Mi cade memoria.

Acqua, acqua acqua…

primigenio bollore…

mi cade memoria di cellule gemmate

di vita istinto in luccicore di cosmo.

Sfera in calore d’amore

nel vuoto gelido dell’universo,

pianeta vivo, solo e disperso.

Mi cade, si, memoria d’ogni molecola al vento

al vento del fuoco che ti scalda e ti scuote.

Ti scuote dal fondo tra lo squarcio d’abisso

che vomita montagne dal liquido profondo.

Pianeta nato puro e per questo chiamato mondo.

 

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Ora viaggia…

Camminare nell’incerta luce

e non sapere dove il sentiero conduce.

L’animale di bosco trova la tana

sfugge alla notte e vi si rintana

mentre io, belva di intelletto, urbana

provo nella penombra una paura arcana.

Oh, rivoglio l’istinto della mia radice selvaggia,

il coraggio infantile di una vita randagia,

attendendo l’alba che dica all’anima:”Ora viaggia”.

Io lo so.

Io lo so. Per altre regioni o altre vie,

sia questo tempo o altro,

noi andremo, di nuovo, uniti in uno.

Si rinasce nel fiume del calore

perché è inevitabile l’attrazione d’odore.

E di nuove scoperte d’emozione e stupore

avrà sapore  nuovo il nostro ardore.

Io lo so.

Lo so come per incanto…

me lo dicono le voci del tempo accanto.

 

Il colore della notte.

Voglio parlarti del colore della notte,

quel rosso intenso venato di nero,

un tunnel di vaghi bagliori,

striature di mondi, baluginii di colore.

E’ il caleidoscopio ad occhi chiusi,

nel dormiveglia dei sensi, lieve torpore.

Una corsa è, tra stanze e valli,

ed i volti si disegnano, s’allungano svanendo

e tu ne sei il vago pittore,

facitore di sogni, in un viaggio d’ardore.

Mistero gioioso.

M’è caro questo piccolo respiro di vita

come un tempo sospeso nella spirale infinita,

il giro dell’andare in tondo

senza intendere nulla di questo mondo.

No, non indago, non costruisco imago,

lascio che sia questa misteriosa via

passaggio , transito selvaggio,

all’oscuro di tutto, incerto viaggio.

E tu che mi incroci, splendida avventura,

di quest’anima inquieta non aver paura,

torna alla memoria di un mistero gioioso

che il cammino è in avanti, ma anche a ritroso.

 

L’impercettibile soglia di Van Gogh.

Fioche luci in sfavillio lontano

come vorrei che tu mi prendessi per mano.

E mentre non so dove andiamo

la notte in alba fiorisce in richiamo.

Come sa di languore

questo precario bagliore,

questo avvenire di tiepidi colori

che dipinge il dire che ti innamori.

E’ l’impercettibile soglia di Van Gogh,

quel notturno tra stelle urbane

che trafigge la cornice quale cosmo immane.

E noi fermi nel tempo, nella notte che fugge,

figli d’aurora… è una memoria che punge.