In una notte di portenti.

Vanno…vanno …vanno..

Le vedo le anime smunte

emergere dal profondo del mare…

avanzano, silenti, simigliando le onde

alle dune del deserto ventoso

e siccome poveri Cristi

vanno…camminando sulle acque.

Non è miracolo è memoria d’orrore.

La vedo quale folla in tormento

le loro voci le porta il vento.

Ascoltale anche tu mugghiare

mentre chiedono ai figli il perdono

perché a loro la vita non fu dono.

Oh potessero le voci straziate

tormentare i sogni dei potenti

invadendo d’odore d’alghe e putredine

le lenzuola d’olfatto fiorite

bagnandole del sangue fatto salsedine.

Oh certo, avverrà in una notte di portenti

e la notizia la porteranno, oscuri, i venti.

Una visione (dal mio romanzo in fieri “Mnemosyne”)

Sono io colei che vede? Quando il viaggio comincia, lo sento, mi perdo ed altra subentra…ed io lo so, lo avverto che è un altro tempo, un altro luogo ed una memoria che invade la mia sino all’oblio…Devo trascrivere ogni cosa o visione…solo così potrò dominare la vertigine e non smarrirmi per sempre in quell’altra…quell’altra Angela…

Ecco…lei “vede”…ed io non sono io…non sono io…non sono…

E dall’alto “vide” terre aride e mari di calore…e voragini di fuoco tra dense nuvole rosso cupo risucchiate da neri abissi in strapiombo…e l’urlo era inghiottito dal respiro affannato. Ecco la cupola dell’ultimo tempio, salvezza di memoria, regalo d’oblio, trasferimento oltre la soglia del dolore. Distanti le giungevano i canti…un ritmo in nenia assonante che la lasciò galleggiare quasi dormiente…e cadde…tra gli sterpi arsi d’una immensa radura…si rialzò e corse…corse…verso l’ultimo tempio…verso l’ultima nave…

Dei poeti, degli artisti e dell’Oltre…

Può l’arte e, in questo caso, la poesia far luce in questo oltre oscuro? Può il rinnegato Platone riapparire, nella sua componente orfica, nel somnium lirico dell’argonauta nietzschiano? La “buona volontà dell’apparenza” (così è definita l’arte ne la Gaia scienza) può “riposarci dal peso di noi stessi” dal peso di quell’ “eterno ritorno” che ossessiona il ciclo dell’esistenza? Qui Nietzsche sembra cogliere l’aura che di lì a poco si respirerà nella stagione delle avanguardie artistiche del primo Novecento, quell’onda lunga che va da jarry a Bretòn passando per Artaud Picasso e gli altri. Ecco; credo di poter dire che si possa portare l’attenzione sul mistero, tutt’altro che sciolto, dell’origine dell’atto creativo, quella zona del concepimento che non è ancora opera compiuta, ma che ne regala, potente, la visione. Materiale di riflessione caro ai dadaisti e ai surrealisti e al loro concetto di “Scrittura automatica”, un concetto ripreso dallo stesso Carmelo Bene allorquando sottolinea più volte: “Io non dico, vengo detto” o, ancora, Luca Ronconi che in un’intervista a Dacia Maraini sottolinea quanto sia rilevante per lui il momento della visione prima, del concepimento, tanto da farne la sua ossessione negli allestimenti che, più che apparire opere compiute, appaiono quasi strati di visioni intermittenti. Mi si concedano le citazioni d’ambito teatrale (tra l’altro figlie del mio lavoro I teatri/libro. Ronconi, Vasilicò, Bene. Esperienze di percezione tra corpi in pagina e corpi in scena, Aracne, Roma 2010) ma, credo, che tanto il teatro quanto l’arte figurativa (penso a Van Gogh e al suo delirio di insoddisfazione tra la visione concepita e l’opera) possano darci, non dico risposte, ma di certo sentieri di indagine sull’Oltre meno ovvi dell’assai consumata strada del tradizionale pensiero filosofico. Del resto anche Emanuele Severino nel suo In viaggio con Leopardi: La partita sul destino dell’uomo coniuga fortemente i temi cari alla ricerca dell’Essere all’atto poetico, alla sensibilità dolorosa e affascinante verso un Infinito inconoscibile. Lo stesso Gramsci, non certo preso da un insospettabile prurito metafisico, ne I quaderni…si chiede perché mai Dante sia Dante e il coetaneo Forese o altri poeti coevi non sfiorino assolutamente la sua unicità. Che forse i poeti, gli artisti “unici” vivono l’illuminazione proveniente da un territorio sconosciuto? Sono queste domande una vera sfida alle soglie di un confine tra il percepito e il percepibile, tra il visibile e l’invisibile, un confine che, sin dai suoi esordi su questo pianeta, l’uomo ha voluto rivestire di sacro nei suoi rituali con la pervicacia davvero misteriosa di voler ripresentare in forme e immagini, in danze e canti, il senso “panico” che questa soglia procura. L’anima senza confini di Eraclito o la divina immanenza bruniana costituiscono l’aura cui gli artisti capaci di farlo accedono all’atto del concepimento? E’ in questa regione che risiedono le Muse di cui parla Platone nello Ione, 55?

Evoca! Evoca!

Sussurrare in punta di notte quel che è stato.

Lo lasci galleggiare un po’ sul cuscino

coccolandolo come farebbe un fiato bambino.

Ed aprire così le porte al sogno d’altrove

perché in punta di notte è nessun dove.

Non ci credi? Lo trovi indecente?

Eppure, sappi,

è far tesoro di quel che è stato nella mente.

Devi credere allo sciamano in te dormiente,

Evoca! Evoca! Il nome e l’istante…

navigherai nel mare/sonno giusto dell’amante.

Hai mai ascoltato il suono…

Hai mai ascoltato il suono

d’un soffio d’argento cristallino?

Lo fa il vento nel notturno flautato,

quasi un lamento in un sonno agitato.

Hai mai ascoltato il suono

di un timpano feroce?

Quasi un cuore esaltato

in un tormento atroce.

Hai mai ascoltato il suono

del mare alla battigia?

Spazzole in carezza sui piatti della luna

E il vento tra le sabbie di una duna?

Umani lamenti per coro e orchestra

che si disperdono, di notte,

tra il silenzio sonoro delle stelle.

Dimmi, tu che leggi…

Quanta tristezza e noia e si fa silenzio.

Dimmi, tu che leggi…

conosci l’allegrezza o mi dai l’assenso?

Io vedo un fare/disfare di macerie senza senso.

Dimmi, tu che leggi…

Ardi di progetti e vedi colori nell’immenso?

Non so sognare più stagioni di fiorite primavere.

Dimmi tu che leggi…

Vivi e pratichi vie d’avventure sincere?

Oh, come vorrei che fosse vena senile

d’una incerta esistenza nel mio cortile.

Dimmi, tu che leggi…

Se abbaio per nulla, dimmelo, sii gentile.