Di limoni, di rose e di gialli selvatici fiori.

Di limoni, di rose e di gialli selvatici fiori

nel verde…

di un fogliame che sfida del grigio gli umori.

Mi dipinge il meriggio la natura resiliente

nella diffusa luce in pulviscolo evanescente.

Ah, se quest’anima potesse assorbire,

alle soglie di un piccolo morire,

assorbire l’energia che fa fremito di vento

e fare di questo sguardo sorpreso

l’inizio di un viaggio verso l’universo teso.

Di limoni, di rose e di gialli selvatici fiori,

ecco, si colorano, vaghi, i miei residui ardori.

Na’ mamma africana.

Addò sta jenne st’umanità speruta?

Nun tene freno a ‘o malo penziero

e ogne juorne è peggio d’ajere…

Ancora nce sta chi se vanta d”a pelle

come si fosse ‘o culore

nu distinguo d’ammore…

Si studiassero nu poco e’ storia

venessero a scuprì ca simme tutte

tutte figlie e’ na mamma africana.

Tenimme, vivaddio, ‘o suonne tribale

ca fa ritmo sanguigno dinto e’ vene

e pe chesto, chi se l’ha scurdato,

se move scomposto, ha perzo ‘o ritmo

e pure ll’anema nun trova cchiu’ posto.

Janco Janco, russo russo, nire nire

e nce metto pure ‘o giallo paglierino!

Quanto so belle ll’uocchie ‘e nu bambino.

Acqua a specchio.

Quanto persiste in tua retina

l’immagine di me riflessa?

In quale neurone s’annida

la memoria dei miei occhi?

O, forse, s’è mutata

in brivido di pelle,

un vagare in viaggio

d’antichi tocchi le cellule.

E queste mani che, in ticchettio,

inseguono dei tuoi occhi gli sguardi

polpastrelli memori

dei tuoi fulminanti dardi.

Questo mio corpo

è il fiume in cui ti specchiasti

acqua a specchio

che in me di luce lasciasti.

Aureole luminose.

M’è capitato di vedere,

nel notturno,

il brillio d’altre sfere.

Con la coda dell’occhio

luci farsi sostanza…

lemuri…

di una qualche rimembranza.

Sono forse sorgenti

sgorganti da neuroni inquieti

o, chissà…

folletti rifratti nei vetri,

translucide presenze

di mie creative essenze.

Queste aureole luminose

mi sono da tempo compagne

nei miei viaggi in stato di quiete,

serene oscillazioni,

memoria, forse, delle mie ore liete.

Ultima illusione.

Questo mio scafo tocca sponde sconosciute

l’onda carezza e si ritrae nel notturno,

nel notturno d’una isola dormiente nel silenzio.

Non so darti nome ormai, terra d’approdo,

ma sento tue rocce cantare antichi miti

melodie in battito di antichi riti

e le conchiglie, molluschi sonori, suonano

la nenia in leggenda di satiri e ninfe…

Oh, eccomi , di notte, ancora smarrito,

navigare in viaggi, tra nebbie io stranito.

Dimmi, terra che m’appari in visione,

hai forse tu il nome della mia ultima illusione?

M’accosto e fuggo.

Oh di pelle in respiro sei canto di calore,

m’accosto e fuggo dolore d’amore…

M’accosto e fuggo, osceno e dolce turgore,

fiore d’aprile rosso di sole al fulgore.

Sfioro i tuoi petali d’alchemica sostanza,

mentre la distanza è faglia di discrepanza.

Ah frizione di terre e terremoto del cuore

macerie fumanti nel tramonto di un bagliore.

Smarriti e stranieri.

Fummo in tanti

a perdere le chiavi di questo regno.

Smarriti e stranieri

nella città più non lasciammo segno.

Vagabondi tra diruti cortili

tra i silenzi d’aiuole incolte e scurrili

disconosciamo un tempo di noti sentieri

aggrappati a uno svanente inutile ieri.

In questa mutazione decadente

ci muoviamo

folla svogliata e consenziente…

E grigio è il colore di un sogno sgretolato

quadro dipinto di uno scenario screpolato.

Tutto ebbe inizio nell’ansia di rinnovo

che fece macerie d’ogni luogo di ritrovo…

Oh vociante onda umana dismessa

t’aggreghi solo divisa…

nella melma indistinta della ressa.