I mostri dell’Id

Ah, dove s’annida la deriva del male?

In quali segreti recessi la devianza

infrange il limite e si fa baldanza?

Sconosciuta è la sfumatura d’oscuro

che insidia d’ombra l’animo più puro.

Ah i mostri…i mostri dell’ Id

genetica persistenza d’antiche paure,

ruggiti arcani tra grotte e radure

violenza estrema s’annida nei neuroni

tra le fiamme flebili di notti oscure.

Ed io lo so…

Assai fragile è la membrana

che separa l’homo sapiens

da questa memoria arcana…

Tra abbandonati laterizi di cemento

la giungla urbana ne ripete il tormento

in una fine che somiglia al principio.

Ahimè, quell’Id oscuro egotico e di granito

da millenni d’evoluzione non fu scalfito.

Il mio teatro.

Ho sempre sentito il mio teatro come un’esperienza d’assenza. Una soglia d’accesso a corpi prossimi ad una consistenza provvisoria. Sarà il senso del sacro, quel rituale che condensa anime evocate fin dalla notte dei tempi. Sarà per questo che i dialoghi son solo superficie di altre densità nascoste, singulti spezzati sull’ abisso di un prossimo svanire. Chiedo sempre agli attori di negarsi, di produrre toni tra il sussurro e l’urlo spezzato…già nel reale c’è troppo parlare spento…in teatro il suono s’articola come un ché di deviato, deformato…quasi un’eco d’altrove. per questo forse spesso cerco di invadere per la scena luoghi desueti…territori di macerie e d’abbandono più che sfarzosi teatri e comode poltrone…sarà l’ossessione del viaggio, stanze di un poema sempre in cantiere dove ciò che si sente e si vede si sa che può in un istante svanire. Ombre, si, ombre…lemuri… Chi ha visto le cose che ho proposto in archivio un’idea può farsela…è come se invitassi l’astante a cercare tra le ombre il suo doppio…quasi un richiamo a farsi assorbire nello spazio/tempo prodotto dalle presenze e dai suoni (vedi “Il teatro sommerso” o ancora “Viaggio nelle viscere” o il notturno magico di “Un sogno bruscamente interrotto” o, da ultimo e recente l’esperienza di “Benevento città teatro” o, ancora “Il pozzo di sangue” che attraversò cortili di conventi e masserie dei luoghi sacri del Nolano). Il mio teatro cerca l’indistinzione tra l’attante e l’astante (vedi qui la categoria “Il cerchio di fuoco”) voglio che sia per tutti una porta per l’altrove in continua frizione con il mondo accanto, una metonimia del tempo/spazio, una chiave, un punto d’accesso. In questo la musica ha un ruolo non irrilevante, come da ultimo (vedi “Li farfalle de ghiaccio” o l’operina in cantiere “Anime anfibie”) la strutturazione in versi del parlato…un ritmo del dire che impedisce l’assuefazione al quotidiano fornendo all’attore e allo spettatore la via per “un altro da sé” un dire che tende al collettivo più che all’intimo di un personaggio immerso nella mimesi di una realtà possibile e simile alla nostra. Comincio a parlarne qui e vi tornerò in altri passaggi se da voi stimolato.

Questa parodia della fine.

Non ha nulla di sacro

questa parodia della fine.

Quale pollame starnazzante

sbattiamo ali abortite

dentro lo steccato brullo

di questo cortile abbandonato.

Città/recinto…

Mentre altrove luccicano tramonti

d’altri deserti, mari, monti,

qui si addentano scorie di spente luminarie

allestendo

girotondi alla fiera delle inutili e varie.

Città/pollaio…

allevamento rinchiuso in diruto cemento.

Oh, il fattore è impazzito,

e non sa controllare delle bestie il cedimento.

Non ha nulla di sacro

questa parodia della fine.

Sarà bene cercare, tra le stelle,

il sogno antico d’un altro confine.

Steli di lampioni.

C’è un segno nella stella d’oriente

un vago richiamo sembra dire

che non si vaga nel cosmo per niente.

Perché questa solitudine immanente

si fa velo a questo viaggio sorprendente?

Questa salda attrazione gravitazionale

ci tiene eretti sul cuore della Terra,

navigatori in meraviglioso equilibrio,

eppure spenti,

noi dimentichi, in triste ludibrio.

Guardassimo in alto

ci cureremmo della gran machina celeste,

del suo cuore pulsante,

del suo rigoglio d’ossigeno agreste.

Un tempo, su questo suolo,

elevammo costellazioni in geometrie,

dando nomi e corpi

nelle notti stellate ai disegni di lontane luci,

di contro, ora, nel notturno urbano,

rifrangono steli di lampioni tra gli sguardi truci.

Nei dialoghi all’imbrunire.

-Portami nel tuo teatro se puoi.

-Ancora tu e sempre all’imbrunire.

-E’ il mio interstizio di consistenza, dovresti saperlo.

-Già. Ma sei mutato, anzi oscilli di forma e ti scorgo male. Mi fai venire le vertigini, non riesco a fermare la tua immagine.

-Sono un corpo che per te attraversa il tempo ed il mio mutare è nell’apparire, nel frattempo.

-C’è dell’ambiguità in quel che dici…un corpo nel frattempo…

-E’ per questo che devi portarmi nel tuo teatro, fermarmi in quel frattempo.

-Corri dei rischi, lo sai?

-E che mai può succedermi più di questo continuo svanire e apparire?-

-Potrei moltiplicarti in mille sfaccettature di corpo e cose, farti rumore o vento o una luce selvaggia, o solo una voce, potrei dare di te anche un’immagine cupa e atroce.

-Lo hai già fatto senza che io te lo chiedessi, tante volte.

E perché allora ti ripresenti, ora, e me lo chiedi espressamente?

-Perché, credo, sia giunto il tempo che tu ti renda consapevole della mia presenza o, anche, se vuoi, della mia assenza.-

-Insomma ti vuoi intrufolare apertamente tra le mie carte, le mie visioni. Non ti sembra d’essere un po’ troppo invadente?

-Mi fai ridere quando difendi il tuo recinto. Vai rubando anime in giro e ti rifiuti d’accettare quella che più ti è prossima e che forse, da sempre t’accompagna…

-Vuoi farmi credere d’essere il mio Genio. Ora sei tu che mi fai ridere. E’ storia vecchia ed anche un po’ abusata.

-Che ego smisurato ti ritrovi! Parli di me come se fossi al tuo servizio, una parte di te in spirito folletto. Io sono quota di mondo, vecchio mio e se a te mi accosto, benevolo, è perché, tu voglia o non voglia a questo sei predisposto.

-Insomma sarei un medium, uno strumento.

-Se ti piace metterla così…Se poi non vuoi, chiudi tutte le finestre e prosciugati nel tuo deserto di solitudine.

-Ne sono tentato, sai? Bene. ormai sei qui e forse non per molto visto che l’ultima luce sta svanendo. Dovrò afferrarti con disperata energia prima che ancora una volta tu sfugga via…Chi o cosa vuoi essere, dimmi? Uomo, donna, bambino, animale da soma, un pellegrino all’ultima messa o uno smarrito viandante che canta all’aria tersa?

-Tu come mi vedi, ora?

-Non sei che un’ombra tra le ombre della sera, troppo sfuggente perché io possa fermarti in un corpo teatrale apparente…

-Quante ubbie ti fanno precaria la mente, fratello d’anima. Ecco, il tempo fugge e hai fatto venir su un vento di tempesta…vado via, come voce in bufera e, stasera, questo ti resta. Un ecco, un sogno, anzi del sogno un ombra…

-Le tue visite lampo stanno cominciando a darmi noia…dove sei? Cos’è questo ululare, sa di sberleffo! Passi , mi scuoti, poi mi lasci solo in questa scena vuota…adesso. Sai cosa faccio? Ti terrò prigioniero nei miei dialoghi all’imbrunire finché non ti deciderai a consistere per il tempo giusto in avvenire.

L’ultimo attore (per un monologo)

Dire a battito lento… m’ascoltate? Disperato è questo rompere il silenzio. il teatro è vuoto ed esalta questa voce e l’eco è oscura come questa fioca luce. (misura lo spazio quasi a far ritmo con lo scalpiccio dei passi) Quasi fantasma di me stesso regalo questo corpo al rito di una presenza prossima allo svanire già nell’attimo del dire…un dire che di sacro ha ormai solo questo senso del morire… il teatro è vuoto… agorà metafisica (sorride amaro) tra ombre fluttuanti…ultimo battito lento… magia compagna invadente di una sera oltre il sipario del niente… il niente…se non questa voce che permane insistente, resiliente, intermittente… esercizio di postura, ecco, arco di bellezza (tende il corpo ad arco in flessione per poi lanciarlo in un salto goffo)… oltre la quinta che m’opprime , forse, ci sarà ancora il mondo…no…i mondi… Oh li chiamerò danzando in questo nulla! Musica! Musica! Musica! (Batte le mani a ritmo e attacca una nenia che parte profonda dal ventre a bocca chiusa)…Dio, che vaghezza di inutile sogno…questo invocare divinità spente di un ecco, di un sogno che non è che un’ombra, un’ombra di un istante sfuggente di compresenza svanente di un piccolo io in corpo immanente. Actio, atto, attore, attante, il vizio osceno esposto di un corpo mutante (ride, fa smorfie si contorce) ...”la storia raccontata da un idiota, un piccolo attore che si muove per un’ora sulla scena e che non significa nulla”…(questa citazione dal Macbeth la dice quasi evocativa quasi ad afferrare con le mani ombre che gli sfuggono e che lo circondano…. poi, di improvviso tende le orecchie e pone le mani come in ascoltosorpreso) Cos’è questo vento? Questo rumore che spacca il silenzio… fiume di gente andata… è in cammino… verso dove? No!!! NO!!! non è questa l’uscita! qui con me venite! In questa scena infinita…il teatro è vuoto! Non ve ne andate morti cari…Non abbiate paura. Questa non è tomba, è sacrario, spazio di mezzo, transizione… io sciamano ve ne farò ragione! No! Non rompete il cerchio di questo mio ultimo rituale…Svanite se così vi piace ultime presenze! Via! Via! Via! M’accascerò balordo ,al centro della scena, mimando l’ultima assenza.

Il respiro della Terra.

Davvero è un mistero questa trasversalità del sentire. Nel rumore della folla s’attutisce e si disperde e ne sorgono solitudini sconnesse. Monadi senza finestre… Eppure una vòlta, celeste cupola, bolla di vita ci accomuna, traspirante aura d’orgasmica compresenza… Biòs, piacere di appartenenza. Ha un che di memoria tribale, come un rituale che sconfigge il male questo sentire comune che di colpo ci assale… ma… ma… ci vuole il carisma escatologico di un povero Cristo perché si apra al mondo il gene egotico e tristo… Fu così nell’oscurità di una croce ingiusta, la pietas salvifica di una morte sacra che svela all’umano il corpo transustanziato di divina scintilla… e basta un uomo, un uomo solo, che sconfini la linea d’ogni norma perché si faccia unisono il respiro della terra…Ecco che si scopre la natura del dolore, sangue fluido, magma linfatico del pianeta, fuoco che scioglie la corteccia di pietra del cuore rappreso. Sulla soglia del vuoto l’inspiegabile vertigine di sensi in moto d’amore sorprende…comunione…comunità, Ecclesia, assemblea… E nella notte, accendiamo luci al cielo, piccoli fuochi che salgono a scaldare ed illuminare, quali piccole e fragili luci di intenso, d’altre sorelle stelle i bagliori di immenso.

L’altro.

E si muove e si muove

ed oscilla costante l’altro mio dove.

Da una nicchia stellare,

ogni tanto mi parla e mi appare.

In catechesi, da bimbo,

mi dissero angelo custode,

quale spirito guida qualche cialtrone lo ode.

Ma io so che è la mia quota nel cosmo,

fiore lì della mai radice in pianeta.

Oh, non è presso, certo a stella cheta,

ma in vortice di luce,

salta di gioia e, in furore, si inquieta.