Lo schermo onirico.

Pubblico Il mio contributo al volume “Dagli angeli ai neuroni” di Hobson, ordinario di Psichiatria alla Harvard Medical School di Boston…

Buona lettura.

COME ALLA CORTE DI FEDERICO II
Dagli angeli ai neuroni: l’arte e la scienza dei sogni
LO SCHERMO ONIRICO
Ettore Massarese
Professore di Discipline dello Spettacolo Università degli Studi di Napoli Federico II
Nei suoi studi sullo sviluppo mentale del bambino Jean Piaget ci dice come, almeno sino
all’età di cinque anni, tutti noi siamo portati a considerare il materiale onirico come
qualcosa di esterno alla mente, come uno scenario fatto di immagini che veleggiano nel
buio della stanza, fantasmi che attivano ancestrali paure e fantasmagoriche emozioni;
solo dopo il sesto anno di età cominciamo a collocare i sogni “dentro la testa” e
prendiamo consapevolezza che hanno a che fare con la nostra attività mentale, con la sfera
del nostro privato. Forse è proprio la memoria di questa percezione-rappresentazione
‘esterna’ del sogno che spiega lo stupore e la fascinazione ‘infantile’ che ancora oggi ci prende
all’interno di una sala buia sul cui fondo danzano storie e ‘fantasmatiche’
rappresentazioni di corpi. Finiamo insomma, all’interno di un cinema, per
ritrovarci in quella condizione di soglia, di realtà sospesa, di ‘credulità’ innocente
con la quale accettavamo le avvenienze dei sogni come finestre o porte su altri mondi. Non a
caso, a mio avviso, J. Allan Hobson e Hellmut Whol nel loro volume Dagli angeli
ai neuroni: l’arte e la nuova scienza dei sogni, nell’intrecciare i fili di connessione
tra l’arte cinematografica e le problematiche oniriche, segnalano
la rilevanza dell’opera di Ingmar Bergman. Il film preso in esame è Il posto delle fragole,
dove grazie alla tecnica del flashback, il protagonista sovrappone, nella drammatica
incoerenza propria dei sogni, frammenti della propria infanzia a distorsioni spazio
temporali che prefigurano lo scenario di una disperata solitudine prossima alla morte: come a
dire lo sguardo di un bambino che persiste nel corpo di un vecchio.
Centro di Ateneo per la Comunicazione e l’Innovazione Organizzativa Università degli Studi di
Napoli Federico II
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COME ALLA CORTE DI FEDERICO II
Dagli angeli ai neuroni: l’arte e la scienza dei sogni
E’ il classico esempio di un cinema che si fa occhio della mente, che
consapevolmente allestisce uno scenario nel quale la realtà quotidiana fa i conti con
l’oscuro territorio dell’inconscio, deposito dei desideri e delle pulsioni non espresse. Il
cinema in questo caso allude, più che al sogno, alla sua narrazione, alla funzione,
cara a Freud, di portare verso i gradi della consapevolezza e di un equilibrio possibile i
frammenti dell’io. Ma dove, a mio parere, Bergman esemplifica, con un impatto visivo
memorabile, la disponibilità infantile a percepire i sogni come uno scenario
indistinguibile dal quotidiano è nel film Fanny e Alexander.
Centro di Ateneo per la Comunicazione e l’Innovazione Organizzativa Università degli Studi di
Napoli Federico II
In quest’opera Bergman dimostra, con forza, come il cinema possa restituirci lo sguardo
incantato dell’infanzia. La sequenza che qui vale la pena di segnalare è quella nella
quale lo zio “fanciullone” dei due bambini protagonisti mette in funzione, al buio della loro
cameretta, una lanterna magica: l’incanto di immagini fiorite, fate, paesaggi fiabeschi
inonda gli occhi dei protagonisti, le pareti della loro camera divengono membrane porose
che assorbono e rifrangono visioni d’altri mondi. E’ il cinema nella sua semplicità
istitutiva di luce, buio colore, movimento, in uno con il dono infantile di sospendere e
alleggerire il peso della percezione del vero. In questa chiave inviterei a rileggere
l’autobiografia del regista svedese che nel titolo richiama la sequenza descritta.
Potrei chiudere queste brevi considerazioni con una riflessione intorno al titolo
del volume di Hobson e Whol: se è vero che la nuova scienza dei sogni ci dimostra
che le immagini oniriche sono prodotte dall’attività elettrochimica dei neuroni, il cinema
e le altre arti della rappresentazione, soprattutto quando queste
richiamano quella parte di noi che possiamo chiamare ‘bambino’, ci restituiscono la
capacità ‘angelica’ di avvertire il sogno come fabbrica dell’invisibile, del non
materiale, del divino infine.
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