Antonietta l’idolo e il Grande David (Frammento dal romanzo “Mnemosyne)

Antonietta beccò l’oggetto mentre esaminava lo stato di salute dei broccoletti nel piccolo orto messo in opera a ridosso del tempietto ai piedi dell’acropoli di Cuma. Ignorava, naturalmente, Antonietta la divinità cui la piccola costruzione era dedicata; dovevano averla ignorata, del resto, o, quantomeno, rimosso anche gli esperti della soprintendenza visto lo stato di abbandono in cui versava quella permanenza archeologica.

La donna aveva favorito quella “dimenticanza” evitando, accuratamente, di estirpare l’intreccio di sterpaglie, rovi ed erbacce che, di fatto, avevano reso il luogo inaccessibile.

Antonietta era fiera di quel piccolo orto; per lei era assurto a simbolo di una significativa vittoria nei confronti del marito, timoroso di infastidire le autorità che gli avevano concesso l’uso d’una abitazione in tufo all’interno degli scavi ed una saltuaria guardiania arricchita dalle mance di studiosi improvvisati e turisti.

Gaetano De Simone era un uomo assai piccolo di statura, dall’occhio vivace, ma un po’ acquoso proprio di chi ama la libagione bacchica; Antonietta, dal canto suo, era una sorta di virago, scassata rimanenza di una bellezza mediterranea sfiorita assai presto. Il brav’uomo s’era lasciato convincere quando ‘Ntunetta gli aveva incontrovertibilmente dimostrato la totale esclusione del tempietto dal percorso degli scavi. L’occupazione era poi stata completata, di comune accordo, con una invalicabile recinzione abusiva.  

Antonietta, come era suo costume per le novità che non aveva del tutto verificato, tenne all’oscuro Gaetano a proposito dello strano ritrovamento avvenuto, in condizioni inquietanti, ai piedi dell’antica ara del tempio.   Era accaduto all’imbrunire mentre la donna stava controllando, ad una ad una, le foglie delle sue insalate. Dalla natura incolta che avvolgeva la struttura sacra era giunto come una sorta di sibilo, un piccolo vento che dall’interno s’era messo ad agitare le erbe e i rampicanti, s’era infilato oltre i rovi colpendo freddo ed inatteso il volto segnato di Antonietta chino sulle verdure. Per quella donna la paura si trasformava, sempre, in una sfida. Armata solo delle sue mani toste, si fece strada in quella giungla domestica ed entrò oltre il pronao, nella saletta centrale e, lì, nel controluce del tramonto che sembrava avere bagliori più intensi vide la cosa. Non si perse d’animo, avvolse l’idolo in un vecchio straccio che adoperava come grembiule e gelosamente lo nascose in un angolo del capanno degli attrezzi. Alle prime luci dell’alba, lei, la prima ad alzarsi, l’avrebbe studiato più attentamente ed avrebbe riflettuto su cosa farne e, soprattutto, su cosa ricavarne.

***

  Il mago di Torre Annunziata, Il Grande David, come amava farsi chiamare, spiritò gli occhi più che poté fissando la reliquia che si ergeva al centro del tavolino di finto mogano. Di fronte a lui, stravolta al limite della crisi, Antonietta. Il rosso e il nero dominavano quell’ambiente bizzarramente illuminato dal basso, vibrazioni new age un po’ casarecce erano diffuse da piccoli gracchianti altoparlanti recuperati da David, in uno con l’impianto, in una grandiosa svendita nella vicina Castellamare.

La stanza della cerimonia era allestita all’interno di un vecchio palazzo abusivo, a ridosso della infrequentabile spiaggia di Torre. L’esterno del fabbricato manifestava segni evidenti di dissesto, ma appena vi si accedeva, un improvviso quanto improbabile sfarzo accecava di illusione l’avventore di turno. Un combinato effetto di lumini e neon azzurrognoli conferivano alla scala d’accesso il dovuto alone di mistero a buon mercato. Sta di fatto che Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva rilevato l’uso dell’edificio da una coppia di zingari, che l’occupava abusivamente con suppellettili e annessi per la somma di tre milioni di lire. Poi pennelli, colori e stoffe del mercato di Resina avevano fornito la materia della ristrutturazione “magica”, compresa la scritta fluorescente che appariva all’ingresso della sala, in cima alle scale del “mistero”

Il GRANDE DAVID. ESORCISMI E FATTURE BENIGNE.

David/Peppino, avvolto in un gran manto nero tutto intarsiato di strisce d’oro lungo i bordi, con tanto di cappuccio che incorniciava il volto sapientemente impallidito, tanto da rendere indefinibile l’età, alzò lo sguardo intenso verso Antonietta e prese ad armeggiare scongiuri in una lingua che lui affermava essere aramaico, poi, di colpo, afferrò la donna per i polsi e prese ad inveire:

Tu, donna, confessa il commercio con il male. Perché chiami Volto Santo questo demone cornuto? Tu dici di aver visto il Salvatore nelle fiamme dell’inferno. Io scaccerò da te il demone che ti ha condotto alla bestemmia! Kirie, Kirie! Tocca, ora! …Tocca! … E rinnega l’idolo!

-Urlò, Ntunetta, disperata, cercando di liberarsi, sapeva che toccando l’oggetto sarebbe accaduto di nuovo.

Tocca, donna! Non temere, tocca!

Con uno strattone il Grande David impose le mani sgranate di Antonietta sull’idolo. Spasmi e tremore diffuso.

Ecco, vedi, la fattura è scomparsa…rilassati donna, ti darò l’alone protettivo…

Profondo il turbinio incandescente prese a salire in vortice, Antonietta lo riconobbe, ma non riuscì a staccare le mani dall’oggetto.

La mia forza è su di te– millantava David. –

 Antonietta prese ad urlare per il gran fuoco dentro. A quell’urlo il mago ridivenne il povero Peppino Rovina ed impallidì per davvero. Non aveva mai udito quella che a lui parve la vera voce del demonio. Ora il male gli era di fronte con gli occhi di brace ed il rantolo selvaggio. Già. La povera Antonietta, nel cercare di sottrarsi all’abisso spazio/temporale, gli si era lanciata addosso, a cercare l’ultimo disperato sostegno…ma…

Il terremoto arrivò improvviso squarciando il pavimento della Sala e, dallo squarcio, le fiamme e un vortice che risucchiò l’intero edificio fin dalle fondamenta. Goffo, nel suo gran manto da cerimoniere, Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva tentato il suo primo, vero, eroico esorcismo incrociando gli avambracci in segno di croce, ma fu inghiottito con Antonietta, mentre intorno esplodeva l’inferno.

Ogigia(il pentimento di Ulisse)

Del fulgore di Calipso non sono più degno

se alla fine

ho poggiato il culo stanco nel mio vecchio regno.

L’isola immemore mi proponeva immortale

dentro un amore magico eppur reale…

Ma seppe Penelope tessere sua tela,

quale un ragno paziente

che un freddo talamo ora svela…

Ed ora che mi punge vecchiezza scorticata

di quell’isola d’altrove, Ogigia amata,

rimpiango il fiore di mia erranza abbandonata.

Perché mai l’umano affida a un disperato legno

il ritorno a un consueto e ripetere di vita disegno?

Ed ora del panico

d’una felicità promessa pago lo sdegno…

Oh ninfa che mi rapisti sul promontorio felice,

in antri osceni c’ora la memoria benedice

ricordati di me e non del mio abbandono truce

concedi…

al mio canto di inviarti l’ultimo sospiro di luce.

Monologo2 (Lei a Pierrot)

Nella luce del tuo teatro notturno m’hai chiamato, quale falena di luce amorosa nei tuoi occhi, mio amato. Ah in questo arcano gioco d’assenze non m’è dato toccarti che ben altro segno avrei voluto darti. Io son femmina sai? E di farmi ombra più non sopporto, né più mi basta sfiorarti del mio fiato col colore. Oh sfiniti infingimenti d’amore, specchi rifratti di dolorose distanze…ora che la scena è mia tu sei svanito e di dedalo s’è fatto il mio cammino…l’eco di tua voce non m’è più vicina… (si china come avesse trovato un segno, in qualcosa) che vedo qui? Umido è di tua lacrima il terreno lascia ch’io vi bagni le palme e l’assaggi, caro liquido d’umore….anzi ecco v’aggiungo il mio che si mescoli quale liquida carnale sostanza oh…si potesse far fiume d’antichi amplessi giungendo i nostri corpi fin nei più intimi recessi. Oh Pierrot vorrei smettessi di cantare alla Luna e alle stelle, si son nostre compagne quelle fiammelle, ma qui sul mio seno, le troverai, nel mio ansimare più calde, più belle. Ma tu canti evocando la mia presenza in assenza sulla scena vuota del tuo notturno segreto… e si fa bieco e malvagio questo alternarsi nel comparire…traslucida sequenza di un teatro d’amore sulla soglia dello svanire. Oh, non si chiuda il sipario su questo mio pianto che cadrebbe nel suono sordo del mio schianto.

Nei dialoghi all’imbrunire.

-Portami nel tuo teatro se puoi.

-Ancora tu e sempre all’imbrunire.

-E’ il mio interstizio di consistenza, dovresti saperlo.

-Già. Ma sei mutato, anzi oscilli di forma e ti scorgo male. Mi fai venire le vertigini, non riesco a fermare la tua immagine.

-Sono un corpo che per te attraversa il tempo ed il mio mutare è nell’apparire, nel frattempo.

-C’è dell’ambiguità in quel che dici…un corpo nel frattempo…

-E’ per questo che devi portarmi nel tuo teatro, fermarmi in quel frattempo.

-Corri dei rischi, lo sai?

-E che mai può succedermi più di questo continuo svanire e apparire?-

-Potrei moltiplicarti in mille sfaccettature di corpo e cose, farti rumore o vento o una luce selvaggia, o solo una voce, potrei dare di te anche un’immagine cupa e atroce.

-Lo hai già fatto senza che io te lo chiedessi, tante volte.

E perché allora ti ripresenti, ora, e me lo chiedi espressamente?

-Perché, credo, sia giunto il tempo che tu ti renda consapevole della mia presenza o, anche, se vuoi, della mia assenza.-

-Insomma ti vuoi intrufolare apertamente tra le mie carte, le mie visioni. Non ti sembra d’essere un po’ troppo invadente?

-Mi fai ridere quando difendi il tuo recinto. Vai rubando anime in giro e ti rifiuti d’accettare quella che più ti è prossima e che forse, da sempre t’accompagna…

-Vuoi farmi credere d’essere il mio Genio. Ora sei tu che mi fai ridere. E’ storia vecchia ed anche un po’ abusata.

-Che ego smisurato ti ritrovi! Parli di me come se fossi al tuo servizio, una parte di te in spirito folletto. Io sono quota di mondo, vecchio mio e se a te mi accosto, benevolo, è perché, tu voglia o non voglia a questo sei predisposto.

-Insomma sarei un medium, uno strumento.

-Se ti piace metterla così…Se poi non vuoi, chiudi tutte le finestre e prosciugati nel tuo deserto di solitudine.

-Ne sono tentato, sai? Bene. ormai sei qui e forse non per molto visto che l’ultima luce sta svanendo. Dovrò afferrarti con disperata energia prima che ancora una volta tu sfugga via…Chi o cosa vuoi essere, dimmi? Uomo, donna, bambino, animale da soma, un pellegrino all’ultima messa o uno smarrito viandante che canta all’aria tersa?

-Tu come mi vedi, ora?

-Non sei che un’ombra tra le ombre della sera, troppo sfuggente perché io possa fermarti in un corpo teatrale apparente…

-Quante ubbie ti fanno precaria la mente, fratello d’anima. Ecco, il tempo fugge e hai fatto venir su un vento di tempesta…vado via, come voce in bufera e, stasera, questo ti resta. Un ecco, un sogno, anzi del sogno un ombra…

-Le tue visite lampo stanno cominciando a darmi noia…dove sei? Cos’è questo ululare, sa di sberleffo! Passi , mi scuoti, poi mi lasci solo in questa scena vuota…adesso. Sai cosa faccio? Ti terrò prigioniero nei miei dialoghi all’imbrunire finché non ti deciderai a consistere per il tempo giusto in avvenire.

L’ultimo attore (per un monologo)

Dire a battito lento… m’ascoltate? Disperato è questo rompere il silenzio. il teatro è vuoto ed esalta questa voce e l’eco è oscura come questa fioca luce. (misura lo spazio quasi a far ritmo con lo scalpiccio dei passi) Quasi fantasma di me stesso regalo questo corpo al rito di una presenza prossima allo svanire già nell’attimo del dire…un dire che di sacro ha ormai solo questo senso del morire… il teatro è vuoto… agorà metafisica (sorride amaro) tra ombre fluttuanti…ultimo battito lento… magia compagna invadente di una sera oltre il sipario del niente… il niente…se non questa voce che permane insistente, resiliente, intermittente… esercizio di postura, ecco, arco di bellezza (tende il corpo ad arco in flessione per poi lanciarlo in un salto goffo)… oltre la quinta che m’opprime , forse, ci sarà ancora il mondo…no…i mondi… Oh li chiamerò danzando in questo nulla! Musica! Musica! Musica! (Batte le mani a ritmo e attacca una nenia che parte profonda dal ventre a bocca chiusa)…Dio, che vaghezza di inutile sogno…questo invocare divinità spente di un ecco, di un sogno che non è che un’ombra, un’ombra di un istante sfuggente di compresenza svanente di un piccolo io in corpo immanente. Actio, atto, attore, attante, il vizio osceno esposto di un corpo mutante (ride, fa smorfie si contorce) ...”la storia raccontata da un idiota, un piccolo attore che si muove per un’ora sulla scena e che non significa nulla”…(questa citazione dal Macbeth la dice quasi evocativa quasi ad afferrare con le mani ombre che gli sfuggono e che lo circondano…. poi, di improvviso tende le orecchie e pone le mani come in ascoltosorpreso) Cos’è questo vento? Questo rumore che spacca il silenzio… fiume di gente andata… è in cammino… verso dove? No!!! NO!!! non è questa l’uscita! qui con me venite! In questa scena infinita…il teatro è vuoto! Non ve ne andate morti cari…Non abbiate paura. Questa non è tomba, è sacrario, spazio di mezzo, transizione… io sciamano ve ne farò ragione! No! Non rompete il cerchio di questo mio ultimo rituale…Svanite se così vi piace ultime presenze! Via! Via! Via! M’accascerò balordo ,al centro della scena, mimando l’ultima assenza.

Mnemosyne (un frammento)

Oggi sono al lavoro a revisionare cose…e così ecco un frammento di un mio romanzo che devo consegnare a breve … un passo “visionario che amo e dunque mi va di condividerlo. Il titolo è quello richiamato su…

buona lettura:

Sono qui, sono lì…nel mezzo sospesa…nebulosa vaghezza d’abisso…

   La notte seguita all’esperimento nella sala del CNR non fu una notte tranquilla per Angela. Stefano ed Alberto avevano preteso ed ottenuto d’accompagnarla a casa, ma non permise che venissero su a “vegliarla”, come pure avevano proposto, il caro Stefano con tenera insistenza. Voleva star sola, Angela, le bastava la preziosa e silenziosa presenza della madre. Aveva bisogno di raccogliersi, riflettere, riposare. Aveva, con un vezzo tutto femminile, lasciato inalterata la sua stanza così come l’aveva disegnata da adolescente. Scaffali di libri alternati a ninnoli di varia natura, ciascuno segno di un tempo, di una storia. Amava le bambole, Angela. In particolare aveva un predilezione particolare per una creaturina biscuit che recava sul visino deliziose schiocche rosse sul fondo pallido della porcellana. La teneva costantemente sul comodino da notte, le gambette leggermente divaricate e gli occhi semichiusi della dormienza. Osservare quella creatura di porcellana la rilassava, le conciliava il sonno. Si addormentava così, sorridendo alla bambolina, e anche quella notte, le sorrise. Ma il sonno non venne…

Appunti…

Nel fievole luccichio del dormiveglia, Angela attraversò tunnel di bagliori, oltre la membrana delle palpebre socchiuse. Fin da bambina aveva visto sfumare le cose della sua stanza in un bagno di colori, ma quella notte le oscillazioni cremisi arrivarono in un flusso impetuoso attraversando, oltre gli occhi e la mente, l’intero suo corpo sino a darle una leggerezza sospesa che la fece fluttuare…e vide, Angela, vide le sue mani di bimba che stringevano la creaturina biscuit, vide frammenti del suo tempo di gioia e gioco, del suo tempo d’ardori adolescenti, le spudorate accensioni d’amore, le depressioni, le crisi…le morti, il dolore…vide il padre perduto e la madre dolente e, nella nebbia del tempo fuggente, vide se stessa portata via, oltre le pareti della stanza, ora velari porosi e trasparenti che accoglievano scenari tra monti, radure e mari. Un’apocalisse di fuga e migrazioni senza posa di genti e bestie, lontano…lontano da coste e da città semisommerse sotto la calura accecante di un sole senza veli. E, di volo in volo, si trovò a fluttuare sotto la volta a cuspide del Tempio dell’eterno ritorno. E vide gli Idola, non più nelle nicchie, ma disposti in centinaia di casse metalliche e vide le casse rullare su enormi tapis roulant che scorrevano lenti e continui verso decine di cunicoli alla base del tempio. E avvertì l’impatto della vibrazione sonora e il canto che sapeva d’aver lei stessa un tempo intonato…e ne riconobbe le parole, nei suoni d’una lingua che avvertiva, ora, familiare…

Bevete, creature, alla fonte.

Alla fonte della mia mente,

assorbite la vita in me immanente.

Io mi abbandonerò all’oblio

a voi l’eterno fiume

d’una memoria permanente.

E nell’eco del canto, si sentì, Angela, risucchiata indietro. Veemente fu la spinta nel tunnel del suo volo sino a precipitarla nel vuoto nero di un abisso, in uno col sapore d’oblio di quella nenia vibrante. E giù, giù, tra curve d’universi combacianti, strappi nello spazio/tempo sino a quella se stessa raggomitolata nel letto con, tra le mani, la bambola biscuit.

Le metamorfosi di Maria

Si dice che Maria appena nata profumasse di fiori, un odore di prato intenso che pareva s’avvertisse ancor più ad ogni piccolo vagito e fu così che le fu dato un piccolo soprannome che designasse questo strano prodigio. Questa è la storia di Maria Brezza d’essenza… Cresceva la piccola e la vestivano di colori per dar senso visivo a quel suo dono olfattivo… Man mano che al mondo s’affacciava, la piccola manifestava nuovi prodigi, come se quella sua “Brezza d’essenza” non fosse altro che un segno d’altri miracoli di natura. Dicono, anche, che qualsiasi cosa toccasse reagiva al suo tatto come fosse viva, come se una parte di quella brezza alle cose stesse venisse donata. Ma Maria poco se ne calava, per lei era sorriso innocuo ogni fantasmagoria le accadesse. Conoscere il mondo era per lei farne parte, essere lei stessa il mondo. E s’avvide, così, che poteva mutare in ciò che più l’attraeva. Toccava un fiore, era fiore, toccava una farfalla, era una farfalla. Toccava un frutto, era un frutto…e così, così crebbe fanciulla di mille metamorfosi, instabile bellezza in perenne oscillazione tra forme e sostanze. I maligni dicono che crescendo perderà questo portento. Può accadere solo se si spegne in lei lo stupore d’ogni nuovo sapore, d’ogni nuovo odore, d’ogni nuovo colore. Finché lei saprà d’esser parte del tutto continuerà ad assimilare in sé d’ogni forma virgulto.