Le stanze dell’amore rubato.

Tiepida è la penombra nel meriggio assolato,

mentre si zebrano i volti nei tagli di luce

i segreti dell’anima si insinuano languidi.

Eccoli i corpi degli amanti strenui in attesa

nella finta notte godono d’amore l’impresa.

Sono i clandestini del colore

questi corpi avidi d’amore

chiedono al sole oscurato altra pace

e si fa silenzio ed il respiro si fa bacio.

Oh le stanze dell’amore rubato!

estraneo è il luogo, intimo il privato…

Ascolti i sussurri che snocciolano il tempo esteso

e si fa sera…

Ma nuovo Sole in penombra presto è atteso.

Quale imago di paradiso-

Fa stille di sangue sulla pelle

questo dannato dolore ribelle.

Resisto, persisto…diafano

sparisco…

Balbetto memoria in faglie di percorsi

per vie, piazze e luci radenti

e ci vedo, ci vedo!!!

Vedo noi illusi e ridenti…

Poi strazia l’assenza

in violenza sullo sprazzo di presenza.

Fantasmi sono gli odori,

fantasmi i giocosi sapori

mentre il viaggio in questo presente parallelo

mi distanzia dal piano di quel che sento vero.

E getto il seme del desiderio nella terra amata

perché cresca in germoglio nel tuo tenero sorriso

questo mi resta,

nell’inferno, quale imago di paradiso.

In purezza gioconda.

Tieni ben chiusa l’intima cerniera

che divide l’anima dal suo fondo

è lì che alligna il ruggito

d’un mostro infido e immondo.

Ego, Id selvaggio

sono suoi tutti i nomi dell’oltraggio.

A volte lo si sente agitarsi

nelle notti di solitudine atroce

e lui s’aggrappa al panico feroce.

Lui si nutre di solitudine infeconda

d’orgoglio putrido da bestia immonda.

Noooo!!!

Io voglio essere d’altri in purezza gioconda

e se cancello l’Ego la pace è profonda.

Notturno lento.

L’ultima nota suona stonata

un’ottava di troppo

e la musica giusta è deviata.

Che strana tastiera è la vita

cerchi armonia

e trovi accordi sbagliati.

Non resta che questo notturno lento

al chiarore lunare

un gioco triste nel tormento.

Oh si potesse azzerare

del pentagramma l’ordito

e ritrovare un suono lungo

in accordo col cosmo infinito.

Tu duorme.

Abbandunato ‘ncoppe a na’ panchina

cu quatte pacche e na’ cammisa fina.

Tu duorme sotto ‘e fronne

comme a ristoro e’ nu dulore antico

Nun saccio si si’ taliano o si’ straniero

ma tu duorme sereno, libero e fiero.

St’umanità bastarda t’ha miso fora

ma tu duorme omme e te piglie ll’ora,

ll’ora e’ nu suonne gentile.

Sotto all’albere e’ stu bosco

e’ foglie te fanno ‘a canzona

proprio comme si fosse aprile.

Una, due tre volte…

Una due tre volte,

o, forse, più…

ho sfiorato la fuga dal tempo.

Dire quando

sarebbe inverecondo

orgasmico morire

ai confini del mondo.

Si fu in due nel tutto

e fu luce nei sensi

quell’in-finire dei piaceri densi.

Una, due tre volte,

o, forse, più…

Ho disgregato

una soglia di immenso,

languido scivolando

in condiviso liquore intenso.

Come un navigante.

Vorrei, ora, entrare

tra le pieghe del tuo sentire

no no non è solo per dire…

è la domanda strenua dell’avvertire.

Nei tuoi silenzi…che pensi?

Al mare canta il tuo sguardo

questo lo so…

è tutto immerso nell’onda?

O v’è qualcosa che trasborda

oltre il confine

dove il colore non ha più fine?

Vorrei darti questi versi, ora

dentro un silenzio denso

come un navigante disperso

tra il tuo immenso…

La sensibilità al dolore.

Sai, pensavo, cos’è la sensibilità al dolore?

Non è rabbia né oscuro rancore

è come…

la linfa dispersa di un albero che muore.

E tu t’affanni a pensare

se era tua cura lenire questo o quella

se un tuo tenero accanto

avrebbe disilluso la radice del pianto.

Dicono sia bellezza e pur anche dannazione

questo sentire ossesso senza soluzione

e perdi forza in struggente malinconia

ma sai che d’esser parte non hai altra via.

Uno schioccar di dita.

Dura, è dura è dura

piegare

il ferro della scrittura.

Mi vien detto

fa schioccar le dita

che ti si apre la porta

di una storia infinita.

Ma cosa significa?

Tu, voce, mi detti

questo gesto fanciullo

ed io non vi vedo altro

che innocente trastullo.

Forse vuoi solo distrarmi

da questa noia schiodarmi.

Ebbene io ci gioco e schiocco

ma l’infinito

non lo sento e non lo tocco.