Eppure viaggerò…

Eppure viaggerò…

Io passeggero di questo pianeta rotante

che ad ogni tramonto

avverto la trottola viandante.

E m’affaccio, ora, al comparire della luna,

affascinato tra i crateri e la bianca duna.

Eppure viaggerò…

Fa esperienza il mio occhio di Vespero lucente

luce d’annuncio tremula è il pianeta ardente.

Piccola particella, del cosmo invaghita,

si fa salvezza del viaggio la vaghezza infinita.

Sguardi furtivi.

S’io sperimento il battito di ciglia

mi si fa avvertenza d’altro

e traslucido,

nel lacrimare di membrana,

si incunea

lo sguardo in realtà ultramondana.

E’ come simulare, nel mio occhio,

un piccolo, privato tramonto…

un vigile dormiveglia d’oltre orizzonte.

E mi si fan care le penombre,

diafani lemuri dei miei giochi creativi

intersezione d’antichi neuroni

che danzano

in uno coi miei sguardi furtivi.

Oh, tu che leggi, accompagnami

nelle notti e i giorni d’andamento incerto

tra i colori, oltre la soglia di questo deserto.

Tutto era fermo.

Vidi nascere l’aurora che era tempo uggioso.

Un timido freddo

tratteneva lento l’esordio del giorno…

quasi cinguettii di richiamo al risveglio.

Tutto era fermo…

Partecipai, di incanto, alla genesi del tempo

quell’incerto esordire dell’ordine dopo il Kaos.

Oh, non la figuro, quest’esperienza, fu vera,

nella solitudine del mio vagare insonne

a spezzare l’ordito dell’alternarsi sonno/veglia,

quando pur’anche e come sempre…

mi spingo al liminare percettivo degli eventi.

Forse è per questo che, nel mio esausto declino,

non mi sorprenderai mai con gli occhi spenti.

Questo finire.

Dipinge striature di rosso

in cornice

tra il fogliame denso…

Buca il grigio l’ultimo Sole.

Ah, questo sguardo ferito di bellezza

torna ad osservare, basito, lo svanire.

Languido di ebrezza è questo finire,

costume ritornante tra il giorno e la notte,

miracolo di rotazione in viaggio…

ma è sempre vita nuova

che sorprende, luminoso, l’ultimo raggio.

Tralùcere.

A che seguire d’altre stagioni

i perduti colori?

Sbiadito è il senso

ed evanescenti gli ardori.

Duro è l’inganno della luce distante,

quel bagliore che viaggia in anni luce,

di già spento…

che mi illude, che ci illude

e che, falso agli occhi, di notte tralùce.

Ed è così che si viaggia

verso una diafana assenza

ed a quel che è scomparso,

la mente vaga, vezzeggia e dà presenza.

Infiniti domani e pallidi ieri.

Ah, l’ossessione…

del continuo mutar del sembiante!

Ogni magnificenza in materia

si fa diruta e incolta…

fabbriche e torri di genio

friabili scadono tra erbacce e macerie.

Solo la natura…

costante la sua morte rinnova,

solo la fabbrica…

di noi, degrada e nuova vita non scova.

O forse, nel ciclo dell’eterno ritorno

c’è il mistero oscuro d’un altro giorno?

Perdessimo, magari,

il grumo osceno della consapevolezza

d’essere particelle

rotanti nel cosmo avremmo ebrezza.

Spore portate, nei notturni ventosi,

per atmosfere ed altri cieli…

nell’espansione in vertigine

di infiniti domani e pallidi ieri.

Quell’angelo di silenzio…

Rossa è la rosa che si inchina al Sole,

ma il candore assorbono dense le campanule,

bocche aperte alla rugiada di luce.

Sono questi colori d’orgoglio che la vita ricuce.

Bianco s’apre l’istinto alla purezza

rosso dipinge sul verde la passione

azzurro di volta cupola accoglie.

Oh, misteriosa percezione di pigmenti

subbuglio in miracolo per i dormienti

sinfonia cromatica per le menti.

Ecco la punta d’asprezza dei limoni

ruvidi nel grumo giallo sui balconi.

E sul tappeto verde dell’erba grassa

cade l’occhio languido del bambino

quell’angelo di silenzio che ho qui, vicino.

 

 

Lieve messaggeria.

Oh, materia d’onde gravitazionali,

angeli neuroni nell’etere invio,

un dire espanso senza suono

che paziente attende una corteccia che li prende.

Nel respirare penso e il pensiero raddenso

grumo d’atomi feroce

al tuo mare vertiginosa foce.

Amica cara, non esperimento telepatia,

ma affido all’aria lieve messaggeria,

pregando le nuvole sparse,

di farsi condensa dell’anima mia.