Nel decumano.

Nel decumano scorre, denso e silente,

scorre liquido un fiume di gente…

Si va, si va…chi a sguardo chino

chi tenendo per mano il suo bambino.

Butta l’aria musica chiassosa,

mentre l’inglese abbraccia la sposa.

Chiacchiericcio intenso alle soglie d’un portone

uno parla e gli altri gli tengono sbordone.

C’è chi gusta un cartoccio

e chi giocando

si muove come un fantoccio…

Io vivo, guardo e scrivo

ammazzando, così, il tempo corrivo.

Qui batte il cuore di Napoli ospitale,

eppure

una punta di dolce memoria fa un po’ male.

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Fragile carne d’apparenza

Dimmi, arcano desiderio di vita,

qual è la strategia di fuga dal dolore?

Anche la dura roccia è dal tempo ammansita,

aveva acqua e si fa porosa

e su un antico letto di fiume

tra la sabbia del deserto riposa.

E così resiste, esiste…

Perché noi andiamo, corrosi in mutazione,

instabili e mobili, convinti d’altro destino

travolti dal desiderio vano come un bambino?

Avessimo la maestà della roccia

accetteremmo la sfida del tempo

sacri

come le montagne che di natura fanno tempio.

Fragile carne d’apparenza,

fiera e dotata di intelligenza,

esposta all’inganno del dolore

nell’infinitesima frazione di istanti.

Nell’illusione e nella pazienza di vita,

noi tra i tanti,

amiamo disperati prima di sparire affranti.

La fine del possesso.

Sai, cara, ogni parola ti strappa una stilla di sangue

ecco che, scrivendo ci si svena, ma non  si sperde

la benigna trasfusione che sangue d’altri diviene.

Occupa, la parola, lo spazio che al corpo si sottrae

un pieno che al vuoto dà un senso,

rivolo vitale di transustanziazione nell’immenso.

Come in una carezza o in un amplesso,

quel che dai non è più tuo, è la fine del possesso.

Prometeica illusione.

Perché parlare di te, Vita,

come se altro fossi

da quel che toccano le mie dita?

Sono accidente di Vita, io,

come lo sono di morte,

e magari coinvolgo pure sorella Sorte.

Oh griglie infauste d’ogni catalogo!

Emergenze di salvataggio

contro l’antico panico selvaggio.

Va detto chiaro quel che è,

o meglio, non è—

Null’altro che un Caos invadente,

primigenio e persistente

e noi, con antica prometeica illusione,

giochiamo a dipingerlo di ragione.

Non ci resta che assaporare,

con doviziosa vaghezza,

quel che,per istinto, chiamiamo bellezza

prima che il Caos vi soffi

la sua brutale e oscena brezza.

Reprimenda.

Non ti vestire di potere

se gli altrui sogni non sai vedere.

Acquattati nel cantuccio del mediocre

e affila i denti

per chi ti è pari nelle male opre.

Lascia che di onestà e di innocenza

il mondo non possa far senza.

Te lo canto in rima dimessa

quasi di morale a farti la messa,

ma se continui a masticare rancore feroce

Prima o poi questo canto si farà atroce.

Io la chiamo l’attesa.

Se mi chiedi la natura del mio tempo

ti risponderò ch’io la chiamo l’attesa.

Il mio spirito libero, con l’anima tesa,

d’ogni svolta attento, non molla la presa.

Come un lupo alla deriva nell’inverno di fame,

vago e annuso sottovento della vita l’odore.

No, non posso attendere primavera

devo sfamarmi prima che giunga la mia sera.

Solstizio di inverno

Oggi il sole è breve,

ha fretta, scalda freddo,

prepara la neve.

Oh, lieve inclinazione dell’asse,

oscilla il pianeta

e la luce si fa tangente,

mentre pallido

è il meriggiare in un niente…

Ed io dico:

godiamo di questa luce provvisoria e truffaldina,

non ci resta, nel giorno, che una lunga mattina,

segno del trascolorare del nostro tempo breve

che ci rammenta che in un sorso la vita si beve.