Mille, le mille e mille luci.

Mille, le mille e mille luci in mezzo al mare.

Vocio di bimbi gattoni a saltellare…

Maria ama Lino per sempre nel duemiladiciotto

Lino ama Maria anche sotto il giubbotto.

Lì tra gli scogli vedi furtive ombre sciamare,

son cavalli marini o coppie a scopare?

Agita il suo tremore la mia cagnolina

forse, tra le onde,

vide l’ombra dolce della madre canina.

Rido d’occhi, di pace sorpreso…

sotto l’impudica salvavita mascherina.

Fottiamoci (e riflettiamo)

Oh poveri noi cristi

chiusi in casa oscuri e tristi.

Ma fottiamoci tra le quattro mura

e piangiamo per chi davvero è dura.

Oh, lo vidi il mondo coi miei occhi

scie di morte e fame

d’ogni vespero ai rintocchi…

Noi che salviamo la crapula al mercato

ignoriamo chi il pasto salta da che è nato.

“ohhh, rivoglio i miei giardini”

sguazzano piedini nudi in fangosi acquitrini.

“Ohhh, voglio andare al mare!”

Fa attenzione…

a non sfiorare di un cadavere il galleggiare.

Oh se si intendesse

siamo tutti chiusi in questa stanza di mondo

chi muore e chi vive

del pianeta nell’eterno girotondo.

Non di virus puzza questa sfera impazzita,

ma della fetida pigrizia d’una umanità svampita.

“Oh, restate a casa!”

dice il rockettaro coglione…

Eco gli fa l’attrice col labbrone…

Questa è scostumata invadenza…

Almeno tra baracche e favelas

di voi non sanno e possono far senza.

Sona l’ambulanza e nun fa canzone.

Tu vulisse cantà sulo na cosa sonora

comme na’ musica ca saglie dinto ‘a controra…

ma è nu stagno d’angoscia

calmo e’ na morte silente

e nun c’è onda, né sciacquio e’ vibrazione

sulo nu suono lungo ca nun fa canzone.

E ‘a sirena chiagne dinto ‘a nuttata

e tu dice s”a purtato a n’ato…

Te saccio o nun te saccio povera creatura,

pe’ tte chiagno e nun canto

sta storia e’ morte è troppa dura.

Vinceremo.

Oh ci confina in noi

questa guerra all’invisibile.

Difendiamo vite già spese

con l’orgoglio

del vissuto di mille imprese.

Si, vinceremo imparando

l’astuzia della vita rantolando

nella pastura

d’un brutto scherzo della natura.

Si, vinceremo

affidando alla parola senza abbraccio

l’essenza vera di un cosmico allaccio

Si, vinceremo

piangendo ogni vita  perduta,

di gente nostra o sconosciuta.

Vinceremo

la solitudine che in noi dimora

pensando all’altro di ora in ora.

Solidarietà social(e)

Vorrei dettare, in prosa, un pensiero,

ma il verso spinge e si impone, fiero.

E allora canto  alla comunità sofferente

di tutta la gente in questo mondo cadente.

Canto ai cuori che si sfiorano a distanza,

occhi e sensi,

intenti a sostenere l’altro di stanza in stanza.

E canto a te, elettronica magia,

insieme di spiriti in volo radente,

legame d’amore sorprendente,

tra palpiti e respiri di sconosciuta gente.

Memoria d’una apocalisse.

Siamo più di mille tra la battigia e le onde,

mentre il sole tramonta, disco immenso e rovente…

siamo più di mille io e la mia gente…

non c’è scampo alla rovina…

per me e la mia gente la fine s’avvicina.

Officiammo al tempio l’ultimo rito

per affidare al mare il nostro grido…

Ed il grido si fa ora canto di memoria

che affida al tempo la nostra storia…

Fummo, noi, popolo uno e potente,

connessi noi mente per mente

e presto saremo una marea assente.

Ecco eleviamo ora il canto disperato del morente

affidando ai corpi muti del nostri lari

gli ultimi pensieri cari.

Costruimmo città ardite,

guglie e volte infinite

fatte polvere al calore

di questo sole che ora muore…

Inevitabile resa.

Un giorno attraverseremo il deserto cantando.

Saremo centinaia di migliaia prosciugati d’arsura,

popoli misti, un’unica specie sotto raggi di calura.

Non sarà Babele ci intenderemo in unica paura.

Sarà un canto di pianto e d’addio, rassegnato, potente.

Punteremo al Nord pregando il sole inclemente.

E nella lunga notte poseremo i corpi spossati

maledicendo la fine alla quale siamo nati.

E negli occhi spauriti indagheremo ultime luci d’amore

troppo tardi scopriremo che v’alligna solo terrore.

Abbracceremo, allora, il vicino in spasmodica presa,

un atto di pietà che addolcisca l’inevitabile resa.

La spiaggia delle Monachelle.

Tra quelle antiche mura,

in riva al mare…

sapore di vite amare…

Era lì l’ostello dei bimbi dispersi

a ridosso

la spiaggia delle Monachelle…

S’odono ancora risa tristi e belle

tra i rovi e l’onde sotto le stelle.

Un cane zoppo nero e vivace

detta il ritmo di quella pace…

mentre incontro mi sorride

un africano gentile che lì non stride.

“Qui dormiamo al riparo d’antiche mura

ed intorno con amore c’è chi ci cura”.

Ciro l’anarchico,

nel rosso bagliore, dove batte il mare,

a te dedico il canto, al tuo “Comitato popolare”,

che, tra musica e canti, fonda la gioia del dare.

Tra solitudine e confusione.

Dio, a volte penso, quante vite!

Ondeggia nell’umbratile sera

cuore di ragazza con bambino,

dall’altro lato, bassorilievo,

lungo il muro un vecchio a capo chino.

Starnazza una turista in lingua celtica

l’accompagna dinoccolato lui che è una pertica.

Nell’antico budello romano

nessuno, sia coppia o bimbo, si tiene per mano.

Dio quante vite, a volte penso,

filamenti di solitudine nello scalpiccio denso

mentre mi sorprende qualche sguardo sgomento

“A che mi guardi? Di che ti faccio attento?”

Cerco, viandanti, una traccia di connessione,

qui, nel cunicolo urbano,

nei nostri volti spenti, tra solitudine e confusione