Notturno urbano (didascalia d’una visione)

Notturno urbano. Lontane sirene e scalpiccio, ombre in baluginio. Umori d’acqua, sgocciolio. Un qualche vapore che sa di nebbia. Intermittenza di lampioni. Qualche puttana in dondolio d’offerta. Qualche pausa, qualche fretta. Il notturno è per figure perse, maschere svagate per incontri fugaci. Un cantiere abbandonato è cattedrale spettrale, ferita d’asfalto. Sparuto è il verde e, nell’oscuro, trae da lui un imprevisto disperato cinguettio…sarà di fame o freddo, mentre di passi risuona un ticchettio. Notturno urbano. Dorme in abbandono la fontana sotto il faro di uno strano luccichio, paziente trattiene la lordura che galleggia. nel silenzio tutta la vita si spegne e lampeggia. Questo notturno d’ogni viandante è la reggia E sola va, regale, l’ultima ombra fugace…tratteggia le linee diafane e sfuggenti che distinguono il bene dal male.

 

 

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Viaggio in opera (C.B.)

Ridipingo visioni e mi ci immergo

flussi di respiro fanno teatro

e si galleggia nell’inerzia del bello.

E ti racconto, e ti rivedo angelo ribelle

vibrazioni barocche sulla tua pelle.

Tu voli, voli e cadi e ti sfracelli

ma ti rialzi, immateriale e carnale,

corpo altro per altro, macchina bestiale.

Ti dico che la tua voce si vede,

mentre ogni tua immagine si sente.

“Da un dentro a un altro dentro” dicevi,

e il pulviscolo della tua opera in colore

graffia e segna nuovo sogno d’ardore.

Un giorno…per puro caso…

Potrei un giorno,

per puro gioioso caso incontrarti.

Ti direi: “Buon giorno,

mi pare di conoscerla!”

Oh potrai sorprenderti o sorriderne, non so,

Se di tanto saremo mutati,

potresti persino rispondermi:

“Signore, vi sbagliate”.

Ed io: “Può darsi…è che nel vederla

ho dato volto a un’emozione”

E tu: “Il passato fa brutti scherzi,

si insinua nel presente

ed è con lo stato delle cose attuali irriverente”.

“Vero”, direi, “ma non fa niente,

son quello che sono, ora, qui presente”

“Che senso ha, se non abbiamo da dirci niente?”

Così tu diresti, con un sorriso amaro,

forse con un piccolo rimorso baro

e andresti via con un “ciao” per altra via.

Ed io che so che fosti mia

seguirei, con lo sguardo, la tua cara postura

memore di quando mi fu compagna quell’andatura.

L’impercettibile soglia di Van Gogh.

Fioche luci in sfavillio lontano

come vorrei che tu mi prendessi per mano.

E mentre non so dove andiamo

la notte in alba fiorisce in richiamo.

Come sa di languore

questo precario bagliore,

questo avvenire di tiepidi colori

che dipinge il dire che ti innamori.

E’ l’impercettibile soglia di Van Gogh,

quel notturno tra stelle urbane

che trafigge la cornice quale cosmo immane.

E noi fermi nel tempo, nella notte che fugge,

figli d’aurora… è una memoria che punge.

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.

S’annida…

Scandaloso è il mio sogno d’ardore,

un notturno film di bizzarro amore,

oh, ti prego, non la chiamare ossessione,

chiamala, se vuoi, persistente erosione.

Come acqua su roccia nei secoli

il tempo leviga la rossa del desiderio durezza,

ma non fa che renderla lucida, diamantina gentilezza.

E allora non l’affido all’inutile fluire

ad un banale, ovvio ciclo del rinverdire,

l’affido, invece,

alla pratica silente dell’oscura materia resiliente.

S’annida, questo grumo di piacere,

nell’onda onirica del mio sospeso volere,

spira inesorabile d’allaccio,

gioco estremo, potente…e qui mi taccio.