A ché cantare…?

A ché cantare questo sdrucito

impervio tessuto stracciato?

Strappargli una perduta linfa

in nascosto sedimento abbandonato?

A ché t’affanni, poeta?

Finisci solo per far danni.

E son anni e anni snocciolati decenni

che attraversi questo deserto

tra cemento

crepe ed erbe sempre più desuete.

A ché imbellettare queste strade consuete?

Lascia che le tue rime suonino macerie

di stolide carni in respiro breve

Come stona quel tuo violino di nostalgia struggente,

quella paccottiglia di parole intime su questo niente.

Ripeti, di contro, violento,

il raglio sordo e cupo dell’asino che raglia al vento

chiuso nella pelle ruvida di fatica e tormento.

Questa è la chiave dell’umano sgomento

e sarà, forse, allora che poesia si farà

impossibile e pia…

nel dettare, vera, del mondo lo scontento.