Traimi, in sorriso…

Dimmi del fiorire in luce d’abbaglio

nell’opalescente mattino dei colori.

Dimmi del respiro d’ansia nuova

quella che al risveglio qualche volta si prova.

Traimi, in sorriso, fuori da questo grigio,

perché il mattino, qui, è tristo e bigio.

Dimmi dello scandire dell’ora di un incontro

quella che svanisce e ti porta ben oltre il tramonto.

Dimmi dell’aria che si fa lieve in cammino

quando la si fende frizzante con te vicino.

Traimi, in sorriso, nella regione del calore

che di stantio gelo quest’anima se ne muore.

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Il fiume sa…

No, non enumero lo scandire del tempo

dei giorni lo snocciolare lento in cadenza

arretra in un prima del mio cuore la frequenza.

L’emozione si forma in regione traslata

quella di un vissuto che non sbadiglia in una data,

perché costante è la percorrenza di un fluire

in un fiume che sa qual è la sorgente

e, nulla conta dove poi andrà a morire.

Fragile carne d’apparenza

Dimmi, arcano desiderio di vita,

qual è la strategia di fuga dal dolore?

Anche la dura roccia è dal tempo ammansita,

aveva acqua e si fa porosa

e su un antico letto di fiume

tra la sabbia del deserto riposa.

E così resiste, esiste…

Perché noi andiamo, corrosi in mutazione,

instabili e mobili, convinti d’altro destino

travolti dal desiderio vano come un bambino?

Avessimo la maestà della roccia

accetteremmo la sfida del tempo

sacri

come le montagne che di natura fanno tempio.

Fragile carne d’apparenza,

fiera e dotata di intelligenza,

esposta all’inganno del dolore

nell’infinitesima frazione di istanti.

Nell’illusione e nella pazienza di vita,

noi tra i tanti,

amiamo disperati prima di sparire affranti.

Scilla.

Scheggia di vento ti sei fatta in sogno

salti in fuga e rincorsa

principessa dal manto di cervo.

Più ne rido felice, più ci giochi volante

prendimi, prendimi son leggera come un aliante.

Mi torni, così, in mente, nelle notti scure

e ti do pure voce stridula e bambina,

cagnetta felice tra le coltri nuvolose dell’altrove.

Celestazzurro.

Lieve sa di tepore,

pelle di sole e di mare,

celestazzurro è il cielo,

pelle d’amore in disgelo.

Lievi increspature di vento,

alla vela di ogni viaggio in avvento,

disegnano flebili onde

cullanti l’occhio all’orizzonte.

E ti vedo…

Ti vedo attraverso la luce abbagliante,

proiezione carnale

del mio senso amante.

Una saetta sghemba.

Se ogni istante del mio andare

fosse acceso dal tuo accanto

io brillerei di gioia nel mio canto.

Ed invece, ecco, che lancio

una saetta sghemba al cielo

perché rimbalzi e cada e piova

piova come soffusa acqua nuova.

Un’acqua che bagni, lacrimosa rugiada,

ogni tuo passo, ovunque tu vada.

Copro così l’arco di distanza?

Trascoloro in suoni la tua vacanza

nel vibrato silente di una stanza.

Non vedo.

Dio mio, non vedo!

No, non sono cieco,

mi si è prosciugata

la percezione del bello.

D’altra cecità non sarei mai sazio

che il lacrimare ferito

d’appagante bellezza sarebbe giusto dazio.

Non vedo altro

che il confine di un muro

invalicabile, balordo e duro,

non è siepe,

non traslucida trasparenza

solo una superficie piatta d’esistenza.

Non commiserate questo sguardo spento

altrimenti mi incazzo…

e in altri versi giocoso mento.