Le metamorfosi di Maria

Si dice che Maria appena nata profumasse di fiori, un odore di prato intenso che pareva s’avvertisse ancor più ad ogni piccolo vagito e fu così che le fu dato un piccolo soprannome che designasse questo strano prodigio. Questa è la storia di Maria Brezza d’essenza… Cresceva la piccola e la vestivano di colori per dar senso visivo a quel suo dono olfattivo… Man mano che al mondo s’affacciava, la piccola manifestava nuovi prodigi, come se quella sua “Brezza d’essenza” non fosse altro che un segno d’altri miracoli di natura. Dicono, anche, che qualsiasi cosa toccasse reagiva al suo tatto come fosse viva, come se una parte di quella brezza alle cose stesse venisse donata. Ma Maria poco se ne calava, per lei era sorriso innocuo ogni fantasmagoria le accadesse. Conoscere il mondo era per lei farne parte, essere lei stessa il mondo. E s’avvide, così, che poteva mutare in ciò che più l’attraeva. Toccava un fiore, era fiore, toccava una farfalla, era una farfalla. Toccava un frutto, era un frutto…e così, così crebbe fanciulla di mille metamorfosi, instabile bellezza in perenne oscillazione tra forme e sostanze. I maligni dicono che crescendo perderà questo portento. Può accadere solo se si spegne in lei lo stupore d’ogni nuovo sapore, d’ogni nuovo odore, d’ogni nuovo colore. Finché lei saprà d’esser parte del tutto continuerà ad assimilare in sé d’ogni forma virgulto.

Memoria d’una apocalisse.

Siamo più di mille tra la battigia e le onde,

mentre il sole tramonta, disco immenso e rovente…

siamo più di mille io e la mia gente…

non c’è scampo alla rovina…

per me e la mia gente la fine s’avvicina.

Officiammo al tempio l’ultimo rito

per affidare al mare il nostro grido…

Ed il grido si fa ora canto di memoria

che affida al tempo la nostra storia…

Fummo, noi, popolo uno e potente,

connessi noi mente per mente

e presto saremo una marea assente.

Ecco eleviamo ora il canto disperato del morente

affidando ai corpi muti del nostri lari

gli ultimi pensieri cari.

Costruimmo città ardite,

guglie e volte infinite

fatte polvere al calore

di questo sole che ora muore…

Lavori in corso (un frammento)

Un oceano denso di magma e mare, sotto un sole espanso in asfissia di calore e…vapori, vapori d’anidride solforosa nella nebbia densa a coprire l’ultima terra malferma… l’ultima isola…l’ultimo canto di Niima, in ginocchio, nude le lunghe cosce, sotto la volta a cuspide del tempio della memoria…facce smunte, pallide a farle coro in un lamento lungo e silente come un sibilo di vento tra le fessure…Niima, la sacerdotessa, le mani tese ad evocare la vibrazione …la subliminale condivisione…

E dalla cupola di cristallo l’eco avvolgente a scendere nelle migliaia di nicchie dove gli idola si illuminavano vibranti nel canto.

Canto dell’amore perduto Blues

I’ vaco sbarianno,

‘o ssaje ca vaco sbarianno

e so anne, assaje anne ca me danno

(lamento in sax)

N’ata notte senz’ammore

senza nu ciato de calore

comm’è fredda chesta stanza

e ‘a cervella fora danza

(Sax in ottave a salire)

Senza ‘o schiocco e’ nu vaso

è na schiumma stu travaso

nu sudore senz’ammore

friddo e scuro dinto ‘o core

((lamento in sax)

N’ata notte senz’ammore

senza nu ciato de calore

dinto’a stanza grigia e scura

pure’a speranza mme fa’ paura.

(chiusa in cascata di note dolorose ad libitum)

Reprimenda.

Non ti vestire di potere

se gli altrui sogni non sai vedere.

Acquattati nel cantuccio del mediocre

e affila i denti

per chi ti è pari nelle male opre.

Lascia che di onestà e di innocenza

il mondo non possa far senza.

Te lo canto in rima dimessa

quasi di morale a farti la messa,

ma se continui a masticare rancore feroce

Prima o poi questo canto si farà atroce.

Facile all’amore.

Ti racconterò un sogno.

Erano, le botti, a rotolare verso il piano

ed io ad ordinarle

ad una ad una per stiparle poi in cantina.

L’odore acre del mosto selvaggio

m’annebbiava alleviandomi fatica,

era di luce soffusa la cantina antica.

Di buon vino d’annata si faceva travaso

ed io governatore di Bacco d’ebrezza pervaso.

Silenzio…

Solo, di tanto in tanto, distillato cadere di goccia

quale eco di vita che sboccia…

Non vedevo compagni né udivo sussurri,

ma, nell’aria, c’era l’allegria di un canto muto.

Chi può mai dire il perché di questa masseria,

di questo stipare botti del succo d’un sanguinoso vitigno…

forse non fu sogno, ma altro luogo dove io alligno.

Forse, in altra vita, fui viticultore,

facitore d’ebrezza, facile all’amore.

Pace in tormenta (visioni)

Mi invadono visioni al venir della sera.

Lascio che sia.

Di mare in fasci di luce

notturni d’acque e di canto

orchestre languide e tonanti

in risposta ad arpeggi di clavicembalo

clavicembalo morente

memoria diafana e spolverata

battuta in breccia dal vento

vento musicale di salsedine violenta.

Eh, si.

Stasera la mia pace gioca con la tormenta.

Facciamo che…

Facciamo che io ero bambino

e che giocavo con te a rimpiattino,

facciamo che ti acchiappavo giocondo

e finiva in un rotolante girotondo…

Facciamo…

facciamo che tra gli interstizi del mondo,

oltre le strette stringhe, il tempo va a finimondo

Così daccapo riapriamo la partita

di nuova vita intrecciando le dita.

Facciamo…

che s’arretra sino al Caos primigenio

e ci presentiamo a Kronos, se d’ascolto sta di genio,

“Fa ricominciare tutto il giro” gli chiediamo

perché è bene che lui sappia che noi ci amiamo.

 

Na canzona…

Nce sta na canzona

che giusto ppe’ te sona sona.

Na canzona antica, saje?

è robba e’ l’ottociento,

però nun passa maje…

Essa sona : I’ te voglio bbene assaje…

Mme piace pecché te pitta

te parla a ‘o core dritta dritta.

Dice ca ‘o tiempo scandisce ll’ore

ma nun te fa doce no chillu core.

Ebbè…I’ t”a vulesse cantà a dispietto

accussì tutto ‘o rancore…

te turnasse a macigno dinto ‘o pietto.