Imago.

Imago si insinua nella rete del mio vedere

si insinua nuda potente e fiera

di tra il fogliame di questa tenue sera.

Essa è dinamica come lo spirito di un viaggio

binari notturni e tanto tanto coraggio

è uno sferragliare distanze lontano dall’oltraggio.

L’antico treno dondola sonnolenze

sorrisi e brividi di intraprendenti partenze

e te ed io verso il Sud delle magniloquenze.

Imago cara, mnemonica persistenza,

il notturno che avanza me ne dà immanenza.

Inutile.

Come appare inutile questo vagare di pensiero,

il corpo va dove non tocca il vero.

Fragile e impervio è figurare in mente l’istante

non è pelle, non è carne, non è cuore amante.

E mi fa ridere

l’orgoglio del potere del pensiero

esangue e vacuo e solo il tatto è veritiero.

Sfiorami, ti sfioro…ed io vibro in vero

il resto è solo memore dolore…

al corpo e alla carne insincero.

Di Sole fulgore.

Vorrei cantare in colore

questo di Sole fulgore.

Dipingere immerso

nello sfavillio dei pigmenti di luce.

Io parte…

Cromatura di parole giocose nel vento

qui lì, altrove, lieve tra le fronde lievi

respiro io stesso in quel soffio…

Ah, natura, divina immanenza,

dammi la chiave di te appartenenza

come quando, da bimbo stupito,

assaporavo l’ebrezza di un prato fiorito.

E fa ch’io muoia

in questa rifrazione di immenso

in un viaggio d’altrove…

d’altre promesse e colori denso.

Eppure viaggerò…

Eppure viaggerò…

Io passeggero di questo pianeta rotante

che ad ogni tramonto

avverto la trottola viandante.

E m’affaccio, ora, al comparire della luna,

affascinato tra i crateri e la bianca duna.

Eppure viaggerò…

Fa esperienza il mio occhio di Vespero lucente

luce d’annuncio tremula è il pianeta ardente.

Piccola particella, del cosmo invaghita,

si fa salvezza del viaggio la vaghezza infinita.

Sguardi furtivi.

S’io sperimento il battito di ciglia

mi si fa avvertenza d’altro

e traslucido,

nel lacrimare di membrana,

si incunea

lo sguardo in realtà ultramondana.

E’ come simulare, nel mio occhio,

un piccolo, privato tramonto…

un vigile dormiveglia d’oltre orizzonte.

E mi si fan care le penombre,

diafani lemuri dei miei giochi creativi

intersezione d’antichi neuroni

che danzano

in uno coi miei sguardi furtivi.

Oh, tu che leggi, accompagnami

nelle notti e i giorni d’andamento incerto

tra i colori, oltre la soglia di questo deserto.

Tutto era fermo.

Vidi nascere l’aurora che era tempo uggioso.

Un timido freddo

tratteneva lento l’esordio del giorno…

quasi cinguettii di richiamo al risveglio.

Tutto era fermo…

Partecipai, di incanto, alla genesi del tempo

quell’incerto esordire dell’ordine dopo il Kaos.

Oh, non la figuro, quest’esperienza, fu vera,

nella solitudine del mio vagare insonne

a spezzare l’ordito dell’alternarsi sonno/veglia,

quando pur’anche e come sempre…

mi spingo al liminare percettivo degli eventi.

Forse è per questo che, nel mio esausto declino,

non mi sorprenderai mai con gli occhi spenti.

Questo finire.

Dipinge striature di rosso

in cornice

tra il fogliame denso…

Buca il grigio l’ultimo Sole.

Ah, questo sguardo ferito di bellezza

torna ad osservare, basito, lo svanire.

Languido di ebrezza è questo finire,

costume ritornante tra il giorno e la notte,

miracolo di rotazione in viaggio…

ma è sempre vita nuova

che sorprende, luminoso, l’ultimo raggio.