La bella signora.

Io vengo qui spesso, e lei?

Fa la bella signora…

io rispondo: son qui ogn’ora.

Ammicco, ammicca…

la faccenda si fa ricca

il mio io un po’ monello

si butta e pensa: qui si ficca!

Va chiedendo di me in giro

la spudorata

ed io intendo che…

monella pure lei ci è nata.

Lo zoo degli estinti.

Chiudimi, se vuoi, nel recinto degli animali rari,

porta i tuoi cari amici a dileggiare i miei difetti

mentre m’osservano disperato a digitare poesie.

Ridete sganasciando del riso del “normale”

quando ispirato mi vedete cantare dolce il mio male.

Portami, infine, se vuoi, nello zoo degli estinti

ultimo sopravvissuto cantore dei vostri vizi stinti.

Tanto lo so…

che non leggerai, badessa del convento dei fessi,

io resterò rinchiuso, libero dai vostri banali recessi.

In viaggio verso Santorini(altro frammento da “Mnemosyne)

Dal diario di Stefano Cruzzi . Settembre ***

Dal Pireo abbiamo preso la nave che ci porterà a Santorini. Mi inquieta Angela che ha voluto chiudersi in cabina con le foto delle lamine…m’ha detto solo uno “sta tranquillo, lasciami stare”, detto flebile flebile, ma io l’ho sentita farfugliare altre cose…a malincuore l’ho lasciata stare, è suo diritto, a suo modo, capire…Alberto è impegnato a spiegare a Lugo la storia delle lamine, del ritrovamento nella tomba di Hipponion a Vibo Valentia e di come quella preziosa lamina sia stata ritrovata nella bocca di una fanciulla, all’interno della sua tomba. Lugo sembra profondamente colpito. A me è toccato indottrinare De Ritzis e Lorenzi. Il colonnello mi sorprende, è una vera spugna, assorbe senza alcun limite ogni novità, trascrive ogni cosa…non credo sia solo per i rapporti che invia a Roma credo che stia organizzando un archivio quasi personale, una sorta di futura memoria, forse nel timore, non ingiustificato, che qualcuno, in alto, più questa storia si complica, più venga assalito dalla voglia di insabbiare tutto. Con Lorenzi la cosa è stata più complicata. Il professore ha un’ottima formazione classica e sulla storia delle lamine qualcosa sapeva, ma ha tirato fuori una teoria tutt’altro che campata in aria a proposito delle intuizioni junghiane sull’anima e l’inconscio collettivo, l’ultimo Jung, in particolare, che sembra complicare la faccenda degli archetipi. Secondo Lorenzi gli idoli hanno un qualche meccanismo che attiva i nostri neuroni “ancestrali”. Lo starebbero a dimostrare i filamenti luminosi innervati nel cervello di Angela durante le “crisi”  e l’attività cerebrale “automatica” e inconscia rivelata dalla risonanza magnetica. Insomma gli idoli “avvertono” il soggetto disponibile e si attivano. Quasi fosse un facezia, ma alla fine mi pareva serio, ha finito per sostenere che le opere di taluni grandi artisti potrebbero avere a che fare con l’attivazione dei neuroni ancestrali e via con gli angeli di Raffaello e di Leonardo, l’enigmatica Gioconda e via via sino, naturalmente ai Surrealisti e allo loro scrittura automatica, come già ebbe a sostenere al momento del consulto nel suo studio a Napoli. Ecco. Ora siamo a Santorini, ne vedo le luci a distanza. Sono le 22 precise ed il mare è calmo. Angela m’ha raggiunto a prua sulla tolda. Insieme osserviamo la luna piena che fa rifrazioni luminescenti sulle acque. Ci baciamo, ma lei ha dentro vibrazioni d’altrove.

***

Antonietta l’idolo e il Grande David (Frammento dal romanzo “Mnemosyne)

Antonietta beccò l’oggetto mentre esaminava lo stato di salute dei broccoletti nel piccolo orto messo in opera a ridosso del tempietto ai piedi dell’acropoli di Cuma. Ignorava, naturalmente, Antonietta la divinità cui la piccola costruzione era dedicata; dovevano averla ignorata, del resto, o, quantomeno, rimosso anche gli esperti della soprintendenza visto lo stato di abbandono in cui versava quella permanenza archeologica.

La donna aveva favorito quella “dimenticanza” evitando, accuratamente, di estirpare l’intreccio di sterpaglie, rovi ed erbacce che, di fatto, avevano reso il luogo inaccessibile.

Antonietta era fiera di quel piccolo orto; per lei era assurto a simbolo di una significativa vittoria nei confronti del marito, timoroso di infastidire le autorità che gli avevano concesso l’uso d’una abitazione in tufo all’interno degli scavi ed una saltuaria guardiania arricchita dalle mance di studiosi improvvisati e turisti.

Gaetano De Simone era un uomo assai piccolo di statura, dall’occhio vivace, ma un po’ acquoso proprio di chi ama la libagione bacchica; Antonietta, dal canto suo, era una sorta di virago, scassata rimanenza di una bellezza mediterranea sfiorita assai presto. Il brav’uomo s’era lasciato convincere quando ‘Ntunetta gli aveva incontrovertibilmente dimostrato la totale esclusione del tempietto dal percorso degli scavi. L’occupazione era poi stata completata, di comune accordo, con una invalicabile recinzione abusiva.  

Antonietta, come era suo costume per le novità che non aveva del tutto verificato, tenne all’oscuro Gaetano a proposito dello strano ritrovamento avvenuto, in condizioni inquietanti, ai piedi dell’antica ara del tempio.   Era accaduto all’imbrunire mentre la donna stava controllando, ad una ad una, le foglie delle sue insalate. Dalla natura incolta che avvolgeva la struttura sacra era giunto come una sorta di sibilo, un piccolo vento che dall’interno s’era messo ad agitare le erbe e i rampicanti, s’era infilato oltre i rovi colpendo freddo ed inatteso il volto segnato di Antonietta chino sulle verdure. Per quella donna la paura si trasformava, sempre, in una sfida. Armata solo delle sue mani toste, si fece strada in quella giungla domestica ed entrò oltre il pronao, nella saletta centrale e, lì, nel controluce del tramonto che sembrava avere bagliori più intensi vide la cosa. Non si perse d’animo, avvolse l’idolo in un vecchio straccio che adoperava come grembiule e gelosamente lo nascose in un angolo del capanno degli attrezzi. Alle prime luci dell’alba, lei, la prima ad alzarsi, l’avrebbe studiato più attentamente ed avrebbe riflettuto su cosa farne e, soprattutto, su cosa ricavarne.

***

  Il mago di Torre Annunziata, Il Grande David, come amava farsi chiamare, spiritò gli occhi più che poté fissando la reliquia che si ergeva al centro del tavolino di finto mogano. Di fronte a lui, stravolta al limite della crisi, Antonietta. Il rosso e il nero dominavano quell’ambiente bizzarramente illuminato dal basso, vibrazioni new age un po’ casarecce erano diffuse da piccoli gracchianti altoparlanti recuperati da David, in uno con l’impianto, in una grandiosa svendita nella vicina Castellamare.

La stanza della cerimonia era allestita all’interno di un vecchio palazzo abusivo, a ridosso della infrequentabile spiaggia di Torre. L’esterno del fabbricato manifestava segni evidenti di dissesto, ma appena vi si accedeva, un improvviso quanto improbabile sfarzo accecava di illusione l’avventore di turno. Un combinato effetto di lumini e neon azzurrognoli conferivano alla scala d’accesso il dovuto alone di mistero a buon mercato. Sta di fatto che Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva rilevato l’uso dell’edificio da una coppia di zingari, che l’occupava abusivamente con suppellettili e annessi per la somma di tre milioni di lire. Poi pennelli, colori e stoffe del mercato di Resina avevano fornito la materia della ristrutturazione “magica”, compresa la scritta fluorescente che appariva all’ingresso della sala, in cima alle scale del “mistero”

Il GRANDE DAVID. ESORCISMI E FATTURE BENIGNE.

David/Peppino, avvolto in un gran manto nero tutto intarsiato di strisce d’oro lungo i bordi, con tanto di cappuccio che incorniciava il volto sapientemente impallidito, tanto da rendere indefinibile l’età, alzò lo sguardo intenso verso Antonietta e prese ad armeggiare scongiuri in una lingua che lui affermava essere aramaico, poi, di colpo, afferrò la donna per i polsi e prese ad inveire:

Tu, donna, confessa il commercio con il male. Perché chiami Volto Santo questo demone cornuto? Tu dici di aver visto il Salvatore nelle fiamme dell’inferno. Io scaccerò da te il demone che ti ha condotto alla bestemmia! Kirie, Kirie! Tocca, ora! …Tocca! … E rinnega l’idolo!

-Urlò, Ntunetta, disperata, cercando di liberarsi, sapeva che toccando l’oggetto sarebbe accaduto di nuovo.

Tocca, donna! Non temere, tocca!

Con uno strattone il Grande David impose le mani sgranate di Antonietta sull’idolo. Spasmi e tremore diffuso.

Ecco, vedi, la fattura è scomparsa…rilassati donna, ti darò l’alone protettivo…

Profondo il turbinio incandescente prese a salire in vortice, Antonietta lo riconobbe, ma non riuscì a staccare le mani dall’oggetto.

La mia forza è su di te– millantava David. –

 Antonietta prese ad urlare per il gran fuoco dentro. A quell’urlo il mago ridivenne il povero Peppino Rovina ed impallidì per davvero. Non aveva mai udito quella che a lui parve la vera voce del demonio. Ora il male gli era di fronte con gli occhi di brace ed il rantolo selvaggio. Già. La povera Antonietta, nel cercare di sottrarsi all’abisso spazio/temporale, gli si era lanciata addosso, a cercare l’ultimo disperato sostegno…ma…

Il terremoto arrivò improvviso squarciando il pavimento della Sala e, dallo squarcio, le fiamme e un vortice che risucchiò l’intero edificio fin dalle fondamenta. Goffo, nel suo gran manto da cerimoniere, Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva tentato il suo primo, vero, eroico esorcismo incrociando gli avambracci in segno di croce, ma fu inghiottito con Antonietta, mentre intorno esplodeva l’inferno.

Ogigia(il pentimento di Ulisse)

Del fulgore di Calipso non sono più degno

se alla fine

ho poggiato il culo stanco nel mio vecchio regno.

L’isola immemore mi proponeva immortale

dentro un amore magico eppur reale…

Ma seppe Penelope tessere sua tela,

quale un ragno paziente

che un freddo talamo ora svela…

Ed ora che mi punge vecchiezza scorticata

di quell’isola d’altrove, Ogigia amata,

rimpiango il fiore di mia erranza abbandonata.

Perché mai l’umano affida a un disperato legno

il ritorno a un consueto e ripetere di vita disegno?

Ed ora del panico

d’una felicità promessa pago lo sdegno…

Oh ninfa che mi rapisti sul promontorio felice,

in antri osceni c’ora la memoria benedice

ricordati di me e non del mio abbandono truce

concedi…

al mio canto di inviarti l’ultimo sospiro di luce.