Seid

Il suicidio è un dannato mistero,

piccola anima di un bambino nero.

Non hai scontato il resto di tua vita

come se ogni sorpresa per te fosse finita.

Ora sei nella regione del silenzio

dove suona il cuore gonfio di dolore

dei tuoi cari…

e si chiedono, poveri, dove sono i tuoi occhi

ridenti e rari.

Bambino nero troppo adulto fu il tuo cammino,

consumato in fretta,

oh che tu abbia un angelo, ora, vicino.

Antonietta l’idolo e il Grande David (Frammento dal romanzo “Mnemosyne)

Antonietta beccò l’oggetto mentre esaminava lo stato di salute dei broccoletti nel piccolo orto messo in opera a ridosso del tempietto ai piedi dell’acropoli di Cuma. Ignorava, naturalmente, Antonietta la divinità cui la piccola costruzione era dedicata; dovevano averla ignorata, del resto, o, quantomeno, rimosso anche gli esperti della soprintendenza visto lo stato di abbandono in cui versava quella permanenza archeologica.

La donna aveva favorito quella “dimenticanza” evitando, accuratamente, di estirpare l’intreccio di sterpaglie, rovi ed erbacce che, di fatto, avevano reso il luogo inaccessibile.

Antonietta era fiera di quel piccolo orto; per lei era assurto a simbolo di una significativa vittoria nei confronti del marito, timoroso di infastidire le autorità che gli avevano concesso l’uso d’una abitazione in tufo all’interno degli scavi ed una saltuaria guardiania arricchita dalle mance di studiosi improvvisati e turisti.

Gaetano De Simone era un uomo assai piccolo di statura, dall’occhio vivace, ma un po’ acquoso proprio di chi ama la libagione bacchica; Antonietta, dal canto suo, era una sorta di virago, scassata rimanenza di una bellezza mediterranea sfiorita assai presto. Il brav’uomo s’era lasciato convincere quando ‘Ntunetta gli aveva incontrovertibilmente dimostrato la totale esclusione del tempietto dal percorso degli scavi. L’occupazione era poi stata completata, di comune accordo, con una invalicabile recinzione abusiva.  

Antonietta, come era suo costume per le novità che non aveva del tutto verificato, tenne all’oscuro Gaetano a proposito dello strano ritrovamento avvenuto, in condizioni inquietanti, ai piedi dell’antica ara del tempio.   Era accaduto all’imbrunire mentre la donna stava controllando, ad una ad una, le foglie delle sue insalate. Dalla natura incolta che avvolgeva la struttura sacra era giunto come una sorta di sibilo, un piccolo vento che dall’interno s’era messo ad agitare le erbe e i rampicanti, s’era infilato oltre i rovi colpendo freddo ed inatteso il volto segnato di Antonietta chino sulle verdure. Per quella donna la paura si trasformava, sempre, in una sfida. Armata solo delle sue mani toste, si fece strada in quella giungla domestica ed entrò oltre il pronao, nella saletta centrale e, lì, nel controluce del tramonto che sembrava avere bagliori più intensi vide la cosa. Non si perse d’animo, avvolse l’idolo in un vecchio straccio che adoperava come grembiule e gelosamente lo nascose in un angolo del capanno degli attrezzi. Alle prime luci dell’alba, lei, la prima ad alzarsi, l’avrebbe studiato più attentamente ed avrebbe riflettuto su cosa farne e, soprattutto, su cosa ricavarne.

***

  Il mago di Torre Annunziata, Il Grande David, come amava farsi chiamare, spiritò gli occhi più che poté fissando la reliquia che si ergeva al centro del tavolino di finto mogano. Di fronte a lui, stravolta al limite della crisi, Antonietta. Il rosso e il nero dominavano quell’ambiente bizzarramente illuminato dal basso, vibrazioni new age un po’ casarecce erano diffuse da piccoli gracchianti altoparlanti recuperati da David, in uno con l’impianto, in una grandiosa svendita nella vicina Castellamare.

La stanza della cerimonia era allestita all’interno di un vecchio palazzo abusivo, a ridosso della infrequentabile spiaggia di Torre. L’esterno del fabbricato manifestava segni evidenti di dissesto, ma appena vi si accedeva, un improvviso quanto improbabile sfarzo accecava di illusione l’avventore di turno. Un combinato effetto di lumini e neon azzurrognoli conferivano alla scala d’accesso il dovuto alone di mistero a buon mercato. Sta di fatto che Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva rilevato l’uso dell’edificio da una coppia di zingari, che l’occupava abusivamente con suppellettili e annessi per la somma di tre milioni di lire. Poi pennelli, colori e stoffe del mercato di Resina avevano fornito la materia della ristrutturazione “magica”, compresa la scritta fluorescente che appariva all’ingresso della sala, in cima alle scale del “mistero”

Il GRANDE DAVID. ESORCISMI E FATTURE BENIGNE.

David/Peppino, avvolto in un gran manto nero tutto intarsiato di strisce d’oro lungo i bordi, con tanto di cappuccio che incorniciava il volto sapientemente impallidito, tanto da rendere indefinibile l’età, alzò lo sguardo intenso verso Antonietta e prese ad armeggiare scongiuri in una lingua che lui affermava essere aramaico, poi, di colpo, afferrò la donna per i polsi e prese ad inveire:

Tu, donna, confessa il commercio con il male. Perché chiami Volto Santo questo demone cornuto? Tu dici di aver visto il Salvatore nelle fiamme dell’inferno. Io scaccerò da te il demone che ti ha condotto alla bestemmia! Kirie, Kirie! Tocca, ora! …Tocca! … E rinnega l’idolo!

-Urlò, Ntunetta, disperata, cercando di liberarsi, sapeva che toccando l’oggetto sarebbe accaduto di nuovo.

Tocca, donna! Non temere, tocca!

Con uno strattone il Grande David impose le mani sgranate di Antonietta sull’idolo. Spasmi e tremore diffuso.

Ecco, vedi, la fattura è scomparsa…rilassati donna, ti darò l’alone protettivo…

Profondo il turbinio incandescente prese a salire in vortice, Antonietta lo riconobbe, ma non riuscì a staccare le mani dall’oggetto.

La mia forza è su di te– millantava David. –

 Antonietta prese ad urlare per il gran fuoco dentro. A quell’urlo il mago ridivenne il povero Peppino Rovina ed impallidì per davvero. Non aveva mai udito quella che a lui parve la vera voce del demonio. Ora il male gli era di fronte con gli occhi di brace ed il rantolo selvaggio. Già. La povera Antonietta, nel cercare di sottrarsi all’abisso spazio/temporale, gli si era lanciata addosso, a cercare l’ultimo disperato sostegno…ma…

Il terremoto arrivò improvviso squarciando il pavimento della Sala e, dallo squarcio, le fiamme e un vortice che risucchiò l’intero edificio fin dalle fondamenta. Goffo, nel suo gran manto da cerimoniere, Peppino Rovina, in arte il Grande David, aveva tentato il suo primo, vero, eroico esorcismo incrociando gli avambracci in segno di croce, ma fu inghiottito con Antonietta, mentre intorno esplodeva l’inferno.

Un Elisio d’amore.

Oh mistero…mistero d’ogni fine,

se sia oscuro o luce, qual è il cammino?

Svanisce d’oblio ogni ombra o calco

o d’altra colpevole via si trova un varco?

Se dura e grave è consapevole esistenza,

si potrà sperare che nel poi ne faremo senza?

Perché non pensare a un Elisio d’amore

dove si congiunge, per sempre, nuovo,

quel che qui dannatamente troppo presto muore.