.

Non ci gioco più.

Come mi fa strano questo gioco del senza.

Avevo un padre, una madre, dei figli una moglie.

Ad uno ad uno son volati via nel gioco del senza,

chi per morte, e così sia, chi per spartenza.

Avevo un amore,

fiorito quando più non ne avevo temenza,

ed è svanito ai dadi del gioco del senza…

Mi fa assai strano questo gioco deprivante

è una brutta storia

che l’assenza sia una regola costante…

Mi verrebbe, a singhiozzo, il buon “non ci gioco più”,

ma il piano dell’eclittica su cui scivolo vagante

mi fa pedina di un monopoli arrogante

dove vado in prigione  senza passare dal via.

Tiro su col naso e ribadisco: “non ci gioco più”.

Un sogno inutile e potente.

Non ho più idee da difendere,

le idee annegarono nello stagno,

il lago immobile dove vive del moderno il ragno.

Non ho più idee da sbandierare

lungo le strade dalle montagne al mare

chi le aveva è già disceso e le ha viste annegare.

Non ho più idee o giochi d’utopia,

bandiere a brandelli e tutti a razzolar per via.

Non ho più idee non ho più compagni

per fustigare i cantori di morte in allegria

non mi resta che il ritorno ad un’antica bugia,

il sogno inutile e potente di una palingenetica anarchia.

Una sera al pronto soccorso.

La vita va , di tanto in tanto, irrigata

magari anche da una vena di paura

ti fa un richiamo

se continui ad approcciarla sine cura.

Tra vene aghi ed elettrocardiogrammi

ridevo memore dei miei piccoli infiniti drammi.

Poi…solo tanta voglia di dormire

di sospendere del troppo rumore lo stormire

fino al deliquio di un respiro calmo

tu che eri pronto a cantare l’ultimo salmo.

Ha il web un ventre tribale.

Oh si, teniamoci per mano,

io l’ho imparato da un secolo lontano:

il privato è pubblico ed è pubblico il privato:

Nel sorriso o nella smorfia di dolore

nessuno è solo

se si manifesta condiviso amore.

Se son anni, amici,

che danziamo, selvaggi e tristi,

irridenti e un po’ narcisisti,

d’attrazione centripeta tempo viene

e nel cerchio di fuoco comunità si tiene.