Le trasparenze del Sole.

Conosci, amica, le trasparenze del Sole al tramonto?

Son trasparenze di illusione,

un confine labile che allude alla fine del viaggio.

Tra rifrazioni e scintille di luce

tutto il lontano si fa vicino,

mentre il pianeta rotante

regala l’ultima chance al Sole calante.

Sa di morte e rinnovo questo rito di sguardo

ed è per questo che il Sole, complice, vedo

e nel suo bagliore sostenibile, ostinato, m’attardo.

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Fragilità pensante.

Sai tu cos’è una fragilità pensante?

E’ un fiore nudo di bellezza irridente,

ha uno stelo esposto al vento

che si flette privo d’orgoglio

perché sa che darà nuovo germoglio.

E’ il fiore delle idee belle

ed ha un profumo che giunge fino alle stelle.

Oh, è esposto, continuamente, allo stupro

e per questo nasce

sul ciglio di un’irraggiungibile dirupo.

Potrei dire che ha la rarità della stella alpina

come quei pochi che hanno l’anima bambina.

Lascia, Sorella…

Non ho più fiato per cantare

non ho più occhi da amare

non mi resta che questa fetente ossessione

di un dire celibe vano, coglione.

Sorella cara pure ti invoco

che sono stanco di andare a fuoco

bruciare frammenti a denti stretti

che sono ormai solo maledetti detti.

Non voglio ceneri di incenso

né alcun pianto melenso…

Lascia, Sorella, che io esperimenti

fammi attraversare il tuo parente Nulla

m’era già caro nella mente fanciulla

ma ora lo vedo , lucido, e me ne sbatto

svanito è l’ultimo ponte di contatto.

Parole stolte.

Non può soffocarti un abbraccio

non è più di carne un allaccio.

Non può soffocarti un sorriso

non te lo butto più sul tuo viso.

E meno le braccia al vento

annaspando,

naufrago, nel respiro a stento…

Oh, si, piombo, ridicolo,

nel girone degli iracondi

oggetto di sberleffi infecondi

d’umana sciatteria inverecondi.

Un abbraccio non svela altro che un abbraccio

che ben altro fu l’ indissolvibile allaccio.

Ma parlo ad altra creatura

non sentirti presa

dalle parole in quest’avventura.

Non son altro , queste, che parole stolte

all’antologia del dolore rivolte.

Spianata radura.

Son venuti i giardinieri semestrali

son venuti a falciare l’incolto

quell’incolto di violenta bellezza

quell’incolto di fremente colore

nel mio piccolo giardino d’amore.

Oh, vedo ora il mare, oltre la verzura

dinanzi mi si para spianata radura,

monocromatica,

con  rugiada piangente calma l’arsura.

Dovrò attendere, ora, il vindice rigoglio

ma ho troppa fretta in questo tempo rio.

A quali occhi rimanderò i colori,

delle mie canne gli oscillanti ardori?

 

Il mulino del tempo.

Senza un dove, senza un quando

in un nulla tutto è franto.

Macina il mulino del tempo

e le carni non sono crusca

la folgore di vita è troppo brusca.

E girano le pale di questo inutile andare

giganti troppo cosmici da aggredire

non resta che il notturno silenzioso

in riva a un fiume

che alimenta un mare rabbioso.

Ha il web un ventre tribale.

Oh si, teniamoci per mano,

io l’ho imparato da un secolo lontano:

il privato è pubblico ed è pubblico il privato:

Nel sorriso o nella smorfia di dolore

nessuno è solo

se si manifesta condiviso amore.

Se son anni, amici,

che danziamo, selvaggi e tristi,

irridenti e un po’ narcisisti,

d’attrazione centripeta tempo viene

e nel cerchio di fuoco comunità si tiene.