Zona sospesa.

In qualche cerchio vertiginoso di luce

si incontrano anime senzienti…

Certosine d’amore e pazienti

placano, nel cosmo, ciò che fu truce.

Nella zona sospesa tra i sogni e il torpore

puoi averne, di quella vertigine, sentore

e t’acquieti ogni notte in piccola morte

traghettando corpo/anima in altra sorte.

Vivide essenze.

Potessi io sfiorare la membrana dell’altrove.

Quella nicchia ascosa…

nella curvatura dello spazio/tempo.

Per un attimo avvertirei le voci e i bisbigli

degli infiniti giochi del frattempo…

Richiami intensi al trasmigrare

come se così

si potesse dare un senso al nostro andare.

Potessi io sospendere

l’ossessione percettiva del soggetto

colui che vede conosce e non sa di essere.

Potessi immergermi nell’oblio del nuovo

quale angelo selvaggio nell’immenso ritrovo.

Ecco nel turbine di membrane sfioranti

vivide essenze del cosmo amanti.

Le stanze della memoria.

Ho fatto un sogno…

Potrei nomarlo “Le stanze della memoria”.

Corridoi del tempo, di scoria in scoria

a designare passi d’ogni cara storia.

E tu ricorrente, in impavido sorriso,

dietro un angolo a distanza,

spettatrice d’ogni nuova stanza…

Ed io in sobbalzo intenerito

da tanta figura compagna

si’ da indicarti, timido, a dito…

Fu poi carosello di viaggio la mia uscita

in vertigine sovrapposta, sintesi di vita.

Eppure viaggerò…

Eppure viaggerò…

Io passeggero di questo pianeta rotante

che ad ogni tramonto

avverto la trottola viandante.

E m’affaccio, ora, al comparire della luna,

affascinato tra i crateri e la bianca duna.

Eppure viaggerò…

Fa esperienza il mio occhio di Vespero lucente

luce d’annuncio tremula è il pianeta ardente.

Piccola particella, del cosmo invaghita,

si fa salvezza del viaggio la vaghezza infinita.

Il senso della fine.

Ero poco più di un ragazzo quando incrociai il senso della fine. Passavo ore, in solitudine, tra quelle ch’io chiamavo “le mie montagne”…”la valle del silenzio”…”la valle dell’infinito”…Camminavo ore ed ore nella fitta boscaglia finché riuscivo a trovare un’inattesa radura ed un masso dove appoggiarmi…e ascoltavo. E il tempo andava, sospeso, sino alle soglie dell’imbrunire ,,,vento, cinguettii, richiami era il mio respiro senza domani. E compresi cosa volesse dire il “morire dei sensi” e scrissi: “Cadrò felice in un dolce funereo tramonto”…La certezza di stare in un mondo “dentro” e “parte”, quota di flusso in un flusso cui non dovevo chiedere altro che “essere”…un essere che era anche un abitare dentro l’infinito dei massi e delle montagne nel rumore dei passi che le vissero uomini e animali, assorbendo la loro fine, nel passaggio, al mio persistere provvisorio ed eterno al tempo stesso. E poi il gioco con l’eco al battito ritmico delle mie mani come a saggiare il limite del suono, un altro perimetro del “senso della fine”.

Ne “la valle dell’eco” figurai creature, ninfe dei miei sogni adolescenti…l’eros del mio piacere alle soglie dei mondi dando loro nomi nei sentieri del silenzio…lì’ nacque il mio parlare con lo stormire delle fronde, il senso dell’accoglienza nei miei passi lenti, il caro suono dello scalpiccio sulle foglie secche…lì, poco più che bambino, sentii il caldo d’amore a me vicino…

Cataclisma astrale.

E vennero a dirmi di vivere sereno

quieto in me stesso…

nel mio ultimo tempo appieno.

S’io ne scrivo è perché a ciò mi ribello

questo tramonto

mi chiama altre albe in un tempo bello.

Oh, struggente curva del desiderio

inesausta sostanza di inappagata devianza.

Questo planare senza curve a velocità costante

rallenta il ritmo del mio cuore amante…

Sii tu dannata teoria dell’Universo…

quante porte…

nella curvatura dello spazio/tempo mi son perso?

Dov’è quel combaciare, in piega, di bordi distanti?

Mi dirai tu:

“esiste solo ai margini di un cataclisma astrale”

Dunque è mio destino e destrezza

vagare nel cosmo

per sfuggire alla banalità di questo male.

Cara è la solitudine.

C’è una solitudine che non respingo

è quella che segue il passo lento

ai confini estremi dello sguardo.

Cara è la solitudine che assapora le distanze

misurando…

case, vite e genti nel silenzio d’altre stanze.

Un andare è che si priva d’ogni rumore

e di immaginifiche storie dipinge i paesaggi.

Chi sei tu che sventoli al vento la gonna?

dal balcone, tua cornice,

forse altra vita ti si addice…

O forse, anche tu, butti lontano lo sguardo

a sondare d’altri viaggi

il tuo vivere ormai tedioso e tardo.

E cammina, cammina…

la mia solitudine inventa paesaggi sonori

battiti accesi d’allegria e dolori…

quante vite resistono in quel lontano fuori?

E forse, ancora, distante, tra le case che fingo,

fa sua vita, a me ignara, quella…

il cui volto col mio occhio ancora dipingo.

Tutto era fermo.

Vidi nascere l’aurora che era tempo uggioso.

Un timido freddo

tratteneva lento l’esordio del giorno…

quasi cinguettii di richiamo al risveglio.

Tutto era fermo…

Partecipai, di incanto, alla genesi del tempo

quell’incerto esordire dell’ordine dopo il Kaos.

Oh, non la figuro, quest’esperienza, fu vera,

nella solitudine del mio vagare insonne

a spezzare l’ordito dell’alternarsi sonno/veglia,

quando pur’anche e come sempre…

mi spingo al liminare percettivo degli eventi.

Forse è per questo che, nel mio esausto declino,

non mi sorprenderai mai con gli occhi spenti.

Ancòr ti inonda.

Risalire lento lungo le scie del ricordo.

Questo è viaggio alla scoperta di tua natura,

di quante sostanze d’anime si son fatti strati,

di comunanze, afflati e del calore dei baci dati.

Centellinare, con cura, i passi a ritroso

senza temenza

di rinnovare dolore o stato giocoso…

è siccome ispezionare, preservandole,

le radici di un albero maestoso

ed intorno avvertire la terra buona e feconda

rinnovando il profumo dei fiori belli

che nel tempo, oltre il tempo, ancòr ti inonda.