Anime anfibie (grotte di rinascita)

E tra immagini di grotte, da acque invase, baluginii d’argento rossastro come di vita cangiante….onde d’anime di plancton oscillano quasi a vita evocare…un coro sordo viene dal mare…evoca caldo il raccontare come un flusso di voce che viene e scompare, mentre emerge, cellula vivente, ciò che prima era altro, assente… e dalle caverne bagliori di zolfo inferi vitali d’acque sulfuree a vita donare…perché chi racconta ormai, ne è parte, è mare.

Creatura( Tra oscillazioni cremisi ed archi ad onda): 

Nce sta na’ caverna

addò ‘o mare trase e jesce

dice ca è na caverna affatata.

Siente pure l’addore de la moria dei pesci

si tu la esplori e te faje curaggio.

Nce truove pure li lische de li sirene

quanne dinto ‘o bagnasciuga facevano ammore.

Ma si addore bbuono siente pure ‘a puzza d”o zolfo

e te vene a mente,

ammagare na’ notte de vierno

ca chella po’ pure essere na porta de ‘nfierno.

‘O mare ncoppe e sotto ‘a fiamma…

I’ na vota nce trasette

e m’ha lasciato, p”a nostalgia,

nu dolore fitto fitto ‘mpietto.

E sul dire la creatura quasi si confonde tra le onde…tra le onde…mentre nuova vita tra le grotte si diffonde…oh, miracolo dagli abissi incandescenti…viscere/mare dal cuore della terra divinità immanenti…

Splendido niente.

Dei buchi neri mi piace il mistero

quell’essere porta

di un imperscrutabile impero.

Somiglia il vano dell’anima mundi,

quella vertiginosa gravitazione di immenso,

dio mio a Bruno e a Jung penso.

E a San Bernardo che a Dante dice,

che è tutto falso quel che si vede:

che i cieli non son fermi afferma,

ma di vertigine violenta e luminosa

danzano pazze tutte le stelle,

ed in frizione le anime belle

son tutte nel cosmo

a vorticare con quelle facelle.

Lo vedo l’orizzonte degli eventi,

irridere le leggi d’apparenze spente

e noi…

infinitesimo gioco, in trottola permanente,

siamo parte di questo matto, splendido, niente.

Il punto d’origine.

Il punto d’origine non è lo zero,

s’annida nell’antro oscuro del mistero.

Lo vedo quell’Eden selvaggio

dove tutto inizia

a ritrovare di vera natura il raggio.

Conflitti di luce, nel buio della paura,

scalpiccio di belve arcane nella radura.

E la vedo l’umana sembianza

che si fa mostro divino,

oltre il corpo sciamano d’un altro destino.

Nell’incanto della magia d’un suono primordiale

s’alza il canto al di là del bene e del male.

Ed i morti sono tutti risorti

dalla cenere per altro destino,

oltre l’umano misero,

degli dei hanno intrapreso il cammino.

Sogno notti d’antico furore.

Vorrei sentir cantare la natura.

Affidare al mare e al  vento

versi dolci e suoni di sgomento.

Vorrei popolare di fantasmi

boschi e deserte reggie

a ché vibrino

di fuoco puro scintille e schegge.

Chiamerò ignari sciamani

ad invocare spiriti per un nuovo domani

e dirigerò quest’orchestra impudente

a chiedere perdono

a Natura per lo scempio indecente.

Dannate parole.

Ogni parola che scrivo designa il confine

d’uno spazio che non ha inizio, non ha fine.

Mi muovo nel cerchio d’una cecità dolente

dove danzano visioni sulla soglia del niente.

Ed io percorro e descrivo questa noia indecente

languida, ovvia narrazione del niente…

In questa bolla di cosmo senza tempo

Io, intransitivo, urlo alla parola di sfondare,

cesellare, invadere plasmare, oltre me,

una disperata invenzione d’un qualche reale.

Ma smemorai il canto dello sciamano…

Non so dettare alle lingue di fuoco

i frementi spiriti tra le stelle e la radura.

Oh, le mille vite le sento e non ne ho paura

ma le dannate parole

del magico hanno perso la natura..

E tu racconta…

Raccontami una favola,

prima dello spuntare del sole

e fallo mentre mangi le belle more.

Ah, quel bel frutto succoso

succoso di rosso ti farà la bocca

si’ da incantarmi al tuo muover di labbra,

prima che di rosso si tinga l’alba.

Io mangerò del buon pane caldo,

caldo di vino grezzo e asciutto

che mi sopisca la veglia verso la porta del sogno.

E tu racconta…

Racconta di metamorfosi amorose

di magiche e pinte pietre preziose,

di incredibili pulci ammaestrate

e di dorate cerve nel bosco fatate.

Ed il sogno sorgerà col sole d’oriente,

più vero del vero

ed io, tranquilla, non ti chiederò più niente.

VOCI (Dal mare alle sponde)

VOCE 1:

Dall’australe al Boreale

ho visto mutare la volta stellare,

oltre l’equatore verso il deserto

ho sognato…

sponde di un nuovo mare aperto.

VOCE 2:

Dal Sole nascente al Sole morente

ho sognato

il dorato brillio del tramonto d’occidente.

VOCI:

Oh del mare noi dispersa gente

vuotiamo le sacche e dei viveri niente.

A piedi nudi in questo nuovo inferno umano

assaggiamo

il ghigno sghembo d’ogni sguardo urbano.

Eppure nel cristallino asciugato dal vento

chi vuole può leggere la storia del nostro avvento.

Da una madre terra d’arsura prosciugata,

da detonazioni d’ombra devastata,

diveniamo anima espulsa d’ogni civiltà derubata.

VOCE 3:

Io ho lasciato il mio corpo alla deriva

ed ora assaggia il mare il mio puzzo di stiva

galleggio, poi sprofondo gonfio

ma dall’abisso non s’ode il tonfo.

VOCI:

Oh antenati naviganti e migranti

smuovete

dalle tombe l’ossa di salsedine grondanti

risuonate d’orchestra le vostre carcasse

si’ che il mare ne rimbombi deviando l’asse

deviando l’asse di questa terra malvagia

inospitale madre di noi gente randagia.

D’amore in danza.

Il canto no, non sospende il dolore,

lo estende in pure vibrazioni sonore

e, mentre viaggia, altre anime accoglie,

sorelle stanche d’antiche doglie.

Il canto è spirito danzante,

antico rito d’ogni creatura vagante,

oh tu che ne ascolti il suono

lasciati cullare in oblio d’abbandono.

Figurati in cerchio di una danza collettiva,

di mille e mille mani che s’aggrappano alla deriva.

Il canto è scoria resistente d’antico suono primo

stellare risonanza della comune rimembranza.

Che tu sia in radura, monte, mare o stanza

lascia che il tuo corpo vibri d’amore in danza.

Partenope.

Il tuo grido d’uccello rapace si trasformò in fievole lamento

e all’onda marina appesantisti le ali ruspando la battigia.

Ormai sordo il navigante alle tue strida,

non ti fu amante, non ti fu preda…

Fu solo un sogno di uno smarrito che cercava altra strada.

E ti sei lasciata illanguidire dalla morte,

tu nel canto sirena destinata ad altra sorte.

Le tue compagne ne risero selvagge,

ma tu desti nome e carne a nuove spiagge.

Sappi, ibrida femmina, che l’eco del tuo canto

affascinò le genti che ti si posero accanto,

venerando la divina creatura, mistura di natura,

in caverna d’umido mare ti composero sepoltura.

Nelle notti in cui la Luna s’arrossa infiammata,

dipingendo di sangue le tue acque, i tuoi scogli,

l’amore d’ogni sperduto pescatore tu raccogli.

Litania glossolalica del Nulla.

Dio dei cieli, mi faccio ardito,

spiegami il dolore,

o, meglio, stendilo, diluiscilo nel mare di infinito.

Ma, ahimè, t’avverto silente,

vago e denso insieme alla preghiera assente.

Del dolore, aspro e selvaggio, forse ti nutri,

mentre, ti invochiamo, esposti nudi, sull’altare della tua assenza.

Oh, sarà blasfema la mia lingua maledetta,

ma s’agita, comunque,

nella litania glossolalica del Nulla.

Quel Nulla, mare e cielo,

dove s’agitano grida e singulti

e, a volte, disperate bestemmie di insulti.

Tu dici: ” Io mi nascondo nel martirio della prova”

e ci prometti, beffardo, eterna vita nuova.

E, nella fatica dilaniante,

viviamo tutti in attesa che tu ti smuova.