Aureole luminose.

M’è capitato di vedere,

nel notturno,

il brillio d’altre sfere.

Con la coda dell’occhio

luci farsi sostanza…

lemuri…

di una qualche rimembranza.

Sono forse sorgenti

sgorganti da neuroni inquieti

o, chissà…

folletti rifratti nei vetri,

translucide presenze

di mie creative essenze.

Queste aureole luminose

mi sono da tempo compagne

nei miei viaggi in stato di quiete,

serene oscillazioni,

memoria, forse, delle mie ore liete.

Infiniti domani e pallidi ieri.

Ah, l’ossessione…

del continuo mutar del sembiante!

Ogni magnificenza in materia

si fa diruta e incolta…

fabbriche e torri di genio

friabili scadono tra erbacce e macerie.

Solo la natura…

costante la sua morte rinnova,

solo la fabbrica…

di noi, degrada e nuova vita non scova.

O forse, nel ciclo dell’eterno ritorno

c’è il mistero oscuro d’un altro giorno?

Perdessimo, magari,

il grumo osceno della consapevolezza

d’essere particelle

rotanti nel cosmo avremmo ebrezza.

Spore portate, nei notturni ventosi,

per atmosfere ed altri cieli…

nell’espansione in vertigine

di infiniti domani e pallidi ieri.

Monologo2 (Lei a Pierrot)

Nella luce del tuo teatro notturno m’hai chiamato, quale falena di luce amorosa nei tuoi occhi, mio amato. Ah in questo arcano gioco d’assenze non m’è dato toccarti che ben altro segno avrei voluto darti. Io son femmina sai? E di farmi ombra più non sopporto, né più mi basta sfiorarti del mio fiato col colore. Oh sfiniti infingimenti d’amore, specchi rifratti di dolorose distanze…ora che la scena è mia tu sei svanito e di dedalo s’è fatto il mio cammino…l’eco di tua voce non m’è più vicina… (si china come avesse trovato un segno, in qualcosa) che vedo qui? Umido è di tua lacrima il terreno lascia ch’io vi bagni le palme e l’assaggi, caro liquido d’umore….anzi ecco v’aggiungo il mio che si mescoli quale liquida carnale sostanza oh…si potesse far fiume d’antichi amplessi giungendo i nostri corpi fin nei più intimi recessi. Oh Pierrot vorrei smettessi di cantare alla Luna e alle stelle, si son nostre compagne quelle fiammelle, ma qui sul mio seno, le troverai, nel mio ansimare più calde, più belle. Ma tu canti evocando la mia presenza in assenza sulla scena vuota del tuo notturno segreto… e si fa bieco e malvagio questo alternarsi nel comparire…traslucida sequenza di un teatro d’amore sulla soglia dello svanire. Oh, non si chiuda il sipario su questo mio pianto che cadrebbe nel suono sordo del mio schianto.

Monologo (Encore Pierrot)

Lo sento che mi guardi…eppur non ti vedo…sento addosso il fruscio del tuo sguardo, da un balcone di luna o da un riflettore di fortuna…oh, così mi metti addosso una sottile voglia d’amore…mi fingo, in questa solitudine, una notte e uno sguardo…uno sguardo che m’accarezza gentile, un soffio di vento che profuma d’aprile. Ne ridi giocosa lo sento, folletto o ninfa di fuoco e d’argento…sai cosa faccio? Ora mi stendo e guardo il cielo…su su …su magari ti scorgo tra le stelle… li su tra le luccicanti fiammelle…vediamo… sarai la decima da sinistra…le conto …e una e due…e tre… no così ti perdo…meglio chiudere gli occhi e vederti…così sarai una non mille…oh, saprei riconoscerti ora…vestita di bianco pronta al mutare di una rifrazione in colore…sai questa che ti recito, cara è una scena d’amore. Quando ti avverto il mio pallore si innerva di uno strano bagliore….Ci sei? Ma si! ma si! Ci sei! Alzo le braccia e danzo in vortice felice…Musica! Musica! S’infinga il trucco di magica bellezza…nessuno chiuda il sipario che non mi si uccida questa ebrezza!

In memoria di G.

Chissà dove è riposta,

ora,

quell’energia selvaggia che

nascondevano

i tuoi occhi d’amore.

Chissà se d’altri atomi

sa vestirsi la tua pelle

quel levigare di cerbiatta bronzea

sul tuo corpo nobile animale.

Chissà se porti nel tuo giro celeste

il tatto innocente

delle nostre mani deste…

dita di intreccio prensili

spasmodiche

quali su antiche mura

edere pensili.

Angelo cura dei miei giorni oscuri,

segno/miracolo

di inespresso amore…

chissà se in altro giro di nuvole

oltre la morte,

sapremo noi cogliere il fiore.

Nei dialoghi all’imbrunire.

-Portami nel tuo teatro se puoi.

-Ancora tu e sempre all’imbrunire.

-E’ il mio interstizio di consistenza, dovresti saperlo.

-Già. Ma sei mutato, anzi oscilli di forma e ti scorgo male. Mi fai venire le vertigini, non riesco a fermare la tua immagine.

-Sono un corpo che per te attraversa il tempo ed il mio mutare è nell’apparire, nel frattempo.

-C’è dell’ambiguità in quel che dici…un corpo nel frattempo…

-E’ per questo che devi portarmi nel tuo teatro, fermarmi in quel frattempo.

-Corri dei rischi, lo sai?

-E che mai può succedermi più di questo continuo svanire e apparire?-

-Potrei moltiplicarti in mille sfaccettature di corpo e cose, farti rumore o vento o una luce selvaggia, o solo una voce, potrei dare di te anche un’immagine cupa e atroce.

-Lo hai già fatto senza che io te lo chiedessi, tante volte.

E perché allora ti ripresenti, ora, e me lo chiedi espressamente?

-Perché, credo, sia giunto il tempo che tu ti renda consapevole della mia presenza o, anche, se vuoi, della mia assenza.-

-Insomma ti vuoi intrufolare apertamente tra le mie carte, le mie visioni. Non ti sembra d’essere un po’ troppo invadente?

-Mi fai ridere quando difendi il tuo recinto. Vai rubando anime in giro e ti rifiuti d’accettare quella che più ti è prossima e che forse, da sempre t’accompagna…

-Vuoi farmi credere d’essere il mio Genio. Ora sei tu che mi fai ridere. E’ storia vecchia ed anche un po’ abusata.

-Che ego smisurato ti ritrovi! Parli di me come se fossi al tuo servizio, una parte di te in spirito folletto. Io sono quota di mondo, vecchio mio e se a te mi accosto, benevolo, è perché, tu voglia o non voglia a questo sei predisposto.

-Insomma sarei un medium, uno strumento.

-Se ti piace metterla così…Se poi non vuoi, chiudi tutte le finestre e prosciugati nel tuo deserto di solitudine.

-Ne sono tentato, sai? Bene. ormai sei qui e forse non per molto visto che l’ultima luce sta svanendo. Dovrò afferrarti con disperata energia prima che ancora una volta tu sfugga via…Chi o cosa vuoi essere, dimmi? Uomo, donna, bambino, animale da soma, un pellegrino all’ultima messa o uno smarrito viandante che canta all’aria tersa?

-Tu come mi vedi, ora?

-Non sei che un’ombra tra le ombre della sera, troppo sfuggente perché io possa fermarti in un corpo teatrale apparente…

-Quante ubbie ti fanno precaria la mente, fratello d’anima. Ecco, il tempo fugge e hai fatto venir su un vento di tempesta…vado via, come voce in bufera e, stasera, questo ti resta. Un ecco, un sogno, anzi del sogno un ombra…

-Le tue visite lampo stanno cominciando a darmi noia…dove sei? Cos’è questo ululare, sa di sberleffo! Passi , mi scuoti, poi mi lasci solo in questa scena vuota…adesso. Sai cosa faccio? Ti terrò prigioniero nei miei dialoghi all’imbrunire finché non ti deciderai a consistere per il tempo giusto in avvenire.