VOCI (Dal mare alle sponde)

VOCE 1:

Dall’australe al Boreale

ho visto mutare la volta stellare,

oltre l’equatore verso il deserto

ho sognato…

sponde di un nuovo mare aperto.

VOCE 2:

Dal Sole nascente al Sole morente

ho sognato

il dorato brillio del tramonto d’occidente.

VOCI:

Oh del mare noi dispersa gente

vuotiamo le sacche e dei viveri niente.

A piedi nudi in questo nuovo inferno umano

assaggiamo

il ghigno sghembo d’ogni sguardo urbano.

Eppure nel cristallino asciugato dal vento

chi vuole può leggere la storia del nostro avvento.

Da una madre terra d’arsura prosciugata,

da detonazioni d’ombra devastata,

diveniamo anima espulsa d’ogni civiltà derubata.

VOCE 3:

Io ho lasciato il mio corpo alla deriva

ed ora assaggia il mare il mio puzzo di stiva

galleggio, poi sprofondo gonfio

ma dall’abisso non s’ode il tonfo.

VOCI:

Oh antenati naviganti e migranti

smuovete

dalle tombe l’ossa di salsedine grondanti

risuonate d’orchestra le vostre carcasse

si’ che il mare ne rimbombi deviando l’asse

deviando l’asse di questa terra malvagia

inospitale madre di noi gente randagia.

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D’amore in danza.

Il canto no, non sospende il dolore,

lo estende in pure vibrazioni sonore

e, mentre viaggia, altre anime accoglie,

sorelle stanche d’antiche doglie.

Il canto è spirito danzante,

antico rito d’ogni creatura vagante,

oh tu che ne ascolti il suono

lasciati cullare in oblio d’abbandono.

Figurati in cerchio di una danza collettiva,

di mille e mille mani che s’aggrappano alla deriva.

Il canto è scoria resistente d’antico suono primo

stellare risonanza della comune rimembranza.

Che tu sia in radura, monte, mare o stanza

lascia che il tuo corpo vibri d’amore in danza.

Partenope.

Il tuo grido d’uccello rapace si trasformò in fievole lamento

e all’onda marina appesantisti le ali ruspando la battigia.

Ormai sordo il navigante alle tue strida,

non ti fu amante, non ti fu preda…

Fu solo un sogno di uno smarrito che cercava altra strada.

E ti sei lasciata illanguidire dalla morte,

tu nel canto sirena destinata ad altra sorte.

Le tue compagne ne risero selvagge,

ma tu desti nome e carne a nuove spiagge.

Sappi, ibrida femmina, che l’eco del tuo canto

affascinò le genti che ti si posero accanto,

venerando la divina creatura, mistura di natura,

in caverna d’umido mare ti composero sepoltura.

Nelle notti in cui la Luna s’arrossa infiammata,

dipingendo di sangue le tue acque, i tuoi scogli,

l’amore d’ogni sperduto pescatore tu raccogli.

Litania glossolalica del Nulla.

Dio dei cieli, mi faccio ardito,

spiegami il dolore,

o, meglio, stendilo, diluiscilo nel mare di infinito.

Ma, ahimè, t’avverto silente,

vago e denso insieme alla preghiera assente.

Del dolore, aspro e selvaggio, forse ti nutri,

mentre, ti invochiamo, esposti nudi, sull’altare della tua assenza.

Oh, sarà blasfema la mia lingua maledetta,

ma s’agita, comunque,

nella litania glossolalica del Nulla.

Quel Nulla, mare e cielo,

dove s’agitano grida e singulti

e, a volte, disperate bestemmie di insulti.

Tu dici: ” Io mi nascondo nel martirio della prova”

e ci prometti, beffardo, eterna vita nuova.

E, nella fatica dilaniante,

viviamo tutti in attesa che tu ti smuova.

Uno sberleffo…

Oh, m’è culla di rinascita il vostro amore

creature tutte accorse attorno al mio malore.

Allora, tutti insieme sapete che facciamo?

Uno sberleffo a Sora Morte le diamo.

Siamo , Signora, tutti qui che ci contiamo

e, ad uno  ad uno la mano ci stringiamo:

siamo catena di vita! Fanculo non è finita!

Eh, lo so, t’accucci, ora, sorniona e livida

e dici:”Assai me ne fotte che tu mi derida”

Ma sta pur certa, noi stiamo tutti in allerta

anime multilocate

in un lungo abbraccio d’aggancio dislocate.

Ha il web un ventre tribale.

Oh si, teniamoci per mano,

io l’ho imparato da un secolo lontano:

il privato è pubblico ed è pubblico il privato:

Nel sorriso o nella smorfia di dolore

nessuno è solo

se si manifesta condiviso amore.

Se son anni, amici,

che danziamo, selvaggi e tristi,

irridenti e un po’ narcisisti,

d’attrazione centripeta tempo viene

e nel cerchio di fuoco comunità si tiene.

L’età dell’oro.

Io lo so cos’era prima di Babele

quando ogni cosa aveva sostanza

e non un nome che ne fosse sembianza

non c’era patria o il chiuso di una stanza

ma solo un unisono di canto e danza.

Ed i fantasmi erano un gioco comune

memorie di un viaggio oltre le dune

e li si accoglieva sulla pietra calda

mentre scaldava i corpi il fuoco gentile

ed ogni anima si faceva col tempo monile.

L’ho cantato questo tempo dell’oro

per sentirmi, forse meno solo

nella notte di una memoria infantile

ombra tenue di un tramonto senile.