Figlio della greve e del cielo stellato.

Sai perché t’osservo, volta celeste?

So che mi sei culla

e mi prende la nostalgia del ritorno.

Fui un tempo spora nel cosmo

e vagavo senza meta,

un’infinitesima particella inquieta.

Scintilla era la vita

e di conoscenza infinita…

In meteora caddi e feci copula col pianeta.

Eccomi ora

figlio della greve e del cielo stellato

e quando scadrà il tempo che mi è dato

tornerò a pulsare

nel profondo di luce da cui son nato.

Fuori tempo.

Io lo so.

La mia è una voce che vibra fuori tempo.

Sarà quel provenire dal profondo,

zona d’abisso d’altro infinito mondo.

Troppi vissuti suonano in lontananza

e s’affollano nel cuore senza speranza.

Nicchie di vita sussurrano la via tradita

ed io cedo in melodia alla vigliacca nostalgia.

Canto, allora, la via dispari del disperso

gli anfratti aritmici del tempo perso.

Dove onda porta…

E stare dove ora sei tu.

Null’altro più.

Sai quei silenzi alla battigia

di luce estesa

sotto una coltre grigia

e lo sguardo tra te e il mare

in lento oscillare, alternare.

E stare dove voglio stare,

dove non ha senso ed è inutile parlare

e, forse, lasciare al respiro

l’avvertenza di tenerti a tiro.

E sognare…

Sognare d’essere su una nave alla deriva

dove onda porta

fin dove il nostro desiderio arriva.

 

Autumn leaves di Miles Davis.

S’accende struggente la tromba

l’angelo Miles danza le note in canto

et voilà les feulles mort…

eco di nostalgia in memoria d’incanto.

Il piano in contrappunto

disegna dita che, frenetiche,

stringono le foglie cadenti,

mentre il fruscio della percussione

segna la battigia

che cancella le impronte.

Oh, i versi di Jacques io mi rammento

e li recito, in viaggio,

mentre il tuo respiro accanto sento.