Solo due versi.

In un ansa d’ansia solo due versi,

solo due versi, pensieri perversi.

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Lontano dalla gente…

Un tempo avrei chiesto il silenzio,

ora vorrei vocio, sorrisi gioiosi respiri.

Sai quello sciamare di gente

che non s’occupa di niente

magari solo di guardare il tramonto

sul lungomare nel tramestio dei cicli

un gioco vivo e piccolo di tempo sospeso.

Perché io, ora, il silenzio lo vivo come peso?

Forse perché cattivo di un tempo teso,

teso nel maledetto far niente

lontano…

dal lungomare, dal vocio, dalla gente.

 

Frammenti sonori.

Me ne andavo per le valli

ad inseguire il silenzio,

mi sedevo, poi su un sasso

per non produrre scalpiccio.

E s’acquietava anche il vento,

complice del nulla in avvento.

Ed a quel nulla diedi il nome,

valle per valle…

dell’infinito, dell’eco e del silenzio

tracce onomastiche

del mio sentiero di iniziato.

Sapevo che era il cammino,

impervia via verso soglie d’accesso.

E ne scrivevo, languido e smarrito,

in frammenti sonori,

che mi porto addosso, ancora adesso.

Non sa di niente.

Vorrei poterti dire che sto bene,

che il tempo è mio

e che lo uso come conviene…

Vorrei narrarti della gioia che provo

ogni qual volta il mio passo rinnovo.

Vorrei…

Ma mentire in versi è cosa buffa

il vero mi segna e con la parola s’azzuffa.

Ed il vero sa di greve malia

sa di una vita che non sento mia

ed anche il tempo di queste righe sa di furto

esposto com’è della pazzia all’onda d’urto.

Perciò ti dico: tu che leggi, sappi goderne

che è cosa rara

possedere il tempo e il respiro averne.

Godere, ad esempio, dell’orizzonte

finché il sole non si spegne tra il mare e il monte

o inseguire un suono o un ritmo battente

e carpirne l’origine con fare suadente.

Io non posso che affidarmi

all’interstizio di un puro accidente

e pure quando accade,

ti assicuro, non sa di niente.

 

Amo.

Amo, nei segni del dolore, il tuo viso pulito,

amo, anche, il tempo baro che lo ha reso indefinito.

Amo il fondo dei tuoi occhi velati di tristezza

nell’immersione fluida di un sogno infranto in vaghezza.

Amo questa malinconia d’assenza

che pesca tra i brandelli carnali della tua presenza.

Amo questo scrivere indarno

nel fiore di un ricordo lungo l’Arno.

Amo, anche, del mio dire la tua stizza

che quest’amore ti fa avvertire come un’ossessa bizza.

Amo, amica, il tutt’intorno

del pensiero continuo di te di cui m’adorno.