Piccoli passi.

Mi lascio andare, a volte, a piccoli passi di pace,

li nutro nel silenzio di una sera dove tutto tace.

Ogni passo scandisce un pensiero bello,

un ritmo in vagare senza meta o  ostello.

E si mescola memoria con sorrisi fugaci

come un portar luce, nel buio, di dolci baci,

mentre gli occhi, commossi nel vuoto,

non puntano orizzonte,

ma solo l’andare intimo di un interno moto.

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Ombra sovrana.

Fuje fuje, ombra sovrana!

Vattenne ‘ngiro, va’ puttana!

‘Mpizzate pe’ viche e vicarielle

va scuvanne

‘a brillantezza e’ ll’uocchie belle.

Te lbero, va! Faccio sta magia,

tu nun saje no che d’è ‘a pucundria

chella è na spina selvatica dinto ‘o core,

tu ‘o core nun ‘o tiene, ombra,

e può fa ammore cuorpe cuorpe

senza addimannà permesso

pecché a n’ombra traseticcia tutto è concesso.

Un mostro pesante.

Oh mi trascina, mi trascina questo mostro pesante

grasso di realtà oscena e ingombrante.

Vischiosa e putrida è la sua materia

gorgo nevrotico d’ossessione

baluginio di inutile bieca illusione.

Dalle sue spire non si fugge

più lo desideri più lei ti distrugge.

l’aggredisco, allora, d’atarassico distacco

uno sberleffo estremo, folle e bislacco.

Una lingua puntuta di poesia

che pieghi in po’ di realtà dalla parte mia.

 

Il tuo nome.

Ecco lo sussurro il tuo nome

e non mi si sbriciola l’anima.

Lo sussurro e sillabo l’incanto

quasi come t’avessi accanto.

Il tuo nome è suono gentile

come la primavera d’aprile,

prezioso assai più di un monile.

E tu che leggi queste righe

china il capo e sorridi,

sorridi di quest’eco al vento

che vibra intenso di ciò che sento.

Finestra di inverno.

Sei la mia soglia, finestra di inverno,

mi filtri il paesaggio di stupore

ogni meriggio al calar del sole.

Bruma cristallina di grigio

fa fresco il fogliame e c’è vita in sciame.

Oh quanto m’acquieta intravvedere,

intravvedere attraverso te i mondi,

mentre il cielo bigio di celeste

mi narra di una luce antica e agreste.

Un passero ha scovato il ramo giusto e mi saluta,

è giovane e non ha compagna, credo

o, forse, è un solitario che canta l’ultima luce

e il suo è un richiamo che il mio occhio conduce.

Su altro ramo già s’è appostata l’amica civetta,

lei attende paziente la notte e non ha fretta.

Anche io canto solitario e attendo

mentre al declinare della luce mi arrendo.

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.