E vanno, vanno!

E vedrò le mie anime

dipingere archi di scena.

Nel brillio della salsedine

e d’argento plancton

canteranno l’alleluia

di un riso in pianto…

E tu maestro concertatore

lo sento,

ne suoni la danza con ardore…

E vanno, vanno!

Oltre il degrado dei corpi

della morte

hanno fatto una nuova culla

per via di mistero

nel cuore luminoso del mare nero.

Oh liquido celeste

di rifrazione nel cosmo!

Espandi i canti di bellezza adorni

e fa e fa ch’io con loro

all’origine dei tempi torni.

A Luca Torre. (autore editore, amico)

Caldo amico di imprese impossibili

di culture e sogni turbine incredibile.

Dove sei andato?

Forse veleggi tra i tempi e le storie

nella biblioteca dei sogni senza scorie,

Forse vedrai il tuo Ammurabi

o, perché no? Il nostro Petito

lo so…

ti intriga questo mistero per te ordito.

Ti saluto Luca dal sorriso invadente

per me, per i tuoi ora presente

presente nei giochi di nuove idee

quel che non muore

è quel che vivere sempre deve.

Nel soffio d’amore.

Et voilà, eccoci intenti

a dipingere e sognare…

Volano i corpi in scena

d’ali finte splendenti

di quelle che la sera

portano via i venti…

E sull’arpa, liquide d’acqua,

fioriscono note, mentre…

struggenti i violini le afferrano

e si inseguono in conflitto d’amore

i canti…

Fratello, tu dici…Amico…

che la tua musica l’han portata i miei versi

che ora, con te, si piegano

all’amato canto dal sapore antico.

Oh, la nostra opera

morirà di gioia nei teatri di bellezza

accarezziamola, lavorandoci,

nel soffio d’amore in brezza.

Ad Antonio (compositore per Anime anfibie)

E tu mon amie le musicienne

onduli in note di canto

le mie parole accanto…

E le Anime volano nel tuo lied

lamento dolce che accarezza il vento

ed io commuovo in lacrime quel che sento.

E tu Natasha, uccello sonoro,

ne tracci e suoni nello spartito

ogni mio verso duro e ardito…

Oh, la fabbrica in cantiere di un sogno sfinito

fa solchi nella terra buona dell’arte

e voi ed io stasera ne seminiamo parte.

Dei miei teatri.

E mi vennero incontro anime ardenti.

Farfalle di luce in prisma riflettenti.

E sussurravano voci di pietà nei venti.

Mi vennero incontro anime ardenti.

Nella stessa notte

anfibie creature soffiavano ai venti

soffiavano storie nella notte lunare

mischiate al gemito della spuma del mare.

Dei miei teatri si son fatte figure

le canto umile arcane anime pure

tra versi diversi tra versi dispersi.

Oh! Di flauto e violino

o d’arpa in musica cascante

vi si nasconde…

il mistero d’una voce amante.

Un intervista…

Per archivi di memoria pubblico un intervista di Giuliana Gargiulo a me in occasione della chiusura di Estate a Napoli con il mio testo “Li farfalle de ghiaccio”

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Tracce di scrittura.

Tracce di scrittura…

grafemi incerti in ombra, senza cura.

Tracce di storie dismesse,

inconclusi intrecci, arabeschi di niente.

Troppe le carte e confusa la mente

come matassa da sbrogliare

ispirazione strisciante, muta, silente.

Com’è triste questo deserto di penna

i ricordi sbiancano, la mano tentenna.

Dammi Musa celeste, angelo di vita,

dettato nuovo, frenetico, tra queste dita.

Personaggi (del mio teatro)

Sono solo fantasmi

abbarbicati in piccola esistenza

gli smarriti ch’io racconto.

Ed è per questo che li colloco ai bordi,

immersi in realtà mimetica

sarebbero del tutto persi.

Ed io lascio che vivano

nella pallida regione dei sogni

come fanciulli perduti in disperati bisogni.

Ersilia, Lady Fraganzia, Celestina

e via via i monelli del Tutto inganna

se vedono la morte

sono lì pronti a giocarvi…

Sanno, loro, d’essere d’un apologo

grumi di carne d’anima provvisoria

e vivono

nell’istante ludico senza memoria.

Viaggio nelle viscere 1986 (per un teatro del sottosuolo)

Un tempo ho cercato lo spirito della terra,

con le unghie ho raspato suoli e caverne

percependo…

gemiti e risa di mille anime in guerra.

E le ho incontrate…

porgendo loro, umile, un racconto,

disegni di luce, fantasmagorie d’un mondo.

Ho chiesto a pietre e rocce

e a disperati sanguigni graffiti

di dirmi vite, voci non più udite…

Per ipogei ho sceso scale perdute

tra labirinti strenui e bombe cadute.

E fu magia di un tempo sospeso,

un qui ed ora d’ogni essere distante

chiamato a vivere in altro corpo attante.