Celestazzurro.

Lieve sa di tepore,

pelle di sole e di mare,

celestazzurro è il cielo,

pelle d’amore in disgelo.

Lievi increspature di vento,

alla vela di ogni viaggio in avvento,

disegnano flebili onde

cullanti l’occhio all’orizzonte.

E ti vedo…

Ti vedo attraverso la luce abbagliante,

proiezione carnale

del mio senso amante.

Annunci

Non vedo.

Dio mio, non vedo!

No, non sono cieco,

mi si è prosciugata

la percezione del bello.

D’altra cecità non sarei mai sazio

che il lacrimare ferito

d’appagante bellezza sarebbe giusto dazio.

Non vedo altro

che il confine di un muro

invalicabile, balordo e duro,

non è siepe,

non traslucida trasparenza

solo una superficie piatta d’esistenza.

Non commiserate questo sguardo spento

altrimenti mi incazzo…

e in altri versi giocoso mento.

La fine del possesso.

Sai, cara, ogni parola ti strappa una stilla di sangue

ecco che, scrivendo ci si svena, ma non  si sperde

la benigna trasfusione che sangue d’altri diviene.

Occupa, la parola, lo spazio che al corpo si sottrae

un pieno che al vuoto dà un senso,

rivolo vitale di transustanziazione nell’immenso.

Come in una carezza o in un amplesso,

quel che dai non è più tuo, è la fine del possesso.

Un luccicore che viaggia.

Dicono che le stelle che vediamo

potrebbero già esser svanite.

Un luccicore che viaggia,  disperso nel cosmo,

infinito pulviscolo di particelle

e forse chiamiamo false quelle facelle?

Quelle, proprio quelle, che ci argentano lo sguardo?

Illusione è di luce del sagittario il dardo?

Oh no, ciò che luccica non muore,

fosse pure ricordo di luminoso dolore.

Persiste e trafigge nell’intoccato vuoto

ciò che viaggia oltre il tempo e a cui tu resti devoto.

Grafemi d’allaccio infinito.

Ah, quante leghe e quanti anni

misurare bisogna a che l’amore si spenga?

V’è  misura solo se fu fatuo accidente,

un brillio di illusione che danzava su niente,

ma se vortice fu d’anima e carne passione,

non v’è distanza o assenza che tenga.

Ti basterà nominare l’amante

e ti si farà vivo nell’istante,

perché, sai, l’alchimia del sempre,

mistura di infinito, non galleggia nel tempo.

Oh di lacrime gli occhi riempio

mentre d’Eloisa ed Abelardo leggo,

prigionieri d’ostruzione e violenza

tracciarono grafemi d’allaccio infinito,

segni di un sempre

che non diverrà mai inchiostro sbiadito.

Di tua fragilità…

Oh diafana, quanto potente, creatura!

Seppur d’ombra permane il tuo segno

questo mio povero corpo se ne fa regno.

L’incarnato del tuo dire

richiama un mesto sorriso

soglia d’accesso al tuo caro viso.

Di tua fragilità mi prende la forza

pelle d’angelo ne è la scorza,

pelle pallida di velluto vibrante,

perdizione di tatto ai sensi

delle mie mani d’amante.