Epokè di trasparenze(Golfo di Napoli.Tardo mattino)

Terre emerse di mezzo al mare,

nel golfo l’abbraccio del mio stare.

Oh mio caro porto d’accoglienza

trafigge l’occhio la tua luminescenza.

Gradazioni d’iride celeste,

un campo esteso d’anime deste

nel brulichio di vite d’acqua e di case,

sotto il vulcano ca dinto ‘o cielo trase.

Epokè di trasparenze

di tra effluvi di essenze…

Ed io, in tempo sospeso, steso,

intenso e speculare tra le apparenze.

Lo sgomento.

E in quel vortice di immenso

si nasconde d’oltre il nulla

lo sgomento…

Baluginio di stelle rotanti

nel fragore del silenzio.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova”

Oh, misura incommensurabile

d’eterno che non nasce e non dura

e ai tuoi bordi il tempo s’azzera.

Infinitesima e distante

La mente volatile eppure l’accoglie

questa particolarità del tutto,

e noi miracolo, perduto, smarrito,

d’intelletto ch’esplode nel panico del niente.

Splendido niente.

Dei buchi neri mi piace il mistero

quell’essere porta

di un imperscrutabile impero.

Somiglia il vano dell’anima mundi,

quella vertiginosa gravitazione di immenso,

dio mio a Bruno e a Jung penso.

E a San Bernardo che a Dante dice,

che è tutto falso quel che si vede:

che i cieli non son fermi afferma,

ma di vertigine violenta e luminosa

danzano pazze tutte le stelle,

ed in frizione le anime belle

son tutte nel cosmo

a vorticare con quelle facelle.

Lo vedo l’orizzonte degli eventi,

irridere le leggi d’apparenze spente

e noi…

infinitesimo gioco, in trottola permanente,

siamo parte di questo matto, splendido, niente.

Oh, la conoscenza…

Oh, la conoscenza…

Solo è lo spostamento di un confine.

E s’apre nell’oscuro una luce

segnando d’altro oscuro il limen.

Bieca è la supponenza di possedere il tutto,

d’esaudire della mente l’occhio

in ciò “che per l’universo si squaderna“.

E m’affido, allora,

a questa inconsapevole appartenenza,

in questa minuta baia mossa

del mio mare calmo d’essenza.

Il vero amore.

Figlio mio, dovessi partire, portami dentro.

Riponi nella valigia del tuo viaggio

questo mio antico istinto al coraggio.

Fui figlio ed ebbi padre, figlio mio,

Pur basito e sperso, quando finì lo rilevai io.

Oh, no! Non è certo questo un addio.

E non è catena di cellula persistente

a far di te parte mia sempre immanente,

è lo sfiorare di gioiosa mente

nei giochi d’arte che tu ami…

nel brillio dell’occhio assai evidente.

Perdona, a volte, il mio amore silente

ma vivido e puro nello scambiarci il dolore

perché è questo, anche, figlio mio, il vero amore.

Si rinasce.

Si rinasce, nel tempo, come la scia di un ricordo.

Come un ritmo lento che batte di memoria

in ogni cuore in cui suoni un tenero accordo.

Si rinasce nel vento di parole disperse

feconde di te, pur se in dolce oblio asperse.

Si rinasce nel solco di un vero vissuto,

lasciando alla terra un seme vano, ma a volte giocondo

nell’imperscrutabile giro della tua danza nel mondo.

Ettore.

E Franz può svanire,

inutile orpello e velario.

So io bene perché mi fu caro,

pseudonimo di un incontro raro.

ora,

nel danzare su una soglia

di smascherarmi tenero

m’è venuta voglia…

E riprendo il nome di battaglia

quel che mi emerse al mondo

venendo su dalla dolce faglia

Ettore,

domatore di bestie e puro,

di Ilio figlio e suo usbergo duro.

Sconfitto da un eroe da accatto

a lui lasciò il disdoro

e con Omero fece eterno patto.

Ne sorrido d’orgoglio e il nome riprendo,

a petto in fuori e Franz al tappeto stendo.