Scintille.

Mille, mille e mille

del mio bene scintille

folgorazioni che squarciano il buio

bombardamento di particelle luminose

che si deviano rutilanti

oltre l’acciaio d’ogni silenzio.

Oh, lo so, troveranno le mie scintille,

prima o poi, il modo di far faville.

Atomi d’ignea materia infinitesimale,

che s’agglomerano a deviare il male,

mi condurranno li giù, nel cosmo profondo

dove ebbe inizio l’avventura del mondo.

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Nel grigio.

Spenta e diafana è la luce nel grigio,

il muro racconta striature d’erosione,

quante mancanze richiama un’emozione.

Troppo greve il cielo per gestirla

questa gravità di cuore che nel petto si distilla,

non resta che la vacuità di sguardo nel respiro,

confuso nei contorni sfumato nel nulla il colore.

E tu sobbalzi nel pensiero carnale dominante

catena d’oro del tuo cuore amante

che pure luccica nel grigio abbacinante.

La musica del mare.

Sai, cara, mi manca la musica del mare

quel fruscio di battigia e ci si lascia andare.

Mi manca la complice brezza di prima estate

quel violino sottile di note rallentate…

Mi manca…

Mi manca il rullio sordo dei sensi sfiorati

ritmo di sinfonia di fiati estasiati

sono le note disegnate da conchiglie sparpagliate,

disseminate tra sabbia e sassi,

partitura composta in natura tra mani intrecciate.

Cosmica attrazione

Ho visto notturni di stelle

di mille e mille cieli facelle,

galassie vorticose, ultramondane,

pupille di donna di luccichio arcane.

In questa alterità di immenso,

ogni mio viaggio fu lungo e denso.

Oh, di cosmica attrazione

inesauribile energia di intenso,

è quello che chiamo amore,

istinto caldo del viaggiatore.

E domani…

E domani, domani, domani

scivola il tempo fratto tra le mani,

mentre il desiderio è scoria, cianfrusaglia

impigliato del tempo nella maglia.

M’è fermo il suono sordo del continuo,

beffarda serpe di un presente cui mi inchino

mi inchino stremato ad un mutare

un mutare che è un perenne stare

con il corpo che è una gabbia di cellule smarrite

tra le troppe vite, sfinite, non finite.

Terra sorella.

Quanto fa bello l’addore de sta terra

quanto fa bello l’addore d”a legna ca crepita

e ‘a rugiada a primma matina

comme si fosse nu canto dinto a sta nebbia fina.

I’ mme vulesse scetà ncoppa a muntagna mia

cu pateme bello ca mme spiega la magia,

la magia de sta terra sorella,

Irpinia, ‘o verde e ‘a notte de stelle.

E nun se ponne cuntà è compatto l’argiento,

e i’ conto e’ nuvole, ca s ‘e pporta ‘o viento.

Piccoli passi.

Mi lascio andare, a volte, a piccoli passi di pace,

li nutro nel silenzio di una sera dove tutto tace.

Ogni passo scandisce un pensiero bello,

un ritmo in vagare senza meta o  ostello.

E si mescola memoria con sorrisi fugaci

come un portar luce, nel buio, di dolci baci,

mentre gli occhi, commossi nel vuoto,

non puntano orizzonte,

ma solo l’andare intimo di un interno moto.