Na’ mamma africana.

Addò sta jenne st’umanità speruta?

Nun tene freno a ‘o malo penziero

e ogne juorne è peggio d’ajere…

Ancora nce sta chi se vanta d”a pelle

come si fosse ‘o culore

nu distinguo d’ammore…

Si studiassero nu poco e’ storia

venessero a scuprì ca simme tutte

tutte figlie e’ na mamma africana.

Tenimme, vivaddio, ‘o suonne tribale

ca fa ritmo sanguigno dinto e’ vene

e pe chesto, chi se l’ha scurdato,

se move scomposto, ha perzo ‘o ritmo

e pure ll’anema nun trova cchiu’ posto.

Janco Janco, russo russo, nire nire

e nce metto pure ‘o giallo paglierino!

Quanto so belle ll’uocchie ‘e nu bambino.

Nel decumano.

Nel decumano scorre, denso e silente,

scorre liquido un fiume di gente…

Si va, si va…chi a sguardo chino

chi tenendo per mano il suo bambino.

Butta l’aria musica chiassosa,

mentre l’inglese abbraccia la sposa.

Chiacchiericcio intenso alle soglie d’un portone

uno parla e gli altri gli tengono sbordone.

C’è chi gusta un cartoccio

e chi giocando

si muove come un fantoccio…

Io vivo, guardo e scrivo

ammazzando, così, il tempo corrivo.

Qui batte il cuore di Napoli ospitale,

eppure

una punta di dolce memoria fa un po’ male.

Fragile carne d’apparenza

Dimmi, arcano desiderio di vita,

qual è la strategia di fuga dal dolore?

Anche la dura roccia è dal tempo ammansita,

aveva acqua e si fa porosa

e su un antico letto di fiume

tra la sabbia del deserto riposa.

E così resiste, esiste…

Perché noi andiamo, corrosi in mutazione,

instabili e mobili, convinti d’altro destino

travolti dal desiderio vano come un bambino?

Avessimo la maestà della roccia

accetteremmo la sfida del tempo

sacri

come le montagne che di natura fanno tempio.

Fragile carne d’apparenza,

fiera e dotata di intelligenza,

esposta all’inganno del dolore

nell’infinitesima frazione di istanti.

Nell’illusione e nella pazienza di vita,

noi tra i tanti,

amiamo disperati prima di sparire affranti.

La fine del possesso.

Sai, cara, ogni parola ti strappa una stilla di sangue

ecco che, scrivendo ci si svena, ma non  si sperde

la benigna trasfusione che sangue d’altri diviene.

Occupa, la parola, lo spazio che al corpo si sottrae

un pieno che al vuoto dà un senso,

rivolo vitale di transustanziazione nell’immenso.

Come in una carezza o in un amplesso,

quel che dai non è più tuo, è la fine del possesso.

Prometeica illusione.

Perché parlare di te, Vita,

come se altro fossi

da quel che toccano le mie dita?

Sono accidente di Vita, io,

come lo sono di morte,

e magari coinvolgo pure sorella Sorte.

Oh griglie infauste d’ogni catalogo!

Emergenze di salvataggio

contro l’antico panico selvaggio.

Va detto chiaro quel che è,

o meglio, non è—

Null’altro che un Caos invadente,

primigenio e persistente

e noi, con antica prometeica illusione,

giochiamo a dipingerlo di ragione.

Non ci resta che assaporare,

con doviziosa vaghezza,

quel che,per istinto, chiamiamo bellezza

prima che il Caos vi soffi

la sua brutale e oscena brezza.

Reprimenda.

Non ti vestire di potere

se gli altrui sogni non sai vedere.

Acquattati nel cantuccio del mediocre

e affila i denti

per chi ti è pari nelle male opre.

Lascia che di onestà e di innocenza

il mondo non possa far senza.

Te lo canto in rima dimessa

quasi di morale a farti la messa,

ma se continui a masticare rancore feroce

Prima o poi questo canto si farà atroce.

Solstizio di inverno

Oggi il sole è breve,

ha fretta, scalda freddo,

prepara la neve.

Oh, lieve inclinazione dell’asse,

oscilla il pianeta

e la luce si fa tangente,

mentre pallido

è il meriggiare in un niente…

Ed io dico:

godiamo di questa luce provvisoria e truffaldina,

non ci resta, nel giorno, che una lunga mattina,

segno del trascolorare del nostro tempo breve

che ci rammenta che in un sorso la vita si beve.

Un nuovo rosso.

Desolata è la terra sotto sciami di cavallette,

faccendieri del nulla, cimici da barzellette.

Stupratori del lavoro, sanguisughe senza decoro

dissanguano ogni linfa vitale, e allestiscono vitelli d’oro.

Maledetta genia d’accumulo inverecondo,

miseri d’animo e di crapula fecondi.

Che l’oro in merda vi si muti tra le mani,

ladri nauseabondi d’ogni piccolo domani.

Ma vi dico, vi spazzerà via questo fiume di vita,

ogni stilla di sangue da voi succhiata

si riverserà gioconda in nuove mani e dita

che dipingeranno di nuovo rosso quest’aurora sfinita.

E domani…

E domani, domani, domani

scivola il tempo fratto tra le mani,

mentre il desiderio è scoria, cianfrusaglia

impigliato del tempo nella maglia.

M’è fermo il suono sordo del continuo,

beffarda serpe di un presente cui mi inchino

mi inchino stremato ad un mutare

un mutare che è un perenne stare

con il corpo che è una gabbia di cellule smarrite

tra le troppe vite, sfinite, non finite.