Ha il web un ventre tribale.

Oh si, teniamoci per mano,

io l’ho imparato da un secolo lontano:

il privato è pubblico ed è pubblico il privato:

Nel sorriso o nella smorfia di dolore

nessuno è solo

se si manifesta condiviso amore.

Se son anni, amici,

che danziamo, selvaggi e tristi,

irridenti e un po’ narcisisti,

d’attrazione centripeta tempo viene

e nel cerchio di fuoco comunità si tiene.

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L’età dell’oro.

Io lo so cos’era prima di Babele

quando ogni cosa aveva sostanza

e non un nome che ne fosse sembianza

non c’era patria o il chiuso di una stanza

ma solo un unisono di canto e danza.

Ed i fantasmi erano un gioco comune

memorie di un viaggio oltre le dune

e li si accoglieva sulla pietra calda

mentre scaldava i corpi il fuoco gentile

ed ogni anima si faceva col tempo monile.

L’ho cantato questo tempo dell’oro

per sentirmi, forse meno solo

nella notte di una memoria infantile

ombra tenue di un tramonto senile.

E scesero, infine, a valle…

E scesero, infine, a valle torme di santi

vi scesero armati d’occhi di fiamma

specchi di fuoco d’anime incandescenti.

Ma giù, nella spianata, non v’erano più d’acqua le correnti.

Ma giù, nella spianata, non v’era più traccia delle genti.

E fu allora che degli occhi la brace si fece lacrima melensa

e, salmodiando un canto sommerso, maledirono l’assenza.

Mentre il più antico tuonò:

“A che fuggire al monte per veder poi distrutta ogni semenza?

O solitaria fuga dalle voci che portavano i venti,

sputammo il fuoco sacro in mistico bisbiglio oscuro alle genti

ed ora vaghiamo ciechi, nel deserto, ad occhi spenti.”

Visioni sonanti

Chi vuol condividere, con me, dell’oscuro la soglia?

Chi vuol perdersi, smarrirsi, nell’ombra della mia voglia?

Oh! D’un viaggio estremo vi parlo:

di visioni sonanti in luce antico tarlo…

Chi vuol farsi nomade, con me, in radura,

abbandonando gelidi inverni verso nuova calura?

Intoneremo canti, intrecciando danze,

gemendo trance in divine assonanze …

e di natura saremo madre, padre e figli

comunità d’odorosi candidi gigli…

Ancora riflessioni sul rito e le origini

il limen tra il visibile e l’invisibile è dunque la porta, il sipario, attraverso la quale entrano solo i fantasmi che possono essere gestiti, ripresentati in maschera, ricantati in una melodia e in un ritmo che ne comanda i fremiti, le voci. È qui che si intreccia il filo diretto tra il mito, la simbologia che ne deriva e le icone di rappresentazione che ne nascono, è qui che vibra la membrana sottile tra la natura, il sacro, il rito e la performance. La spazialità della scrittura, di cui parla Derrida, si confonde con lo spazio occupato dai corpi danzanti e vocianti che transcodificano in forme visibili l’oscuro racconto condiviso dal gruppo. Oscuro perché non proviene dai territori della conduzione quotidiana, pure obbiettivo di miglioramento nelle azioni rituali, ma dall’incombere di presenze invisibili provenienti dall’ombra della memoria collettiva. È dall’ombra, appunto, che il corpo attante trae la sua energia, con un meccanismo non dissimile al sonno ristoratore che il vegliante affida al dormiente quando questi inizia il viaggio nella zona onirica. Questi, direbbe Eraclito, sono i tortuosi sentieri di conoscenza dell’anima, l’arte performativa delle origini percorre questi sentieri. Ciò che canta, danza, recita è l’essenza stessa delle cose nelle multiformi e variegate estensioni della natura e dei corpi viventi che ne occupano lo spazio in un’indistinguibile simbiosi. Ciò cui tende la rappresentazione rituale è, dunque, il ricongiungimento – riconoscimento dell’umano col naturale, ciò cui tende la performance che ne consegue è l’approdo all’origine prima. È questo il senso corretto per intendere il sovrapporsi della cavità teatrale alla cavità orale, proposto da Scheckner, laddove l’etimo dell’oralità è chiara allusione non solo al vano d’espirazione del canto e della voce, la bocca appunto, ma al percorso che compie l’emissione dal ventre diaframma sino alla cavità orale: dall’ombra sotterranea del corpo sino al vano d’apertura , di contatto con l’altro, con l’esterno. Questa ovvietà fisiologica nell’atto performativo si sottrae ad ogni automatismo inconsapevole per divenire, di fatto, viaggio consapevole verso l’origine, verso il ventre-diaframma dell’essere. …(la madre oscura)……

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Eva nera (madre terra)

Qual grumo di terra ti ha generato o madre!

Quali acque irrigarono la tua gemmazione?

Quale fu il tuo primo urlo o richiamo o vagito?

Fu tra buio e luce o tra distanti boati e bagliori?

Il tuo seno fecondò la terra arsa e nuovi piedi

testarono mondi e acque e piagge e deserti

sciamando per terre e sentieri ignoti e oscuri.

Di te memoria è serbata in onesti grati graffiti,

di te memoria è serbata nei gran libri del tempo

A te madre, creata e increata, sia memoria

umile e desta; chè ogn’or si piange la tua gente

… mesta….

AFFIANCO A QUESTO COMPONIMENTO L’ALTRO A MEDESIMA ISPIRAZIONE ANTROPOLOGICA (SUGGERIMENTO DI EROSPEA)

A te, Madre Oscura,

progenitrice

d’ogni fede impura,

a te matrigna arcana

giunga, in atomico vento,

la mia voce,

flebile e vana.

A te,

che in canti notturni,

fosti matrice

di maschere e coturni.

A te,

deliziosa madre del dolore,

dedico

il mio flebile lamento,

umanissimo,

senza rancore.

I confini dell’anima

I confini dell’anima, per quanto tu vada, non potrai mai trovarli, neppure se dovessi percorrere ogni sentiero, tanto profonda è la sua misura”

Così Eraclito in un suo famoso frammento.

Dunque è lo pneuma igneo che dà densità, espandendosi, a tutte le cose, vera Dinamys messa in moto da Polemos (il conflitto), padre di tutte le cose.

Collisione (Hegel) e catastrofe, continuo sfarfallio di particelle, grumi di vento in forma d’essere, questa è l’anima che per accidente si fa una e pensante, ma nel cosmo viaggia di mille e nessuna consapevolezza…

 

Fragili noi frammenti d’istante,

virgole erranti del nulla danzante.