Una possibilità infinita.

Qual è la terra che accoglie i non nati?

Dei bimbi attesi c’è forse una soglia?

Sono altrove finiti per altro caso o accidente?

Non voglio pensare siano nel buco nero del niente.

Dimmi, dio del Caos,

dove hanno avuto, altra indeterminata fioritura?

No, non credo a un Eden di luce d’altra natura,

credo e sento, invece, scricchiolii di vita tangente

che s’avvertono in onirica sospesa mente

provenienti da mondi in progetto di vita.

Io credo e sento che tutto ciò che pensi,

nel cosmo, ha una possibilità infinita.

 

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Liquida immensità

Acqua, tanta acqua, scorre bagna disseta

in liquida immensità galleggio

e sono corpo ed altri con me beve.

Vieni nel mio sogno mentre si scioglie la neve

e ad ogni corpo daremo il calore che si deve.

Un sogno d’acqua e calore

tra nuvole di stanze in luminoso bagliore

e scorre l’acqua in un brillio d’argento

mentre, ancora in dormiveglia, la tua voce sento.

 

La fine del possesso.

Sai, cara, ogni parola ti strappa una stilla di sangue

ecco che, scrivendo ci si svena, ma non  si sperde

la benigna trasfusione che sangue d’altri diviene.

Occupa, la parola, lo spazio che al corpo si sottrae

un pieno che al vuoto dà un senso,

rivolo vitale di transustanziazione nell’immenso.

Come in una carezza o in un amplesso,

quel che dai non è più tuo, è la fine del possesso.

Non svenderò più…

Non svenderò più la mia anima per un gioco sbiadito

gronda di troppo sangue vero, mio e d’altrui,

per esser sfiancata da false seduzioni ardite.

L’amore non si fa nella vacanza di un’ossessa acchiappanza,

epistolario di frottole melense, tra uno sbadiglio e un dire smarrito.

L’amore è un vissuto di carne e speranza

d’ogni minima via concreta esperienza…

Solo di quello io non so fare senza…

Il resto è balorda danza sul palco del niente

un dire che riempie il vuoto di un dolore che mente.

Chiunque tu sia, amica d’etere vagante,

di ben altri battiti pulsa il mio cuore amante.

Stella polare.

-Vedi, figlio mio, quella è l’orsa minore,

diceva mio padre…

-osserva la coda, l’ultimo brillore,

quella è la stella polare,

chiamala, se vuoi piccolo carro.

E mi figurai campi celesti,

lì su su in alto, osservando la volta

lì dal mio giardino di montagna.

-Se un giorno andrai per mare

e la bussola perderai…

segui quella luce, ti darà il nord.

Io vidi nei suoi occhi lo stesso bagliore,

penserò a quelli, al loro nitore,

quando, per terra o per mare,

smarrirò della via l’ardore.

Un luccicore che viaggia.

Dicono che le stelle che vediamo

potrebbero già esser svanite.

Un luccicore che viaggia,  disperso nel cosmo,

infinito pulviscolo di particelle

e forse chiamiamo false quelle facelle?

Quelle, proprio quelle, che ci argentano lo sguardo?

Illusione è di luce del sagittario il dardo?

Oh no, ciò che luccica non muore,

fosse pure ricordo di luminoso dolore.

Persiste e trafigge nell’intoccato vuoto

ciò che viaggia oltre il tempo e a cui tu resti devoto.

Con cura lieve…

Ah se il mio pensiero caro ti fosse medicina

ti strapperei dall’anima e dal corpo,

con cura lieve attenta e certosina,

ogni magone o dolore che al tuo bene fa torto.

Potrei dimezzare il mio respiro

per dividere con te un soffio d’allegria

e mi farei così giullare del tuo tempo spento

perché d’ogni tua cura per me io mi rammento.