Notturno urbano (didascalia d’una visione)

Notturno urbano. Lontane sirene e scalpiccio, ombre in baluginio. Umori d’acqua, sgocciolio. Un qualche vapore che sa di nebbia. Intermittenza di lampioni. Qualche puttana in dondolio d’offerta. Qualche pausa, qualche fretta. Il notturno è per figure perse, maschere svagate per incontri fugaci. Un cantiere abbandonato è cattedrale spettrale, ferita d’asfalto. Sparuto è il verde e, nell’oscuro, trae da lui un imprevisto disperato cinguettio…sarà di fame o freddo, mentre di passi risuona un ticchettio. Notturno urbano. Dorme in abbandono la fontana sotto il faro di uno strano luccichio, paziente trattiene la lordura che galleggia. nel silenzio tutta la vita si spegne e lampeggia. Questo notturno d’ogni viandante è la reggia E sola va, regale, l’ultima ombra fugace…tratteggia le linee diafane e sfuggenti che distinguono il bene dal male.

 

 

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Tra Valchirie ed altre storie.

Ruggisce fiero, rampante il mio pensiero

fra tocchi d’armonia con occhi di sparviero.

E viaggio, mi insinuo, tra luci d’artista

mentre dentro mi risuona di Wagner la cavalcata

ed il frenos sconosciuto e divino m’avvampa.

Entrerò a passi felpati nel cielo di volta occhi sbarrati

e so che il pensiero si farà parole di fiamma

gioco d’amplesso evocando divino dramma.

Facciamo che…

Fresco è il tepore di un marzo che sa d’aprile,

che dici? Giochiamo a rimpiattino nel cortile?

Facciamo che s’era bambini, miei occhi vivi,

nel tempo che

gli sguardi  son d’allegrezza e di tristezza schivi.

Giochiamo al miracolo d’un imprevista simmetria

d’un tempo altro

dove la tua infanzia coincide con la mia.

Facciamo che in pubertà l’ amore ci scotti

e noi stretti stretti

lacrime di densa gioia versiamo a fiotti…

Facciamo che…

La soglia giusta.

Sempre a chiederti degli anni a venire

poi li scorgi, li attraversi e non li sai ghermire.

E allora snoccioli gli anni a ritroso

e li misuri melanconico e giocoso.

Oh, impressionistica pittura del tempo andato,

luce, colore, espansione oltre cornice

ma il vero che hai vissuto chi più te lo dice?

Forse nei sogni se ne fa argenteo archivio

nell’ansia di un desiderio che ti mostri il bivio

il bivio di una devianza non scorta

la soglia giusta che fuori del tempo ti porta.

Non vedo.

Dio mio, non vedo!

No, non sono cieco,

mi si è prosciugata

la percezione del bello.

D’altra cecità non sarei mai sazio

che il lacrimare ferito

d’appagante bellezza sarebbe giusto dazio.

Non vedo altro

che il confine di un muro

invalicabile, balordo e duro,

non è siepe,

non traslucida trasparenza

solo una superficie piatta d’esistenza.

Non commiserate questo sguardo spento

altrimenti mi incazzo…

e in altri versi giocoso mento.

Stella polare.

-Vedi, figlio mio, quella è l’orsa minore,

diceva mio padre…

-osserva la coda, l’ultimo brillore,

quella è la stella polare,

chiamala, se vuoi piccolo carro.

E mi figurai campi celesti,

lì su su in alto, osservando la volta

lì dal mio giardino di montagna.

-Se un giorno andrai per mare

e la bussola perderai…

segui quella luce, ti darà il nord.

Io vidi nei suoi occhi lo stesso bagliore,

penserò a quelli, al loro nitore,

quando, per terra o per mare,

smarrirò della via l’ardore.

Da bambino scrivevo…

Da bambino scrivevo

macchiando cumuli di carta,

inchiostro denso

un’inesauribile voglia di intenso.

Da bambino scrivevo

storie e congiure d’amore e di pace

ed amavo la notte di fievole luce

nel silenzio d’avvento che ai pensieri conduce.

Da bambino scrivevo

nel fantasma di precoci sensi

figurando fluenti capelli su corpi immensi,

Maddalene di luce e d’oscuro

fonte stupenda d’ogni pensiero impuro.

Ora ancora scrivo e non macchio più carta,

con l’inchiostro rimasto nel sangue,

amo ancora la notte di fievole bagliore,

ma il lungo vissuto d’amore

di donna vera ha coperto i miei sensi

e bagno parole in carne pelle e sangue

che non grondano più illusione,

ma il pungente dolore di un’inesausta passione.