Frutti e conchiglie.

Ricordo…

quando andavo a scovare

frutti e conchiglie in fondo al mare.

Ah, quel muto mondo ovattato

m’era caro, era accogliente.

Tritone io

e tu sirena sorridente

incrocio mantico di vita splendente.

Ora s’è prosciugato

quel mare nel mio cuore…

chissà se quelle conchiglie

risuonano ancora del nostro amore.

Parole senza ruggine.

E danzano gli anni, beffarda misura,

ma l’amore non ha tempo

è sostanza metallica dura e pura.

Limo d’ogni ruggine queste mie parole

che volino limpide,

oltre la soglia del giro di Sole.

Lascio che sgorghino fuse d’argento

ora e sempre, come in questo momento.

Inesausta sete.

Raccontare di te lo strenuo pensiero

m’è angolo di gioia, di vita siero.

Ogni istante, ogni istante

bisbiglia tenero

tuo nome il mio labbro amante.

Oh, deliquio dei miei sensi in memoria,

stille d’ambrosia che fan sacra la storia

è quel che canto e racconto

geloso custode di un tempo di gloria.

E’ triste quanto saggio il cammino a ritroso

estende in inatteso spazio il delirio amoroso

danzando tra parole desuete e consuete

non estingue e non sazia,

ma dà da bere alla mia inesausta sete.

Ti lascio un segno.

E di qui, da lontano, ti lascio un segno…

vorrei vedessi i miei occhi sbarrati

tra lo stupore d’amore e la tristezza d’altro regno.

Un regno dei sensi e dei tocchi nell’ombra

quel che il mio sguardo, ora, forte, adombra.

E di qui, da lontano, ti lascio un segno…

ti dico che vorrei d’altra vita disegno

nel miracolo di luce del nostro mare

perché te ed io…

sulla battigia, sappiamo amare.

San Valentino.

Se degli amanti è questo il giorno

chi si è perso potrà giocarsi un ritorno?

Come funziona questa augusta ricorrenza

dentro le maglie di una persistente assenza?

Io lo so.

Sfoglierò con pazienza i petali a ritroso,

uno ad uno, memore del gioco amoroso

e, per ogni petalo, un caro sorriso,

così denso,

da richiamare l’atto d’amore intriso.

E scriverò, lapidario, in mente,

“Grazie, anima mia,

per tutto il tempo che m’hai dato.

Come vedi, quel tempo ancora mi innerva

mi innerva le ossa e la pelle

e, t’assicuro è questo un messaggio

che viaggia lungo, tra la luce delle stelle.

Un epistolario…

S’io rileggo quel che fu un epistolario

molce il cuore quel sanguinario diario.

Ha il ritmo di un addio incombente

di infranti sogni dolore imminente.

Ne assumo sorpreso i toni e il colore

struggente avvertenza di quel che fu amore.

Li chiamerei strappi d’anime intense

grumi di coscienze intrecciate e dense.

Oh, elastico feroce

d’accostamento e distacco ritmo atroce.

Un fiume in piena

che rinveniva in mare sconosciuto la sua foce.

E al mare giunse

naufrago amore che inabissandosi perse

del sole la luce…

Ricordi…

Ricordi il tempo della mia ebrezza selvaggia?

Quando…

gridavo al vento la felicità da ultima spiaggia?

Ricordi le notti dell’erranza infinita?

Quando…

si giocava a sprecare gli ultimi istanti di vita?

Ebbri del momento di immemori domani,

si intrecciavano in tatti frementi le dita e le mani.

Ricordi il singhiozzo del bambino spaurito?

Quando…

s’avvide d’aver smarrito nei tuoi occhi l’infinito.

Ricordi il sapore della scommessa d’eterno?

Brucia…

avvertirne l’odore tra le fiamme di quest’inferno.

M’accosto e fuggo.

Oh di pelle in respiro sei canto di calore,

m’accosto e fuggo dolore d’amore…

M’accosto e fuggo, osceno e dolce turgore,

fiore d’aprile rosso di sole al fulgore.

Sfioro i tuoi petali d’alchemica sostanza,

mentre la distanza è faglia di discrepanza.

Ah frizione di terre e terremoto del cuore

macerie fumanti nel tramonto di un bagliore.

Ghirigori cromati.

Segni sulla pelle sono i nostri baci dannati,

indelebili, flebili, estenuate sconcezze,

oh, ghirigori cromati d’eterne bellezze.

Null’altro segno o graffito può darne il senso

che non sia

quel per sempre di nostra carne il consenso.

Lo so,

il solco d’altra vita ce ne scavò abisso

cuneo violento ne ha divelto il tocco,

ma costante la mente alla pelle lancia il segno

che perdura, perdura…

incisione tatuata d’amore che dura.