Guardo il cielo e le radici.

L’alto e il basso sono i segni di questa terra,

centrifuga e centripeta forza spinge e ci afferra.

Oh rido di gusto per chi si illude d’andare

in sereno percorso limpido e orizzontale.

Guardo il cielo e le radici,

sento il peso e il salto che mi spinge,

e grave è il corpo, come lieve è il balzo.

E se il mondo gira in tondo, su e giù,

nell’oscillazione di fuga e contrazione delle maree

perché mai il mio corpo grave dovrebbe sottrarsi

e non, come fa, volare in cielo e in profondo inabissarsi?

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E aspetto…

Quando i grigi si bagnano d’azzurro sul finire del giorno

e il ciclo del tempo segnala un altro passo di non ritorno

non mi resta che accettare questo lieve fluire nel vento

lasciando cadere quel che di spirito e materia più non addento.

E aspetto…

Aspetto che un’ansa inattesa mi deragli

dentro una luce di vertigine e d’abbagli.

Se di notte, una notte…

Se di notte, una notte…

quante flebili struggenti voci

d’anime carnali in sospiro…

ed io che vago miro

miro e ascolto si’ che vibrano in sussurro

nel rosso fuoco di un cupo notturno.

E mi nascono, inevitabili, carezze nel vento,

parole in disuso in un mondo muto,

ne vivo sperienza dolorosa e gioconda

mentre d’altri richiami il cuore si inonda.

Sogno d’estremo.

Mi si fa femmina il corpo,

nella languida attrazione di te, amica.

Mi si interseca, in introspezione e sembianza,

ogni tua cellula

ed epidermide mia di te si fa istanza.

E dell’incarnato tuo mi figuro e m’accarezzo

sogno d’estremo che alla distanza m’attrezzo.

Dona…

Dona, amica, al tuo corpo traiettorie

che ogni altra retina possa ferire.

Benedico quell’occhio che saprà vedere

i mondi evocati da ogni tua postura

e poi li stampi, a vita,

nel cuore di una camera oscura…

E ti dico, col cuore sincero e amico,

danza dentro ogni tua emozione d’avventura,

perché so che il tuo corpo, se comporrà figura,

del mio stampo antico porterà misura.