Ogigia(il pentimento di Ulisse)

Del fulgore di Calipso non sono più degno

se alla fine

ho poggiato il culo stanco nel mio vecchio regno.

L’isola immemore mi proponeva immortale

dentro un amore magico eppur reale…

Ma seppe Penelope tessere sua tela,

quale un ragno paziente

che un freddo talamo ora svela…

Ed ora che mi punge vecchiezza scorticata

di quell’isola d’altrove, Ogigia amata,

rimpiango il fiore di mia erranza abbandonata.

Perché mai l’umano affida a un disperato legno

il ritorno a un consueto e ripetere di vita disegno?

Ed ora del panico

d’una felicità promessa pago lo sdegno…

Oh ninfa che mi rapisti sul promontorio felice,

in antri osceni c’ora la memoria benedice

ricordati di me e non del mio abbandono truce

concedi…

al mio canto di inviarti l’ultimo sospiro di luce.

Monologo2 (Lei a Pierrot)

Nella luce del tuo teatro notturno m’hai chiamato, quale falena di luce amorosa nei tuoi occhi, mio amato. Ah in questo arcano gioco d’assenze non m’è dato toccarti che ben altro segno avrei voluto darti. Io son femmina sai? E di farmi ombra più non sopporto, né più mi basta sfiorarti del mio fiato col colore. Oh sfiniti infingimenti d’amore, specchi rifratti di dolorose distanze…ora che la scena è mia tu sei svanito e di dedalo s’è fatto il mio cammino…l’eco di tua voce non m’è più vicina… (si china come avesse trovato un segno, in qualcosa) che vedo qui? Umido è di tua lacrima il terreno lascia ch’io vi bagni le palme e l’assaggi, caro liquido d’umore….anzi ecco v’aggiungo il mio che si mescoli quale liquida carnale sostanza oh…si potesse far fiume d’antichi amplessi giungendo i nostri corpi fin nei più intimi recessi. Oh Pierrot vorrei smettessi di cantare alla Luna e alle stelle, si son nostre compagne quelle fiammelle, ma qui sul mio seno, le troverai, nel mio ansimare più calde, più belle. Ma tu canti evocando la mia presenza in assenza sulla scena vuota del tuo notturno segreto… e si fa bieco e malvagio questo alternarsi nel comparire…traslucida sequenza di un teatro d’amore sulla soglia dello svanire. Oh, non si chiuda il sipario su questo mio pianto che cadrebbe nel suono sordo del mio schianto.

Nei dialoghi all’imbrunire.

-Portami nel tuo teatro se puoi.

-Ancora tu e sempre all’imbrunire.

-E’ il mio interstizio di consistenza, dovresti saperlo.

-Già. Ma sei mutato, anzi oscilli di forma e ti scorgo male. Mi fai venire le vertigini, non riesco a fermare la tua immagine.

-Sono un corpo che per te attraversa il tempo ed il mio mutare è nell’apparire, nel frattempo.

-C’è dell’ambiguità in quel che dici…un corpo nel frattempo…

-E’ per questo che devi portarmi nel tuo teatro, fermarmi in quel frattempo.

-Corri dei rischi, lo sai?

-E che mai può succedermi più di questo continuo svanire e apparire?-

-Potrei moltiplicarti in mille sfaccettature di corpo e cose, farti rumore o vento o una luce selvaggia, o solo una voce, potrei dare di te anche un’immagine cupa e atroce.

-Lo hai già fatto senza che io te lo chiedessi, tante volte.

E perché allora ti ripresenti, ora, e me lo chiedi espressamente?

-Perché, credo, sia giunto il tempo che tu ti renda consapevole della mia presenza o, anche, se vuoi, della mia assenza.-

-Insomma ti vuoi intrufolare apertamente tra le mie carte, le mie visioni. Non ti sembra d’essere un po’ troppo invadente?

-Mi fai ridere quando difendi il tuo recinto. Vai rubando anime in giro e ti rifiuti d’accettare quella che più ti è prossima e che forse, da sempre t’accompagna…

-Vuoi farmi credere d’essere il mio Genio. Ora sei tu che mi fai ridere. E’ storia vecchia ed anche un po’ abusata.

-Che ego smisurato ti ritrovi! Parli di me come se fossi al tuo servizio, una parte di te in spirito folletto. Io sono quota di mondo, vecchio mio e se a te mi accosto, benevolo, è perché, tu voglia o non voglia a questo sei predisposto.

-Insomma sarei un medium, uno strumento.

-Se ti piace metterla così…Se poi non vuoi, chiudi tutte le finestre e prosciugati nel tuo deserto di solitudine.

-Ne sono tentato, sai? Bene. ormai sei qui e forse non per molto visto che l’ultima luce sta svanendo. Dovrò afferrarti con disperata energia prima che ancora una volta tu sfugga via…Chi o cosa vuoi essere, dimmi? Uomo, donna, bambino, animale da soma, un pellegrino all’ultima messa o uno smarrito viandante che canta all’aria tersa?

-Tu come mi vedi, ora?

-Non sei che un’ombra tra le ombre della sera, troppo sfuggente perché io possa fermarti in un corpo teatrale apparente…

-Quante ubbie ti fanno precaria la mente, fratello d’anima. Ecco, il tempo fugge e hai fatto venir su un vento di tempesta…vado via, come voce in bufera e, stasera, questo ti resta. Un ecco, un sogno, anzi del sogno un ombra…

-Le tue visite lampo stanno cominciando a darmi noia…dove sei? Cos’è questo ululare, sa di sberleffo! Passi , mi scuoti, poi mi lasci solo in questa scena vuota…adesso. Sai cosa faccio? Ti terrò prigioniero nei miei dialoghi all’imbrunire finché non ti deciderai a consistere per il tempo giusto in avvenire.

L’ultimo attore (per un monologo)

Dire a battito lento… m’ascoltate? Disperato è questo rompere il silenzio. il teatro è vuoto ed esalta questa voce e l’eco è oscura come questa fioca luce. (misura lo spazio quasi a far ritmo con lo scalpiccio dei passi) Quasi fantasma di me stesso regalo questo corpo al rito di una presenza prossima allo svanire già nell’attimo del dire…un dire che di sacro ha ormai solo questo senso del morire… il teatro è vuoto… agorà metafisica (sorride amaro) tra ombre fluttuanti…ultimo battito lento… magia compagna invadente di una sera oltre il sipario del niente… il niente…se non questa voce che permane insistente, resiliente, intermittente… esercizio di postura, ecco, arco di bellezza (tende il corpo ad arco in flessione per poi lanciarlo in un salto goffo)… oltre la quinta che m’opprime , forse, ci sarà ancora il mondo…no…i mondi… Oh li chiamerò danzando in questo nulla! Musica! Musica! Musica! (Batte le mani a ritmo e attacca una nenia che parte profonda dal ventre a bocca chiusa)…Dio, che vaghezza di inutile sogno…questo invocare divinità spente di un ecco, di un sogno che non è che un’ombra, un’ombra di un istante sfuggente di compresenza svanente di un piccolo io in corpo immanente. Actio, atto, attore, attante, il vizio osceno esposto di un corpo mutante (ride, fa smorfie si contorce) ...”la storia raccontata da un idiota, un piccolo attore che si muove per un’ora sulla scena e che non significa nulla”…(questa citazione dal Macbeth la dice quasi evocativa quasi ad afferrare con le mani ombre che gli sfuggono e che lo circondano…. poi, di improvviso tende le orecchie e pone le mani come in ascoltosorpreso) Cos’è questo vento? Questo rumore che spacca il silenzio… fiume di gente andata… è in cammino… verso dove? No!!! NO!!! non è questa l’uscita! qui con me venite! In questa scena infinita…il teatro è vuoto! Non ve ne andate morti cari…Non abbiate paura. Questa non è tomba, è sacrario, spazio di mezzo, transizione… io sciamano ve ne farò ragione! No! Non rompete il cerchio di questo mio ultimo rituale…Svanite se così vi piace ultime presenze! Via! Via! Via! M’accascerò balordo ,al centro della scena, mimando l’ultima assenza.

Mnemosyne (un frammento)

Oggi sono al lavoro a revisionare cose…e così ecco un frammento di un mio romanzo che devo consegnare a breve … un passo “visionario che amo e dunque mi va di condividerlo. Il titolo è quello richiamato su…

buona lettura:

Sono qui, sono lì…nel mezzo sospesa…nebulosa vaghezza d’abisso…

   La notte seguita all’esperimento nella sala del CNR non fu una notte tranquilla per Angela. Stefano ed Alberto avevano preteso ed ottenuto d’accompagnarla a casa, ma non permise che venissero su a “vegliarla”, come pure avevano proposto, il caro Stefano con tenera insistenza. Voleva star sola, Angela, le bastava la preziosa e silenziosa presenza della madre. Aveva bisogno di raccogliersi, riflettere, riposare. Aveva, con un vezzo tutto femminile, lasciato inalterata la sua stanza così come l’aveva disegnata da adolescente. Scaffali di libri alternati a ninnoli di varia natura, ciascuno segno di un tempo, di una storia. Amava le bambole, Angela. In particolare aveva un predilezione particolare per una creaturina biscuit che recava sul visino deliziose schiocche rosse sul fondo pallido della porcellana. La teneva costantemente sul comodino da notte, le gambette leggermente divaricate e gli occhi semichiusi della dormienza. Osservare quella creatura di porcellana la rilassava, le conciliava il sonno. Si addormentava così, sorridendo alla bambolina, e anche quella notte, le sorrise. Ma il sonno non venne…

Appunti…

Nel fievole luccichio del dormiveglia, Angela attraversò tunnel di bagliori, oltre la membrana delle palpebre socchiuse. Fin da bambina aveva visto sfumare le cose della sua stanza in un bagno di colori, ma quella notte le oscillazioni cremisi arrivarono in un flusso impetuoso attraversando, oltre gli occhi e la mente, l’intero suo corpo sino a darle una leggerezza sospesa che la fece fluttuare…e vide, Angela, vide le sue mani di bimba che stringevano la creaturina biscuit, vide frammenti del suo tempo di gioia e gioco, del suo tempo d’ardori adolescenti, le spudorate accensioni d’amore, le depressioni, le crisi…le morti, il dolore…vide il padre perduto e la madre dolente e, nella nebbia del tempo fuggente, vide se stessa portata via, oltre le pareti della stanza, ora velari porosi e trasparenti che accoglievano scenari tra monti, radure e mari. Un’apocalisse di fuga e migrazioni senza posa di genti e bestie, lontano…lontano da coste e da città semisommerse sotto la calura accecante di un sole senza veli. E, di volo in volo, si trovò a fluttuare sotto la volta a cuspide del Tempio dell’eterno ritorno. E vide gli Idola, non più nelle nicchie, ma disposti in centinaia di casse metalliche e vide le casse rullare su enormi tapis roulant che scorrevano lenti e continui verso decine di cunicoli alla base del tempio. E avvertì l’impatto della vibrazione sonora e il canto che sapeva d’aver lei stessa un tempo intonato…e ne riconobbe le parole, nei suoni d’una lingua che avvertiva, ora, familiare…

Bevete, creature, alla fonte.

Alla fonte della mia mente,

assorbite la vita in me immanente.

Io mi abbandonerò all’oblio

a voi l’eterno fiume

d’una memoria permanente.

E nell’eco del canto, si sentì, Angela, risucchiata indietro. Veemente fu la spinta nel tunnel del suo volo sino a precipitarla nel vuoto nero di un abisso, in uno col sapore d’oblio di quella nenia vibrante. E giù, giù, tra curve d’universi combacianti, strappi nello spazio/tempo sino a quella se stessa raggomitolata nel letto con, tra le mani, la bambola biscuit.

Le metamorfosi di Maria

Si dice che Maria appena nata profumasse di fiori, un odore di prato intenso che pareva s’avvertisse ancor più ad ogni piccolo vagito e fu così che le fu dato un piccolo soprannome che designasse questo strano prodigio. Questa è la storia di Maria Brezza d’essenza… Cresceva la piccola e la vestivano di colori per dar senso visivo a quel suo dono olfattivo… Man mano che al mondo s’affacciava, la piccola manifestava nuovi prodigi, come se quella sua “Brezza d’essenza” non fosse altro che un segno d’altri miracoli di natura. Dicono, anche, che qualsiasi cosa toccasse reagiva al suo tatto come fosse viva, come se una parte di quella brezza alle cose stesse venisse donata. Ma Maria poco se ne calava, per lei era sorriso innocuo ogni fantasmagoria le accadesse. Conoscere il mondo era per lei farne parte, essere lei stessa il mondo. E s’avvide, così, che poteva mutare in ciò che più l’attraeva. Toccava un fiore, era fiore, toccava una farfalla, era una farfalla. Toccava un frutto, era un frutto…e così, così crebbe fanciulla di mille metamorfosi, instabile bellezza in perenne oscillazione tra forme e sostanze. I maligni dicono che crescendo perderà questo portento. Può accadere solo se si spegne in lei lo stupore d’ogni nuovo sapore, d’ogni nuovo odore, d’ogni nuovo colore. Finché lei saprà d’esser parte del tutto continuerà ad assimilare in sé d’ogni forma virgulto.

Memoria d’una apocalisse.

Siamo più di mille tra la battigia e le onde,

mentre il sole tramonta, disco immenso e rovente…

siamo più di mille io e la mia gente…

non c’è scampo alla rovina…

per me e la mia gente la fine s’avvicina.

Officiammo al tempio l’ultimo rito

per affidare al mare il nostro grido…

Ed il grido si fa ora canto di memoria

che affida al tempo la nostra storia…

Fummo, noi, popolo uno e potente,

connessi noi mente per mente

e presto saremo una marea assente.

Ecco eleviamo ora il canto disperato del morente

affidando ai corpi muti del nostri lari

gli ultimi pensieri cari.

Costruimmo città ardite,

guglie e volte infinite

fatte polvere al calore

di questo sole che ora muore…

Lavori in corso (un frammento)

Un oceano denso di magma e mare, sotto un sole espanso in asfissia di calore e…vapori, vapori d’anidride solforosa nella nebbia densa a coprire l’ultima terra malferma… l’ultima isola…l’ultimo canto di Niima, in ginocchio, nude le lunghe cosce, sotto la volta a cuspide del tempio della memoria…facce smunte, pallide a farle coro in un lamento lungo e silente come un sibilo di vento tra le fessure…Niima, la sacerdotessa, le mani tese ad evocare la vibrazione …la subliminale condivisione…

E dalla cupola di cristallo l’eco avvolgente a scendere nelle migliaia di nicchie dove gli idola si illuminavano vibranti nel canto.

Canto dell’amore perduto Blues

I’ vaco sbarianno,

‘o ssaje ca vaco sbarianno

e so anne, assaje anne ca me danno

(lamento in sax)

N’ata notte senz’ammore

senza nu ciato de calore

comm’è fredda chesta stanza

e ‘a cervella fora danza

(Sax in ottave a salire)

Senza ‘o schiocco e’ nu vaso

è na schiumma stu travaso

nu sudore senz’ammore

friddo e scuro dinto ‘o core

((lamento in sax)

N’ata notte senz’ammore

senza nu ciato de calore

dinto’a stanza grigia e scura

pure’a speranza mme fa’ paura.

(chiusa in cascata di note dolorose ad libitum)