Tic Toc…Tic Toc…Tic…Toc…

E conterò i giorni, le ore, i minuti e i secondi,

tutti i frammenti di intermezzo del tempo.

E danzerò tra le rondelle impazzite rotanti

ossessionate nel produrre inesorabili tic toc.

Tic Toc…tic toc…tic toc…tic toc…

Si, si! Ruota pure in senso orario

le tue punte di lancia che incidono ferite

e tu ci provi beffardo per frazioni infinite.

Ma sappi, Kronos famelico, saprò sottrarti si

sottrarti i miei di carne brandelli

contro la tua furia invocherò altri fratelli.

Zenone di infinitesima divisione espansa,

Hegel ed Escher

di spirale in spirale avvolgente ansa per ansa.

Ti sottrarrò l’illusione del rettilineo andare

con zio Fritz e l’eterno ritorno dell’eguale.

E se nel gioco s’aprirà l’abisso del Nulla

rinascerò nuovo in altra zona che mi trastulla.

Dei poeti, degli artisti e dell’Oltre…

Può l’arte e, in questo caso, la poesia far luce in questo oltre oscuro? Può il rinnegato Platone riapparire, nella sua componente orfica, nel somnium lirico dell’argonauta nietzschiano? La “buona volontà dell’apparenza” (così è definita l’arte ne la Gaia scienza) può “riposarci dal peso di noi stessi” dal peso di quell’ “eterno ritorno” che ossessiona il ciclo dell’esistenza? Qui Nietzsche sembra cogliere l’aura che di lì a poco si respirerà nella stagione delle avanguardie artistiche del primo Novecento, quell’onda lunga che va da jarry a Bretòn passando per Artaud Picasso e gli altri. Ecco; credo di poter dire che si possa portare l’attenzione sul mistero, tutt’altro che sciolto, dell’origine dell’atto creativo, quella zona del concepimento che non è ancora opera compiuta, ma che ne regala, potente, la visione. Materiale di riflessione caro ai dadaisti e ai surrealisti e al loro concetto di “Scrittura automatica”, un concetto ripreso dallo stesso Carmelo Bene allorquando sottolinea più volte: “Io non dico, vengo detto” o, ancora, Luca Ronconi che in un’intervista a Dacia Maraini sottolinea quanto sia rilevante per lui il momento della visione prima, del concepimento, tanto da farne la sua ossessione negli allestimenti che, più che apparire opere compiute, appaiono quasi strati di visioni intermittenti. Mi si concedano le citazioni d’ambito teatrale (tra l’altro figlie del mio lavoro I teatri/libro. Ronconi, Vasilicò, Bene. Esperienze di percezione tra corpi in pagina e corpi in scena, Aracne, Roma 2010) ma, credo, che tanto il teatro quanto l’arte figurativa (penso a Van Gogh e al suo delirio di insoddisfazione tra la visione concepita e l’opera) possano darci, non dico risposte, ma di certo sentieri di indagine sull’Oltre meno ovvi dell’assai consumata strada del tradizionale pensiero filosofico. Del resto anche Emanuele Severino nel suo In viaggio con Leopardi: La partita sul destino dell’uomo coniuga fortemente i temi cari alla ricerca dell’Essere all’atto poetico, alla sensibilità dolorosa e affascinante verso un Infinito inconoscibile. Lo stesso Gramsci, non certo preso da un insospettabile prurito metafisico, ne I quaderni…si chiede perché mai Dante sia Dante e il coetaneo Forese o altri poeti coevi non sfiorino assolutamente la sua unicità. Che forse i poeti, gli artisti “unici” vivono l’illuminazione proveniente da un territorio sconosciuto? Sono queste domande una vera sfida alle soglie di un confine tra il percepito e il percepibile, tra il visibile e l’invisibile, un confine che, sin dai suoi esordi su questo pianeta, l’uomo ha voluto rivestire di sacro nei suoi rituali con la pervicacia davvero misteriosa di voler ripresentare in forme e immagini, in danze e canti, il senso “panico” che questa soglia procura. L’anima senza confini di Eraclito o la divina immanenza bruniana costituiscono l’aura cui gli artisti capaci di farlo accedono all’atto del concepimento? E’ in questa regione che risiedono le Muse di cui parla Platone nello Ione, 55?

Monade senza finestra.

Immersi siamo in melassa spazio/temporale,

indistinguibile magma, coacervo di bene e male.

memoria intima, memoria delle genti

oh, dei secoli e dell’attimo siamo esposti ai venti.

Tra il sacro e il profano s’accendono le menti.

Nell’essere uno e i molti tu ti annienti.

Forse pur’anche il mistero d’amore

sta tutto nel riconoscere un antico odore,

per millenni e nei millenni insegui lo stesso sapore.

Ahimè è perdita devastante uscire da questo cerchio infinito.

Solitudine di monade senza finestra

quale fiore d’orgoglio , generosa ginestra,

resisti nel fuoco rappreso di una solitudine funesta.

Ecco il canto nasce da questa brusca disfunzione

l’eiezione di te in un nulla che sa d’estrema unzione.