Cielo d’ultimo aprile.

Vespero, pianeta specchio,

di luce infiammi gli occhi spenti.

Brilla il diamante dell’angelo caduto

nel sorriso di luna vespertino

ti sorrido, ad ogni tramonto, bambino.

Dimmi…

perché ogni sera danzi in equilibrio

di luce potente e oscillante?

oh, lo so,

sei tu Venere, squilibrio del cuore amante.

E sei Lucifero al mattino.

Ti dissero angelo indegno

eppure sei, di giorno in giorno,

di nuova luce annunciatore degno.

Mme si’ venuta ‘nsuonne.

‘O ssaje  ca mme si’ venuta  ‘nsuonne?

Steveme cianco a cianco, mano a mano

e ‘a strada sapeva comme fosse l’aurora.

A nu certo punto tu guidave n’automobile

nun m’allicordo ‘o culore…

ma ‘o facive cu na sicurezza

tale e quale nu gesto d’ammore.

E pigliajeme na’ scesa longa longa

curve e, luntano, nu promontorio

nu promontorio a mare…

quattro varche s’addurmevano fra l’onne

e all’intrasatta

nce truvajeme dinto a na selva e’ fronne.

Nun m’allicordo si facetteme ammore

però saccio e sento

ca attuorno  attuorno ballavano e’ culure.

Quanne m’aggio scetato

i’ te sentette affianco restanne affatato.

Voce d’aurora

Stamane una voce mi chiama,

lieve, in sussurro

come un alito di vento…

e chiedo: “Sei tu un angelo in avvento?”

Cosa strana è

che la mia cagna piccolina

guarda su, in alto, come ad annusare

e arriva in risposta il suo fermo abbaiare.

Io non mi inquieto e ne sorrido.

Sei forse un pensiero che fa atomi vibrare?

Un celeste avviso di un mio prossimo andare?

Chissà perché, s’era fra i bagliori d’aurora

in quella zona che se tu vegli sei sospeso ancora.

O forse viaggiava in alto sul filo d’argento

il mio sé bambino

e di questo m’avvertiva, vigile, il cagnolino.

Grafemi incerti.

No, non racconterò più i miei viaggi

quando la percezione, in lacrima bambina,

mi svela la scomposizione delle cose.

No, non regalerò più questo navigare in soglia

o, forse  si, lo farò, ma solo con chi ne ha voglia.

No non svelerò che nelle notti urbane

si celano rifrazioni di stelle arcane,

sogni fanciulli stuprati dall’irrisione dei bulli.

Terrò per me i sussurri del mio angelo caduto

tra i grafemi incerti d’un gioco perduto.

Mi cade memoria.

Acqua, acqua acqua…

primigenio bollore…

mi cade memoria di cellule gemmate

di vita istinto in luccicore di cosmo.

Sfera in calore d’amore

nel vuoto gelido dell’universo,

pianeta vivo, solo e disperso.

Mi cade, si, memoria d’ogni molecola al vento

al vento del fuoco che ti scalda e ti scuote.

Ti scuote dal fondo tra lo squarcio d’abisso

che vomita montagne dal liquido profondo.

Pianeta nato puro e per questo chiamato mondo.

 

Ora viaggia…

Camminare nell’incerta luce

e non sapere dove il sentiero conduce.

L’animale di bosco trova la tana

sfugge alla notte e vi si rintana

mentre io, belva di intelletto, urbana

provo nella penombra una paura arcana.

Oh, rivoglio l’istinto della mia radice selvaggia,

il coraggio infantile di una vita randagia,

attendendo l’alba che dica all’anima:”Ora viaggia”.

Il colore della notte.

Voglio parlarti del colore della notte,

quel rosso intenso venato di nero,

un tunnel di vaghi bagliori,

striature di mondi, baluginii di colore.

E’ il caleidoscopio ad occhi chiusi,

nel dormiveglia dei sensi, lieve torpore.

Una corsa è, tra stanze e valli,

ed i volti si disegnano, s’allungano svanendo

e tu ne sei il vago pittore,

facitore di sogni, in un viaggio d’ardore.

Mistero gioioso.

M’è caro questo piccolo respiro di vita

come un tempo sospeso nella spirale infinita,

il giro dell’andare in tondo

senza intendere nulla di questo mondo.

No, non indago, non costruisco imago,

lascio che sia questa misteriosa via

passaggio , transito selvaggio,

all’oscuro di tutto, incerto viaggio.

E tu che mi incroci, splendida avventura,

di quest’anima inquieta non aver paura,

torna alla memoria di un mistero gioioso

che il cammino è in avanti, ma anche a ritroso.