Non vedo.

Dio mio, non vedo!

No, non sono cieco,

mi si è prosciugata

la percezione del bello.

D’altra cecità non sarei mai sazio

che il lacrimare ferito

d’appagante bellezza sarebbe giusto dazio.

Non vedo altro

che il confine di un muro

invalicabile, balordo e duro,

non è siepe,

non traslucida trasparenza

solo una superficie piatta d’esistenza.

Non commiserate questo sguardo spento

altrimenti mi incazzo…

e in altri versi giocoso mento.

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Stella polare.

-Vedi, figlio mio, quella è l’orsa minore,

diceva mio padre…

-osserva la coda, l’ultimo brillore,

quella è la stella polare,

chiamala, se vuoi piccolo carro.

E mi figurai campi celesti,

lì su su in alto, osservando la volta

lì dal mio giardino di montagna.

-Se un giorno andrai per mare

e la bussola perderai…

segui quella luce, ti darà il nord.

Io vidi nei suoi occhi lo stesso bagliore,

penserò a quelli, al loro nitore,

quando, per terra o per mare,

smarrirò della via l’ardore.

Da bambino scrivevo…

Da bambino scrivevo

macchiando cumuli di carta,

inchiostro denso

un’inesauribile voglia di intenso.

Da bambino scrivevo

storie e congiure d’amore e di pace

ed amavo la notte di fievole luce

nel silenzio d’avvento che ai pensieri conduce.

Da bambino scrivevo

nel fantasma di precoci sensi

figurando fluenti capelli su corpi immensi,

Maddalene di luce e d’oscuro

fonte stupenda d’ogni pensiero impuro.

Ora ancora scrivo e non macchio più carta,

con l’inchiostro rimasto nel sangue,

amo ancora la notte di fievole bagliore,

ma il lungo vissuto d’amore

di donna vera ha coperto i miei sensi

e bagno parole in carne pelle e sangue

che non grondano più illusione,

ma il pungente dolore di un’inesausta passione.

Corri, bambino, corri…

Corri corri, bambino,

afferra quel sorriso

allarga le braccia al cielo e ruzzola

poi ti stendi e…

e guardi le nuvole

e corrono corrono anche loro

lungo i sentieri tracciati dal vento.

Corri bambino corri…

s’è fatta notte, ma non aver paura

saltano con te i rospi notturni

stanchi dei caldi rifugi diurni.

Sei stanco mi dici? Ed hai le mani sporche

ti porto alla fonte immemore

che mai non si prosciuga…

Lava le palme e bevine

e continua nell’oblio la tua fuga.

Corri, bambino corri….

Vedi laggiù?

All’orizzonte la terra si piega

percorri senza fiato ogni lega

e tornerai da dove sei partito

perché il sentiero d’eterno ritorno è infinito.

Infiniti frattempo…

Bello è rifugiarsi, sai,

in quell altrove dove tu ci sei.

Non è memoria

è spazio accanto,

cielo d’altro cosmo ch’io canto.

Da tempo ho inteso,

oh, l’ho inteso bene…

che se leggo il mio andare in prima e poi

son solo pene…

Son tratti, invece per stringhe d’altri piani

di mondi così vicini…così lontani.

Ecco, scrivo,

in curvatura di spazio/tempo,

nella cavità interstellare

di infiniti frattempo.

Il colore della notte.

Voglio parlarti del colore della notte,

quel rosso intenso venato di nero,

un tunnel di vaghi bagliori,

striature di mondi, baluginii di colore.

E’ il caleidoscopio ad occhi chiusi,

nel dormiveglia dei sensi, lieve torpore.

Una corsa è, tra stanze e valli,

ed i volti si disegnano, s’allungano svanendo

e tu ne sei il vago pittore,

facitore di sogni, in un viaggio d’ardore.

Frammenti sonori.

Me ne andavo per le valli

ad inseguire il silenzio,

mi sedevo, poi su un sasso

per non produrre scalpiccio.

E s’acquietava anche il vento,

complice del nulla in avvento.

Ed a quel nulla diedi il nome,

valle per valle…

dell’infinito, dell’eco e del silenzio

tracce onomastiche

del mio sentiero di iniziato.

Sapevo che era il cammino,

impervia via verso soglie d’accesso.

E ne scrivevo, languido e smarrito,

in frammenti sonori,

che mi porto addosso, ancora adesso.