Un merlo…

Ero pronto a scrivere un messaggio dal pantano,

quando…

un merlo m’è apparso in salto a beccare…

come può quest’esserino mutare il mio stare?

Può se sai in sorpresa sobbalzare!

Oh quanto son fragili gli abissi dei nostri umori,

neri lievi e profondi come il manto del merlo,

sfumature in distrazione di natura…

Chissà? … Se fermi l’istante…

quest’esistenza alterna si fa meno dura.

Pelle di muschio selvaggio.

Ah, come difendere natura

da questo sapiens d’orribile fattura?

Scovare nei rari fiori di carne e sangue

inattesa bellezza…

Avvertirne d’altri cosmi la fattezza.

E dire poi…

Non è di questo mondo…

E correre insieme tra prati e boschi

emanando puri pensieri non loschi…

Memori quasi di un’età dell’oro

mentre tra ruscelli e rovi trovi ristoro.

Ninfe e satiri belli

un po’ arruffati, un po’ ribelli,

pelle di muschio selvaggio

odore ed effluvio

che alla natura non fa oltraggio.

Fronde verdi.

Chiamatemi fratello fronde verdi

che al meriggio in carezza

dolce e blanda mi donate brezza.

Non so dirvi perché, ma siete oltre confine

un intrico di luce

che segna un bordo senza fine…

ed io con voi mi sento vento sottile

un refolo di vita

che m’avvolge e non ha spine…

Vi vedo ora quasi danzare in lieve assenso

come a darmi

della fratellanza amoroso consenso…

Oh tu, ch’io voglio tu legga…

prendi con me

questa direzione e il suo senso.

Io so’ albero.

St’albere cumpagne d”a vista mia sulagna

mme tengo a carezza e’ st’anema speruta

me rialono culore brezza e vita infinita

albere so’ d”o silenzio e pace d’a via smarrita.

Chello ca canto nun è sulo n’affaccio

è nu viaggio perenne d’appartenenza e allaccio

si tu vuo’ chiammala Natura…

ma pe’ mme è d”o cosmo seme che dura…

Nun ce cride? Non ha importanza…

Pe’ mmo io so’ albero dinto a sta stanza.

Di Sole fulgore.

Vorrei cantare in colore

questo di Sole fulgore.

Dipingere immerso

nello sfavillio dei pigmenti di luce.

Io parte…

Cromatura di parole giocose nel vento

qui lì, altrove, lieve tra le fronde lievi

respiro io stesso in quel soffio…

Ah, natura, divina immanenza,

dammi la chiave di te appartenenza

come quando, da bimbo stupito,

assaporavo l’ebrezza di un prato fiorito.

E fa ch’io muoia

in questa rifrazione di immenso

in un viaggio d’altrove…

d’altre promesse e colori denso.

Nel semplice miracolo.

Ahi…ahi…questa terra in disuso

ci manda segnali del nostro abuso.

Eppure noi siamo bellezza e dannazione

di questo dono quasi unico tra le galassie.

Bellezza e parte d’essa,

dannazione d’oblio della terra promessa.

Ho posto in cura oggi i miei fiori,

e decine d’api e insetti ne annusavano i colori.

E’ in questo scambio tra amorose creature

che s’annida il mistero delle nostre nature.

Mi commuove.

Oh si potesse respirare l’aura del comune sentire,

nel semplice miracolo d’ogni mattino a venire.

 

E gira…

E gira, gira, gira terra astronave,

ti porti  addosso le montagne e il mare,

gira in ritmo costante nel vuoto a vuoto

e con te trasporti anime e corpi

e trasporti pure le carcasse di infiniti morti.

Danzi perenne, paradiso e cimitero,

viaggi intorno alla luce

in un viaggio che non conduce,

mentre tra i tuoi emisferi

nascono miliardi di pensieri,

orizzonti di invisibili buchi neri,

sogni, epoche e memorie…

d’altri mondi , infinite scorie.

E piove…

E piove…

Nel tintinnio notturno

vibra d’acqua la foglia amica.

Oh, non è il tuo tremore di freddo,

ma vibrato gentile d’accoglienza:

“Io ti bevo e di te non posso far senza”.

Vedo il tuo inchino,

un abbraccio al vento che sa di divino.

Noi, creature d’acqua e di terra,

respiriamo pensieri nel pianeta serra,

mortali e fragili sempre in guerra.

La foglia no.

Danza la gioia delle sue radici

ed oscillando fa i miei occhi felici.