Un nuovo rosso.

Desolata è la terra sotto sciami di cavallette,

faccendieri del nulla, cimici da barzellette.

Stupratori del lavoro, sanguisughe senza decoro

dissanguano ogni linfa vitale, e allestiscono vitelli d’oro.

Maledetta genia d’accumulo inverecondo,

miseri d’animo e di crapula fecondi.

Che l’oro in merda vi si muti tra le mani,

ladri nauseabondi d’ogni piccolo domani.

Ma vi dico, vi spazzerà via questo fiume di vita,

ogni stilla di sangue da voi succhiata

si riverserà gioconda in nuove mani e dita

che dipingeranno di nuovo rosso quest’aurora sfinita.

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E domani…

E domani, domani, domani

scivola il tempo fratto tra le mani,

mentre il desiderio è scoria, cianfrusaglia

impigliato del tempo nella maglia.

M’è fermo il suono sordo del continuo,

beffarda serpe di un presente cui mi inchino

mi inchino stremato ad un mutare

un mutare che è un perenne stare

con il corpo che è una gabbia di cellule smarrite

tra le troppe vite, sfinite, non finite.

Un mostro pesante.

Oh mi trascina, mi trascina questo mostro pesante

grasso di realtà oscena e ingombrante.

Vischiosa e putrida è la sua materia

gorgo nevrotico d’ossessione

baluginio di inutile bieca illusione.

Dalle sue spire non si fugge

più lo desideri più lei ti distrugge.

l’aggredisco, allora, d’atarassico distacco

uno sberleffo estremo, folle e bislacco.

Una lingua puntuta di poesia

che pieghi in po’ di realtà dalla parte mia.

 

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.

Facile all’amore.

Ti racconterò un sogno.

Erano, le botti, a rotolare verso il piano

ed io ad ordinarle

ad una ad una per stiparle poi in cantina.

L’odore acre del mosto selvaggio

m’annebbiava alleviandomi fatica,

era di luce soffusa la cantina antica.

Di buon vino d’annata si faceva travaso

ed io governatore di Bacco d’ebrezza pervaso.

Silenzio…

Solo, di tanto in tanto, distillato cadere di goccia

quale eco di vita che sboccia…

Non vedevo compagni né udivo sussurri,

ma, nell’aria, c’era l’allegria di un canto muto.

Chi può mai dire il perché di questa masseria,

di questo stipare botti del succo d’un sanguinoso vitigno…

forse non fu sogno, ma altro luogo dove io alligno.

Forse, in altra vita, fui viticultore,

facitore d’ebrezza, facile all’amore.