Una, due tre volte…

Una due tre volte,

o, forse, più…

ho sfiorato la fuga dal tempo.

Dire quando

sarebbe inverecondo

orgasmico morire

ai confini del mondo.

Si fu in due nel tutto

e fu luce nei sensi

quell’in-finire dei piaceri densi.

Una, due tre volte,

o, forse, più…

Ho disgregato

una soglia di immenso,

languido scivolando

in condiviso liquore intenso.

Uno schioccar di dita.

Dura, è dura è dura

piegare

il ferro della scrittura.

Mi vien detto

fa schioccar le dita

che ti si apre la porta

di una storia infinita.

Ma cosa significa?

Tu, voce, mi detti

questo gesto fanciullo

ed io non vi vedo altro

che innocente trastullo.

Forse vuoi solo distrarmi

da questa noia schiodarmi.

Ebbene io ci gioco e schiocco

ma l’infinito

non lo sento e non lo tocco.

Il buon vento.

E mi metterò a danzare su un filo di luce

in equilibrio precario in compagnia degli angeli.

Il vento caldo degli spiriti lievi

mi terrà in equilibrio lontano dall’abisso.

Oh no, non è delirio, tu chiamala, se vuoi

visione…

Mi muoverò tra gli interstizi del tempo

in uno spazio altro a più dimensioni

e la scansione del viaggio

tu chiamala se vuoi emozioni…

Srotolerò, questa notte la corda d’argento

e dalle stelle in brillio trarrò il buon vento.

In lancinante grazia.

Permea in me il senso del bello

in altre anime rifugio e ostello…

Rivelami Natura, l’ultimo segreto

quello dei cicli di uno spirito inquieto.

Così come l’acqua virtuosa sale e riscende

fa che io evapori e cada in pioggia ridente.

Fa ch’io senta il colore oltre la luce

quel cremisi bagliore che nel sangue riluce

e così farà bello il pulsare dei polsi

d’emozione virgulto in lancinante grazia

ecco, questo è che farà l’anima sazia.

E i corpi…

Sabbia calda, sabbia rovente…

il mare bagna un tramonto splendente.

Sabbia d’estate sabbia indecente…

il corpo bagna e fa scultura vivente.

Ogni granello si fa pelle lucente,

la carezza brucia, ma non fa niente.

Oh litorale del tempo perduto

d’orme d’altri corpi sarai imbevuto

ma la memoria…

scolpisce la forma immanente…

e i corpi…

nudi al Sole si stagliano in mente.

Inseguo io…

Inseguo io ciò che non so…

tocco le cose consuete…

le sposto e le coloro

e, di fatto le rendo desuete.

Oh, mania d’essere consapevole

di fragile consistenza,

mite, umile atteggiamento d’esistenza.

E cammino così dove s’annida il mistero

tra antri bui, pareti di un buco nero,

danzando sull’abisso che in me leggo,

tremulo resto in piedi finché reggo.

Eppur si muove.

Hai mai provato al buio

ad inseguire ombre fugaci?

Nella notte dei sensi

accesi, vivi e procaci?

Altre pelli di velluto sono i baci

e tu sussurri e tocchi…

luminose fonti d’orgasmo.

Hai mai provato

a spostare del sogno la chiave

in altra stanza?

Padrone del Rem se hai baldanza.

Hai mai provato a galleggiare

tra qui e un non dove?

Se d’amore muori… eppur si muove.

Solitudine è…

Conosco una vetta che guarda verso il mare.

Fanno vertigine le onde lontane

mentre il campanile vibra di campane.

E tu vedi viaggiare le eco nell’aria vane

mentre…

ti si stringe il cuore di memorie arcane.

Lì sulla vetta, dal campanile furioso

il continuum del tempo dal vento è eroso.

Solitudine è, una grazia che tu sfiori il cielo

e senti, senti che d’altro spazio ti si squarcia il velo.

Scoria pensante?

Dimmi tu che leggi…dimmi

non è forse vero che ti chiedi

quando tutto ebbe inizio?

E di questo inizio non siamo solo

e dico solo…scoria pensante?

Non senti mai il dolore…

dico il dolore… d’essere disgiunto?

Parte di un tutto immemore io smunto.

Lacerante…

è sentire e non essere ciò che senti.

Forse lo intende di notte il viandante

Tra il gracidare di rane e il frinire dei grilli

in uno con…

lo sciacquio di un ruscello fecondo…

ecco il viandante…

sa di essere uno con il tutto/mondo.