Regalami…

Regalami, dio, l’oblio del non io

a che io possa conoscere e ardire

oltre la presunzione del mio dire.

Regalami del cieco i sensi estesi,

si’ ch’io veda i mondi mai appresi.

Regalami…

la sembianza dell’acqua primordiale

prima….

ch’io sia contaminato dal bene e dal male.

Regalami, infine, l’immersione nel tutto

prima…

che l’umano ego becero mi veda distrutto.

Lingue di fiamma.

E’ della poesia la menzogna che sfiora il vero,

quel vero che s’ammanta di coltre oscura

tra punte di luci che osano sforare il nero.

E’ della poesia, sfiorar di musica, fonte pura

che sgorga dalle sorgenti dell’oblio ed è natura.

Ah, natura, im-materiale astrazione dei mondi,

fioritura dolorosa di un eden smarrito,

a rammentarci, ogni istante, l’Adamo bandito.

E tu Poesia…

ne canti l’assenza, persistente vivida urgenza,

nostalgia di quel che fu appartenenza

di noi, ora soli, indecisa pallida essenza…

Dov’è quel canto che univa uomini e vento?

Lingue di fiamma in aria a mitigar lo scontento.

Flussi sonori.

Inseguo l’ineffabile…

indescrivibile armonia dei contrari.

Fuoco/vento caldo

degli elementi in moto melodia primordiale.

Oh, potesse la parola farsi suono puro,

archiviando, nelle altezze del dire,

flussi sonori del Sole al suo morire

o, grumi di note ridondanti al verdeggiare.

O, ancora, potesse parola risonare

l’orchestra fluida tra la battigia e il mare.

Ma questo è il mio comporre

e non mi resta che strenuo inseguire

la musica che in mente risuona

un istante prima del suo inesorabile svanire.

I mostri dell’Id

Ah, dove s’annida la deriva del male?

In quali segreti recessi la devianza

infrange il limite e si fa baldanza?

Sconosciuta è la sfumatura d’oscuro

che insidia d’ombra l’animo più puro.

Ah i mostri…i mostri dell’ Id

genetica persistenza d’antiche paure,

ruggiti arcani tra grotte e radure

violenza estrema s’annida nei neuroni

tra le fiamme flebili di notti oscure.

Ed io lo so…

Assai fragile è la membrana

che separa l’homo sapiens

da questa memoria arcana…

Tra abbandonati laterizi di cemento

la giungla urbana ne ripete il tormento

in una fine che somiglia al principio.

Ahimè, quell’Id oscuro egotico e di granito

da millenni d’evoluzione non fu scalfito.

Il mio teatro.

Ho sempre sentito il mio teatro come un’esperienza d’assenza. Una soglia d’accesso a corpi prossimi ad una consistenza provvisoria. Sarà il senso del sacro, quel rituale che condensa anime evocate fin dalla notte dei tempi. Sarà per questo che i dialoghi son solo superficie di altre densità nascoste, singulti spezzati sull’ abisso di un prossimo svanire. Chiedo sempre agli attori di negarsi, di produrre toni tra il sussurro e l’urlo spezzato…già nel reale c’è troppo parlare spento…in teatro il suono s’articola come un ché di deviato, deformato…quasi un’eco d’altrove. per questo forse spesso cerco di invadere per la scena luoghi desueti…territori di macerie e d’abbandono più che sfarzosi teatri e comode poltrone…sarà l’ossessione del viaggio, stanze di un poema sempre in cantiere dove ciò che si sente e si vede si sa che può in un istante svanire. Ombre, si, ombre…lemuri… Chi ha visto le cose che ho proposto in archivio un’idea può farsela…è come se invitassi l’astante a cercare tra le ombre il suo doppio…quasi un richiamo a farsi assorbire nello spazio/tempo prodotto dalle presenze e dai suoni (vedi “Il teatro sommerso” o ancora “Viaggio nelle viscere” o il notturno magico di “Un sogno bruscamente interrotto” o, da ultimo e recente l’esperienza di “Benevento città teatro” o, ancora “Il pozzo di sangue” che attraversò cortili di conventi e masserie dei luoghi sacri del Nolano). Il mio teatro cerca l’indistinzione tra l’attante e l’astante (vedi qui la categoria “Il cerchio di fuoco”) voglio che sia per tutti una porta per l’altrove in continua frizione con il mondo accanto, una metonimia del tempo/spazio, una chiave, un punto d’accesso. In questo la musica ha un ruolo non irrilevante, come da ultimo (vedi “Li farfalle de ghiaccio” o l’operina in cantiere “Anime anfibie”) la strutturazione in versi del parlato…un ritmo del dire che impedisce l’assuefazione al quotidiano fornendo all’attore e allo spettatore la via per “un altro da sé” un dire che tende al collettivo più che all’intimo di un personaggio immerso nella mimesi di una realtà possibile e simile alla nostra. Comincio a parlarne qui e vi tornerò in altri passaggi se da voi stimolato.

Questa parodia della fine.

Non ha nulla di sacro

questa parodia della fine.

Quale pollame starnazzante

sbattiamo ali abortite

dentro lo steccato brullo

di questo cortile abbandonato.

Città/recinto…

Mentre altrove luccicano tramonti

d’altri deserti, mari, monti,

qui si addentano scorie di spente luminarie

allestendo

girotondi alla fiera delle inutili e varie.

Città/pollaio…

allevamento rinchiuso in diruto cemento.

Oh, il fattore è impazzito,

e non sa controllare delle bestie il cedimento.

Non ha nulla di sacro

questa parodia della fine.

Sarà bene cercare, tra le stelle,

il sogno antico d’un altro confine.

Steli di lampioni.

C’è un segno nella stella d’oriente

un vago richiamo sembra dire

che non si vaga nel cosmo per niente.

Perché questa solitudine immanente

si fa velo a questo viaggio sorprendente?

Questa salda attrazione gravitazionale

ci tiene eretti sul cuore della Terra,

navigatori in meraviglioso equilibrio,

eppure spenti,

noi dimentichi, in triste ludibrio.

Guardassimo in alto

ci cureremmo della gran machina celeste,

del suo cuore pulsante,

del suo rigoglio d’ossigeno agreste.

Un tempo, su questo suolo,

elevammo costellazioni in geometrie,

dando nomi e corpi

nelle notti stellate ai disegni di lontane luci,

di contro, ora, nel notturno urbano,

rifrangono steli di lampioni tra gli sguardi truci.