Regalami il silenzio

Sai cosa ti dico, amica mia?

lasciami stare,

lasciami nell’inferno del mio andare:

nell’ordalia di un’oscena follia,

nel sacrificio inetto e imbelle

di uno stupido scudo protettivo:

nell’errore di questa vita mai sazia

che chiede nulla e nel suo gioco si strazia.

Lasciami, cara, nel tempo dell’amore

quel tempo che non chiede

nella parità del condiviso dolore.

No, non regalarmi i tuoi inattesi sussurri:

fanne sonori schiocchi di risa

per una vita di nuove vite intrisa.

 

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All’orizzonte dico…

Non v’è misura che si bagni nel tempo,

scansione in gocce in amniotico stagno

ed io rinasco e muoio  quando qui mi bagno.

Oh ovattata stagione

siccome stato di allucinazione:

arretro oltre il fiume

li’ sull’albero antico

annuso l’aria e all’orizzonte dico:

“trascinami li’ dove nasce la luce

che al primo stadio dell’essere mi conduce”.

Senza nome, senza volto… solo Franz

A queste mie segrete cure

non do il mio nome

non lo do ai miei segreti affanni:

ché il mio vetusto nome può far danni

attirare su di sé afflati d’altri panni.

Lasciate, finché vivo,

che sia la mia alchimia

scevra di volto e storia,

lasciate che sia fonte

che zampilla

dal mio non emerso fiume,

come un mormorio d’acque ignote,

senza nome, senza volto

come un campo di fiori

che per voi, voi soli

irrigo, pianto e coltivo.

Nel “tu mi manchi”

Si può far poesia alle soglie del delirio?

Oltre il declivio dei sensi stanchi

nella finestra assurda del “tu mi manchi”?.

Barriere di urla selvagge

si  fanno di vertigine scogliere:

e non v’è battigia di mare calmo,

sciacquio d’onde di corpi in adagio,

solo gorgo d’abisso in caduta,

senza fondo… senza fondo

nel “tu mi manchi”

di questo buco immondo.

 

Faville, scintille…

Oh, creatura del non finito,

tra  le guglie e i ciottoli

era il nostro andare smarrito.

Quali animali di strada senza meta,

si inondava il notturno

del nostro luccichio di bestiole.

Oh le lucciole, amiche lanterne,

ci attendevano al varco,

oltre della città le mura…

E le faville, oh le faville,

di noi compagni di luce,

rivaleggiavano con quelle

al baglior di scintille.

Un’ellissi di lungo ritorno

Nel ciclo di un lungo ritorno

dell’ellissi,

si fa orbita di mia vita il giorno.

Di sensi ed ansie riattraverso le anse

superando, non indenne,,

dello spazio tempo gli interstizi.

Gravitazione centripeta

dentro un’inesorabile forza centrifuga.

Ma se alla legge del cosmo

questo povero corpo obbedisce,

non m’oppongo

che ne nasce solo dolore:

m’affido alla sorte

a ché della tua cometa afferri la coda

prima che il pulviscolo del tutto

mi chiami in morte.

Scorre l’acqua.

Scorre l’acqua, scorre l’acqua

sino ai confini del mare.

Scorre l’acqua, perché sa dove andare.

Come il mio sangue

nell’estuario del cuore,

scorre scorre perché sa dove andare.

Perhé mia vita non si fa si’ liquida e certa?

Non scorgo un letto di fiume

per quest’anima fluente ed incerta.