Ancora riflessioni sul rito e le origini

il limen tra il visibile e l’invisibile è dunque la porta, il sipario, attraverso la quale entrano solo i fantasmi che possono essere gestiti, ripresentati in maschera, ricantati in una melodia e in un ritmo che ne comanda i fremiti, le voci. È qui che si intreccia il filo diretto tra il mito, la simbologia che ne deriva e le icone di rappresentazione che ne nascono, è qui che vibra la membrana sottile tra la natura, il sacro, il rito e la performance. La spazialità della scrittura, di cui parla Derrida, si confonde con lo spazio occupato dai corpi danzanti e vocianti che transcodificano in forme visibili l’oscuro racconto condiviso dal gruppo. Oscuro perché non proviene dai territori della conduzione quotidiana, pure obbiettivo di miglioramento nelle azioni rituali, ma dall’incombere di presenze invisibili provenienti dall’ombra della memoria collettiva. È dall’ombra, appunto, che il corpo attante trae la sua energia, con un meccanismo non dissimile al sonno ristoratore che il vegliante affida al dormiente quando questi inizia il viaggio nella zona onirica. Questi, direbbe Eraclito, sono i tortuosi sentieri di conoscenza dell’anima, l’arte performativa delle origini percorre questi sentieri. Ciò che canta, danza, recita è l’essenza stessa delle cose nelle multiformi e variegate estensioni della natura e dei corpi viventi che ne occupano lo spazio in un’indistinguibile simbiosi. Ciò cui tende la rappresentazione rituale è, dunque, il ricongiungimento – riconoscimento dell’umano col naturale, ciò cui tende la performance che ne consegue è l’approdo all’origine prima. È questo il senso corretto per intendere il sovrapporsi della cavità teatrale alla cavità orale, proposto da Scheckner, laddove l’etimo dell’oralità è chiara allusione non solo al vano d’espirazione del canto e della voce, la bocca appunto, ma al percorso che compie l’emissione dal ventre diaframma sino alla cavità orale: dall’ombra sotterranea del corpo sino al vano d’apertura , di contatto con l’altro, con l’esterno. Questa ovvietà fisiologica nell’atto performativo si sottrae ad ogni automatismo inconsapevole per divenire, di fatto, viaggio consapevole verso l’origine, verso il ventre-diaframma dell’essere. …(la madre oscura)……

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Eva nera (madre terra)

Qual grumo di terra ti ha generato o madre!

Quali acque irrigarono la tua gemmazione?

Quale fu il tuo primo urlo o richiamo o vagito?

Fu tra buio e luce o tra distanti boati e bagliori?

Il tuo seno fecondò la terra arsa e nuovi piedi

testarono mondi e acque e piagge e deserti

sciamando per terre e sentieri ignoti e oscuri.

Di te memoria è serbata in onesti grati graffiti,

di te memoria è serbata nei gran libri del tempo

A te madre, creata e increata, sia memoria

umile e desta; chè ogn’or si piange la tua gente

… mesta….

AFFIANCO A QUESTO COMPONIMENTO L’ALTRO A MEDESIMA ISPIRAZIONE ANTROPOLOGICA (SUGGERIMENTO DI EROSPEA)

A te, Madre Oscura,

progenitrice

d’ogni fede impura,

a te matrigna arcana

giunga, in atomico vento,

la mia voce,

flebile e vana.

A te,

che in canti notturni,

fosti matrice

di maschere e coturni.

A te,

deliziosa madre del dolore,

dedico

il mio flebile lamento,

umanissimo,

senza rancore.

I confini dell’anima

I confini dell’anima, per quanto tu vada, non potrai mai trovarli, neppure se dovessi percorrere ogni sentiero, tanto profonda è la sua misura”

Così Eraclito in un suo famoso frammento.

Dunque è lo pneuma igneo che dà densità, espandendosi, a tutte le cose, vera Dinamys messa in moto da Polemos (il conflitto), padre di tutte le cose.

Collisione (Hegel) e catastrofe, continuo sfarfallio di particelle, grumi di vento in forma d’essere, questa è l’anima che per accidente si fa una e pensante, ma nel cosmo viaggia di mille e nessuna consapevolezza…

 

Fragili noi frammenti d’istante,

virgole erranti del nulla danzante.

Una soglia onirica (il disordine percettivo 2)

Ma se il controllo sfugge, ciò che la mente trasmette è un tradimento della visione, è una dolorosa trasmigrazione in un mondo inatteso (Van Gogh)… Come definire la natura di questo ‘mondo inatteso’? Se, come afferma Derrida, la scrittura ha una sua spazialità che “fa appello a una problematica pittorica o scenografica o plastica”, dobbiamo, allora, considerare che ciò cui la scrittura rimanda non è la visione in quanto tale, ma è uno spazio pensato, concettualizzato, qualcosa che si apparenta a una lucida soglia onirica.

Vedere…rappresentare (il disordine percettivo)

Un po’ paradossalmente posso dire che i concetti con cui ho lavorato sono, per un certo senso, almeno ispirati alle arti visuali (e intendo dire sia la pittura che le arti sceniche, il teatro, ecc.) ho cercato, in sostanza, di rendere conto di una funzione di spazializzazione della scrittura. Potevo fare ciò solo considerando la scrittura come un qualcosa che non si riducesse alla traduzione di una parola, e come qualcosa che avesse un campo, uno spazio  suoi propri e una visibilità specifica: cioè una concettualizzazione della scrittura fa appello a una problematica pittorica o scenografica o plastica”

Cosi Derrida in un intervista del 1970…

Ma avviene, non di rado, che il vedere e il rappresentare siano tra loro incommensurabili, posti come sono dentro la resistenza della tekné occorrente a tradurre la visione in spazio rappresentato. Il soggettile (la materia su cui imprimere la visione in rappresentazione) spesso muta il segno trascritto in altro, porta deviazioni in colore, luce parole, diviene, da sé, territorio di altra visione che con la visione prima più non s’apparenta. Tra visione e rappresentazione si pone di mezzo la mente che opera in entrambe le funzioni con una pericolosa sensazione di controllo sull’operazione tutta. Ma se il controllo sfugge, ciò che la mente trasmette è un tradimento della visione, è una dolorosa trasmigrazione in un mondo inatteso (Van Gogh)…

e nel cinema, uno sciamano…

 e la percezione dello spaurito astante novecentesco viene circondata da fruscii inquietanti d’entità sconosciute, il respiro di demoni e dei che incalzano l’atto creativo (pensiamo ad Artaud e al suo ‘soffio’ divino): Lo spettatore occidentale, che ha perso le certezze progressive nel gran lavacro di sangue della prima guerra mondiale, ritrova la fanciullezza spaurita della paura del buio, un buio da ripopolare di fantasmi benevoli che scaccino i mostri dell’orrore quotidiano. E qui, con un gran salto, non posso non citare un regista che, provenendo dal teatro, regala alla macchina del cinema, l’ingenuità del buio nel quale far danzare i sogni: penso alla sequenza della lanterna magica nel film Fanny e Alexander, dove uno zio benevolo (un lare familiare appunto) rasserena l’angoscia dei due bimbi protagonisti riempiendo la loro stanza buia di fate e spiriti giocosi grazie all’artificio luminoso di una lanterna magica. È , credo, la più felice allegoria della nascita del cinema. Lo zio-sciamano di fanny e Alexander, come il Meliès dell’ultimo film di Scorsese accompagna lo spettatore non solo verso i territori rimossi dell’infanzia, ma, con un meccanismo forse caro a Jung, lo veicola verso una sorta di inconscio primordiale, all’interno di quell’antico primo cerchio di fuoco tribale.

La tribù, l’ignoto e le maschere…

Gli occhi della tribù percepiscono solo le figure oscillanti rese umbratili dal fumo e dalle fiamme incerte, in alto l’immensa volta celeste, un tetto, si percepibile, ma distante, non rassicurante, il tetto dell’universo si estende anche nell’area delle tenebre, da dove provengono fruscii inquietanti, il vento, voci d ‘esseri ignoti. Ecco che in questo scenario lo sciamano evoca gli spiriti benigni e protettivi che provengono dall’ignota volta stellata e dal mondo delle tenebre perché confliggano con le entità oscure e maligne portatrici di un pericolo ignoto. Sono questi gli attori in maschera che danzando e cantando in estasi ripresentano all’interno del cerchio di fiamma le entità che albergano nel buio oltre l’oscillazione visiva del cerchio. Ed il conflitto tra gli spiriti mascherati si fa drammaturgia culturale della tribù, è il suo teatro. È così che viene condotta nel mondo del ‘visibile’ l’oscura energia del buio, è così che la via d’ingresso degli spiriti delle tenebre e del cielo stellato, dei e demoni, viene governata da un codice di rappresentazione condiviso, un rituale che esorcizza le paure collettive conducendole all’interno della cultura visionaria, di rappresentazione, del gruppo; il limen tra il visibile e l’invisibile è dunque la porta, il sipario, attraverso la quale entrano solo i fantasmi che possono essere gestiti, ripresentati in maschera, ricantati in una melodia e in un ritmo che ne comanda i fremiti, le voci.