Le metamorfosi di Maria

Si dice che Maria appena nata profumasse di fiori, un odore di prato intenso che pareva s’avvertisse ancor più ad ogni piccolo vagito e fu così che le fu dato un piccolo soprannome che designasse questo strano prodigio. Questa è la storia di Maria Brezza d’essenza… Cresceva la piccola e la vestivano di colori per dar senso visivo a quel suo dono olfattivo… Man mano che al mondo s’affacciava, la piccola manifestava nuovi prodigi, come se quella sua “Brezza d’essenza” non fosse altro che un segno d’altri miracoli di natura. Dicono, anche, che qualsiasi cosa toccasse reagiva al suo tatto come fosse viva, come se una parte di quella brezza alle cose stesse venisse donata. Ma Maria poco se ne calava, per lei era sorriso innocuo ogni fantasmagoria le accadesse. Conoscere il mondo era per lei farne parte, essere lei stessa il mondo. E s’avvide, così, che poteva mutare in ciò che più l’attraeva. Toccava un fiore, era fiore, toccava una farfalla, era una farfalla. Toccava un frutto, era un frutto…e così, così crebbe fanciulla di mille metamorfosi, instabile bellezza in perenne oscillazione tra forme e sostanze. I maligni dicono che crescendo perderà questo portento. Può accadere solo se si spegne in lei lo stupore d’ogni nuovo sapore, d’ogni nuovo odore, d’ogni nuovo colore. Finché lei saprà d’esser parte del tutto continuerà ad assimilare in sé d’ogni forma virgulto.

La favola dell’ombra.

Ti racconterò la favola dell’ombra che fugge

libera e sfrenata del desiderio che dentro mi rugge.

Attende, sorniona e fugace, il mio sopore

e lei si sgancia verso luccicanti luci d’amore.

E pure quando me ne avvedo…

troppo tardi! La vedo confondersi nell’albedo.

E va! Va!

Oltre il mare, lungo la scia della rifrazione lunare

sino ai palazzi che io ho, immaginifico, in testa…

E tu. Tu che la vedi acquattata dietro la tua finestra

non sobbalzare di bimba paura,

è allegro e lieve questo doppio scarnificato,

accoglila come si fa con cosa di natura,

i suoi atomi sono danza in festa,

lei è libera…

dalla dolorosa ossessione che ho in testa.

Basta chiudere gli occhi 18.

e mentre guardo su verso il Monte Echia…rovine di fondazione, altra memoria mi viene e mi viene carnale…un primo vero bacio…lì, sul monte, di fronte al mare…una deviazione del tempo, una lunga deriva felice…bambino negli occhi e nel cuore…bambino…bambino…

INFANZIE

Piedigrotta! Piedigrotta! Piedigrotta trombe di latta, coppolone selvaggio, scugnizzeria di retaggio. Pepperepepepè… In testa alla banda ondeggio il capo e buffo sbuffo in trombetta…femminucce selvagge mi circondano! “Quanto è bellillo! Quanto è bellillo!” urlano agitando manine furfanti in ogni dove… Qualcuno dice : “Lassatelo stà…lassatelo stà”… ma io non voglio e sto al gioco e le femminucce entrano in banda: saremo ora una ventina in sarbanda. Si fa scuro, è l’ora dei carri…ci arrampichiamo, sfrenati, sul muretto della villa…le femminucce gambe all’aria e noi pisellini fiorenti… un conoscente scatta una foto…nel fermo immagine un eterno moto…occhi neri neri, aria di malizia, nessuna traccia d’ogni futura mestizia…e coriandoli di colore, maschere di meraviglia nella folla che ondeggia in festoso parapiglia…in distanza vedo le figure ridenti di mio padre e di mia madre mentre mi vengono incontro fintamente corrucciate…”Fai lo scugnizzo, stasera…il capobanda…” fa mio padre con un rimprovero che sa d’ali di farfalla…ed io ridendo grido :”Siiiiiii” e do fiato alla trombetta, in un concerto senza fretta…

 

Basta chiudere gli occhi 17

E mi ritrovo, con gli occhi fissi sul capo di donna riverso in mare, l’oscuro profilo di Capri, isola delle gioie futili, è femmina nel mare…Ultimo titano/sirena che ammonisce il vulcano fecondo. Partenope…

L’ultima onda ha trascinato il tuo corpo alla deriva,

sirena morente, dalle tue spoglie nuova linfa sorgiva.

Per amore sei giunta a questa di lava riva,

sospirando,

in canto, l’ultimo battito d’ali mentre lui se ne partiva.

Platamonia sarà la tua dimora, venerata ora per ora

ed intorno ruvide mura,

sul promontorio al mare finché il tempo dura.

Noi ci faremo sacerdoti del tuo pianto

costruendo, nei secoli, melodie di incanto.

Batteremo il ritmo al sapore dell’onda

perché il respiro di deliquio ogni cuore inonda.

Oi mare ma’…al vento la tua voce

un canto, si, lontano porterà… oi mare ma’…

Divina, ibrida creatura, uccello di ritorno

copri e proteggi, col tuo vento alare,

la tua antica città perduta d’amore ogni giorno.

Oi mare ma’…oi mare ma’ mare mare mare ma’.

Ed il mio sguardo oscilla, in lenta, lentissima panoramica, oltre i capelli di Capri/Sirena verso le pendici del monte, oltre gli scogli di Punta delle Campanelle, dove le compagne cantavano ridenti al mare…all’imbrunire tra i bagliori delle prime lampare… e riprendo il cammino…il vagare di non ritorno…perché non ho casa che non sia questo andare… e l’isolotto di Megaride m’appare…ed i suoi fantasmi…ectoplasmi di un’avventura sognata tra Le Stanze del Castello...tra danze e Baccanali e narrazioni…quando mi nasceva, protervo, il sogno di far spettacolo della memoria…e corpi e corpi in danza e in canto tra luci e bagliori…follie d’amori…quando seppi farmi artigiano di sogni lì…in mezzo al mare… e mentre guardo su verso il Monte Echia…rovine di fondazione, altra memoria mi viene e mi viene carnale…un primo vero bacio…lì, sul monte, di fronte al mare.

Come Alatiel

Come Alatiel potresti anche attraversare mille corpi

ma restar pura del tuo candido valore,

come quando t’accovacci, pensando amore,

pensando amore sulla riva del mare,

china di luce adolescente che ancora si chiede dove andare.

Come Alatiel potresti esser stata nudo pasto

ma il tuo di bimba turgore, tutto integro è rimasto.

Ed io ti canto, come t’avessi appena incontrata,

aspra di inquieta bellezza, mia donna amata.

Basta chiudere gli occhi 16

E sul lungomare calmo m’attardo e lo sguardo tende lungo il confine del pendio del monte…viaggi… Scorrono bimbi nel silenzioso fruscio rotante delle biciclette, in svagati atletismi qualche adulto corre…non ne invidio la fatica e m’accendo un’immorale sigaretta con aria di distacco, contaminando salsedine e nicotina nello stordimento del tramonto. Non cerco nulla se non uno stare poco ingombrante, quasi fossi fantasma ospite nel brulicare dell’avveniente sera e m’è caro e conferma il non ricadere su me di alcuno sguardo…Vedo vite, pur’anche quelle dei piccoli pesci che irridono le disperate esche di tardi pescatori sugli scogli, ma, forse conta solo l’attesa ai bordi dello sciacquio delle acque…anche io sono forse pescatore…pescatore senza lenza né canna e la mia esca è solo il richiamo d’altre visioni, nella bolla di silenzio del mio lungomare… Lì, lì giù il profilo di donna riversa dell’antica isola mi rammenta il mito delle acque mortali di Sirene smarrite in inascoltati amori e giunte esauste a morire su queste sponde…e le Platamonie, poco distanti, sono arca magica, antiche tombe…e guardo il castello, Megaride fortezza d’altri miti, d’altre bellezze…e vago, viaggiatore del tempo…basta chiudere gli occhi… e li apro al mare…Venezia…

Venezia I

Mentre arpeggio canzoni d’amore assiso sugli scalini di fronte San Marco, M. , col cappellino, raccoglie fondi con la sua aria furbetta di pietà vestita…s’avvicina e mi sussurra: -abbiamo fatto ventimila!- Ebbene che ne facciamo? Intanto mentre ci si pensa abbordiamo una mostra d’arte contemporanea e ci sediamo nel salone di fronte ad una tela enorme , saranno un otto metri per quattro…ci prende…ha la potenza di un fiammingo: allegorie demoni, figure in dimensioni paradossali…lo dico ad M. Che sorride, ma non mi risponde….mi fa eco, invece, un’altra voce:- Grazie! Cito, si, ma poi vado oltre se guardi bene, i colori vanno in un pastello che espande luce dapertutto, non c’è orrore o monito, ma pace…- Mi giro per assentire…è l’autore Carlo M. …Oh Carletto, amico caro (ma questo dopo…m’è scappato)… Carlo M. Affonda con noi in viaggio pittorico senza fine che prosegue tra le calli e i ponti sino al suo studio alla Giudecca, dove ci invita a restare…bastano due brandine e tutto il tempo che vogliamo…e la mia prima notte alla Giudecca è ad osservare il Canale dalle vetrate fumèè dell’Atelièr di Carlo…e prende a piovere, fitto fitto nel rumore giocoso del tetto a lamiera ondulata…è un viaggiare felice…è un viaggiare felice…

Basta chiudere gli occhi 15

E sul lungomare calmo m’attardo e lo sguardo tende lungo il confine del pendio del monte…viaggi… Scorrono bimbi nel silenzioso fruscio rotante delle biciclette, in svagati atletismi qualche adulto corre…non ne invidio la fatica e m’accendo un’immorale sigaretta con aria di distacco, contaminando salsedine e nicotina nello stordimento del tramonto. Non cerco nulla se non uno stare poco ingombrante, quasi fossi fantasma ospite nel brulicare dell’avveniente sera e m’è caro e conferma il non ricadere su me di alcuno sguardo…Vedo vite, pur’anche quelle dei piccoli pesci che irridono le disperate esche di tardi pescatori sugli scogli, ma, forse conta solo l’attesa ai bordi dello sciacquio delle acque…anche io sono forse pescatore…pescatore senza lenza né canna e la mia esca è solo il richiamo d’altre visioni, nella bolla di silenzio del mio lungomare… Lì, lì giù il profilo di donna riversa dell’antica isola mi rammenta il mito delle acque mortali di Sirene smarrite in inascoltati amori e giunte esauste a morire su queste sponde…e le Platamonie, poco distanti, sono arca magica, antiche tombe…e guardo il castello, Megaride fortezza d’altri miti, d’altre bellezze…e vago, viaggiatore del tempo…basta chiudere gli occhi…

Resia…

E giungevano voci dalla cucina antica

odori e fumi di estenuata allegria,

nel suono sordo della pentola sul fuoco,

richiami al caldo bimbi in danza e in gioco.

E te ed io, pallida cugina dei sensi,

con mani febbrili smontavamo tessere ottagonali

mattonelle cotte dell’enorme salone,

traballanti nei nostri piccoli passi, ignari noi dei mali.

Ed il riso monello ti disegnava del volto il gioiello.

Ti ho rivisto, pallida cugina, di vita appassita,

nel brillio spento di un gioco vissuto a stento…

sapevi già, forse, che la tua ultima fuga di riscatto

ti sarebbe stata di fatale tragico impatto…

Di te ora mi sovviene…

perché forse, di passaggio, so chi ora la mano mi tiene.

Basta chiudere gli occhi 14

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido di immenso: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de prèt al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chantes ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…Oh si che sento rabbrividire la pelle d’assemblea, in cerchio canto del fuoco in ammanto e canto, cantiamo d’allegria fervidi occhi di utopia… mai oui Michèlle Moi je me meur dans tes yeux… m’è dolce la morte nel notturno di spiaggia nel fondo di labbra squillanti sabbia e il vento…il vento, sibilo gentile quasi una melodia di un vecchio vinile. No non si torna al campo di lavoro…non ora…ci sono storie da raccontare lì alle soglie del mare, vite di intreccio tra gli effluvi del libeccio…sono lontane le famiglie ed il mondo è sconvolto: carri armati in Cecoslovacchia…Svoboda, libertà nel suono e nel tuono…oscillazioni di rabbia…Jan Palach….giovinezze espiantate ed il canto si fa dolore e mutano di segno le lacrime d’amore…e la radio gracchia voci dalla fine del mondo…noi spauriti , intorno al fuoco, in tondo.

Basta chiudere gli occhi 13

Naufraghi, noi,

da questa sponda,

li e mi chiamerò

per nome.

Per un’auto/messinscena/biografia.

Noi.

Fantasmi irraggiungibili

della memoria

apparsi

sul finire degli anni ’60

fanciulladulti estremi

borghesi figli

del dolore altrui,

necessitati

dalle gioie apparenti

ad inventarci il nostro…

Mentre scrivo questi versi, non un canto per memoria, ma un esame d’anima ferita, vago…e m’attardo nell’imbrunire del mare…c’è un ché d’antico, di immutabile anche nell’odore dell’aria…m’attrae il silenzio dell’immensa area pedonale…sparute presenze…guardo ad oriente…sotto il vulcano…case..vite…e, tra il beccheggio delle barche, lontananze…e i gabbiani volano in tondo e pescano a picco…chiudo gli occhi…salsedine, mare calmo…

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido planetario: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de pret al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chante ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…