Mnemosyne (un frammento)

Oggi sono al lavoro a revisionare cose…e così ecco un frammento di un mio romanzo che devo consegnare a breve … un passo “visionario che amo e dunque mi va di condividerlo. Il titolo è quello richiamato su…

buona lettura:

Sono qui, sono lì…nel mezzo sospesa…nebulosa vaghezza d’abisso…

   La notte seguita all’esperimento nella sala del CNR non fu una notte tranquilla per Angela. Stefano ed Alberto avevano preteso ed ottenuto d’accompagnarla a casa, ma non permise che venissero su a “vegliarla”, come pure avevano proposto, il caro Stefano con tenera insistenza. Voleva star sola, Angela, le bastava la preziosa e silenziosa presenza della madre. Aveva bisogno di raccogliersi, riflettere, riposare. Aveva, con un vezzo tutto femminile, lasciato inalterata la sua stanza così come l’aveva disegnata da adolescente. Scaffali di libri alternati a ninnoli di varia natura, ciascuno segno di un tempo, di una storia. Amava le bambole, Angela. In particolare aveva un predilezione particolare per una creaturina biscuit che recava sul visino deliziose schiocche rosse sul fondo pallido della porcellana. La teneva costantemente sul comodino da notte, le gambette leggermente divaricate e gli occhi semichiusi della dormienza. Osservare quella creatura di porcellana la rilassava, le conciliava il sonno. Si addormentava così, sorridendo alla bambolina, e anche quella notte, le sorrise. Ma il sonno non venne…

Appunti…

Nel fievole luccichio del dormiveglia, Angela attraversò tunnel di bagliori, oltre la membrana delle palpebre socchiuse. Fin da bambina aveva visto sfumare le cose della sua stanza in un bagno di colori, ma quella notte le oscillazioni cremisi arrivarono in un flusso impetuoso attraversando, oltre gli occhi e la mente, l’intero suo corpo sino a darle una leggerezza sospesa che la fece fluttuare…e vide, Angela, vide le sue mani di bimba che stringevano la creaturina biscuit, vide frammenti del suo tempo di gioia e gioco, del suo tempo d’ardori adolescenti, le spudorate accensioni d’amore, le depressioni, le crisi…le morti, il dolore…vide il padre perduto e la madre dolente e, nella nebbia del tempo fuggente, vide se stessa portata via, oltre le pareti della stanza, ora velari porosi e trasparenti che accoglievano scenari tra monti, radure e mari. Un’apocalisse di fuga e migrazioni senza posa di genti e bestie, lontano…lontano da coste e da città semisommerse sotto la calura accecante di un sole senza veli. E, di volo in volo, si trovò a fluttuare sotto la volta a cuspide del Tempio dell’eterno ritorno. E vide gli Idola, non più nelle nicchie, ma disposti in centinaia di casse metalliche e vide le casse rullare su enormi tapis roulant che scorrevano lenti e continui verso decine di cunicoli alla base del tempio. E avvertì l’impatto della vibrazione sonora e il canto che sapeva d’aver lei stessa un tempo intonato…e ne riconobbe le parole, nei suoni d’una lingua che avvertiva, ora, familiare…

Bevete, creature, alla fonte.

Alla fonte della mia mente,

assorbite la vita in me immanente.

Io mi abbandonerò all’oblio

a voi l’eterno fiume

d’una memoria permanente.

E nell’eco del canto, si sentì, Angela, risucchiata indietro. Veemente fu la spinta nel tunnel del suo volo sino a precipitarla nel vuoto nero di un abisso, in uno col sapore d’oblio di quella nenia vibrante. E giù, giù, tra curve d’universi combacianti, strappi nello spazio/tempo sino a quella se stessa raggomitolata nel letto con, tra le mani, la bambola biscuit.

Memoria d’una apocalisse.

Siamo più di mille tra la battigia e le onde,

mentre il sole tramonta, disco immenso e rovente…

siamo più di mille io e la mia gente…

non c’è scampo alla rovina…

per me e la mia gente la fine s’avvicina.

Officiammo al tempio l’ultimo rito

per affidare al mare il nostro grido…

Ed il grido si fa ora canto di memoria

che affida al tempo la nostra storia…

Fummo, noi, popolo uno e potente,

connessi noi mente per mente

e presto saremo una marea assente.

Ecco eleviamo ora il canto disperato del morente

affidando ai corpi muti del nostri lari

gli ultimi pensieri cari.

Costruimmo città ardite,

guglie e volte infinite

fatte polvere al calore

di questo sole che ora muore…

Lavori in corso (un frammento)

Un oceano denso di magma e mare, sotto un sole espanso in asfissia di calore e…vapori, vapori d’anidride solforosa nella nebbia densa a coprire l’ultima terra malferma… l’ultima isola…l’ultimo canto di Niima, in ginocchio, nude le lunghe cosce, sotto la volta a cuspide del tempio della memoria…facce smunte, pallide a farle coro in un lamento lungo e silente come un sibilo di vento tra le fessure…Niima, la sacerdotessa, le mani tese ad evocare la vibrazione …la subliminale condivisione…

E dalla cupola di cristallo l’eco avvolgente a scendere nelle migliaia di nicchie dove gli idola si illuminavano vibranti nel canto.

Basta chiudere gli occhi 18.

e mentre guardo su verso il Monte Echia…rovine di fondazione, altra memoria mi viene e mi viene carnale…un primo vero bacio…lì, sul monte, di fronte al mare…una deviazione del tempo, una lunga deriva felice…bambino negli occhi e nel cuore…bambino…bambino…

INFANZIE

Piedigrotta! Piedigrotta! Piedigrotta trombe di latta, coppolone selvaggio, scugnizzeria di retaggio. Pepperepepepè… In testa alla banda ondeggio il capo e buffo sbuffo in trombetta…femminucce selvagge mi circondano! “Quanto è bellillo! Quanto è bellillo!” urlano agitando manine furfanti in ogni dove… Qualcuno dice : “Lassatelo stà…lassatelo stà”… ma io non voglio e sto al gioco e le femminucce entrano in banda: saremo ora una ventina in sarbanda. Si fa scuro, è l’ora dei carri…ci arrampichiamo, sfrenati, sul muretto della villa…le femminucce gambe all’aria e noi pisellini fiorenti… un conoscente scatta una foto…nel fermo immagine un eterno moto…occhi neri neri, aria di malizia, nessuna traccia d’ogni futura mestizia…e coriandoli di colore, maschere di meraviglia nella folla che ondeggia in festoso parapiglia…in distanza vedo le figure ridenti di mio padre e di mia madre mentre mi vengono incontro fintamente corrucciate…”Fai lo scugnizzo, stasera…il capobanda…” fa mio padre con un rimprovero che sa d’ali di farfalla…ed io ridendo grido :”Siiiiiii” e do fiato alla trombetta, in un concerto senza fretta…

 

Basta chiudere gli occhi 17

E mi ritrovo, con gli occhi fissi sul capo di donna riverso in mare, l’oscuro profilo di Capri, isola delle gioie futili, è femmina nel mare…Ultimo titano/sirena che ammonisce il vulcano fecondo. Partenope…

L’ultima onda ha trascinato il tuo corpo alla deriva,

sirena morente, dalle tue spoglie nuova linfa sorgiva.

Per amore sei giunta a questa di lava riva,

sospirando,

in canto, l’ultimo battito d’ali mentre lui se ne partiva.

Platamonia sarà la tua dimora, venerata ora per ora

ed intorno ruvide mura,

sul promontorio al mare finché il tempo dura.

Noi ci faremo sacerdoti del tuo pianto

costruendo, nei secoli, melodie di incanto.

Batteremo il ritmo al sapore dell’onda

perché il respiro di deliquio ogni cuore inonda.

Oi mare ma’…al vento la tua voce

un canto, si, lontano porterà… oi mare ma’…

Divina, ibrida creatura, uccello di ritorno

copri e proteggi, col tuo vento alare,

la tua antica città perduta d’amore ogni giorno.

Oi mare ma’…oi mare ma’ mare mare mare ma’.

Ed il mio sguardo oscilla, in lenta, lentissima panoramica, oltre i capelli di Capri/Sirena verso le pendici del monte, oltre gli scogli di Punta delle Campanelle, dove le compagne cantavano ridenti al mare…all’imbrunire tra i bagliori delle prime lampare… e riprendo il cammino…il vagare di non ritorno…perché non ho casa che non sia questo andare… e l’isolotto di Megaride m’appare…ed i suoi fantasmi…ectoplasmi di un’avventura sognata tra Le Stanze del Castello...tra danze e Baccanali e narrazioni…quando mi nasceva, protervo, il sogno di far spettacolo della memoria…e corpi e corpi in danza e in canto tra luci e bagliori…follie d’amori…quando seppi farmi artigiano di sogni lì…in mezzo al mare… e mentre guardo su verso il Monte Echia…rovine di fondazione, altra memoria mi viene e mi viene carnale…un primo vero bacio…lì, sul monte, di fronte al mare.

Basta chiudere gli occhi 15

E sul lungomare calmo m’attardo e lo sguardo tende lungo il confine del pendio del monte…viaggi… Scorrono bimbi nel silenzioso fruscio rotante delle biciclette, in svagati atletismi qualche adulto corre…non ne invidio la fatica e m’accendo un’immorale sigaretta con aria di distacco, contaminando salsedine e nicotina nello stordimento del tramonto. Non cerco nulla se non uno stare poco ingombrante, quasi fossi fantasma ospite nel brulicare dell’avveniente sera e m’è caro e conferma il non ricadere su me di alcuno sguardo…Vedo vite, pur’anche quelle dei piccoli pesci che irridono le disperate esche di tardi pescatori sugli scogli, ma, forse conta solo l’attesa ai bordi dello sciacquio delle acque…anche io sono forse pescatore…pescatore senza lenza né canna e la mia esca è solo il richiamo d’altre visioni, nella bolla di silenzio del mio lungomare… Lì, lì giù il profilo di donna riversa dell’antica isola mi rammenta il mito delle acque mortali di Sirene smarrite in inascoltati amori e giunte esauste a morire su queste sponde…e le Platamonie, poco distanti, sono arca magica, antiche tombe…e guardo il castello, Megaride fortezza d’altri miti, d’altre bellezze…e vago, viaggiatore del tempo…basta chiudere gli occhi…

Sfogliami…

Sfogliami il libro che amiamo

quel libro che sa di stampa fresca

fallo tenera, con pallida mano.

La mia vita con…suonava titolo arcano:

pagine dense d’incubo e grazia

come solo sa essere tessuto di vita sazia.

Sfoglialo, sfogliami oltre la soglia

e se le pagine ribelli volano via

d’altri libri apriranno la scia:

che ogni opera non si traccia invano,

tieni, raccogli il volume nel cavo della tua mano.

Basta chiudere gli occhi 14

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido di immenso: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de prèt al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chantes ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…Oh si che sento rabbrividire la pelle d’assemblea, in cerchio canto del fuoco in ammanto e canto, cantiamo d’allegria fervidi occhi di utopia… mai oui Michèlle Moi je me meur dans tes yeux… m’è dolce la morte nel notturno di spiaggia nel fondo di labbra squillanti sabbia e il vento…il vento, sibilo gentile quasi una melodia di un vecchio vinile. No non si torna al campo di lavoro…non ora…ci sono storie da raccontare lì alle soglie del mare, vite di intreccio tra gli effluvi del libeccio…sono lontane le famiglie ed il mondo è sconvolto: carri armati in Cecoslovacchia…Svoboda, libertà nel suono e nel tuono…oscillazioni di rabbia…Jan Palach….giovinezze espiantate ed il canto si fa dolore e mutano di segno le lacrime d’amore…e la radio gracchia voci dalla fine del mondo…noi spauriti , intorno al fuoco, in tondo.

Basta chiudere gli occhi 13

Naufraghi, noi,

da questa sponda,

li e mi chiamerò

per nome.

Per un’auto/messinscena/biografia.

Noi.

Fantasmi irraggiungibili

della memoria

apparsi

sul finire degli anni ’60

fanciulladulti estremi

borghesi figli

del dolore altrui,

necessitati

dalle gioie apparenti

ad inventarci il nostro…

Mentre scrivo questi versi, non un canto per memoria, ma un esame d’anima ferita, vago…e m’attardo nell’imbrunire del mare…c’è un ché d’antico, di immutabile anche nell’odore dell’aria…m’attrae il silenzio dell’immensa area pedonale…sparute presenze…guardo ad oriente…sotto il vulcano…case..vite…e, tra il beccheggio delle barche, lontananze…e i gabbiani volano in tondo e pescano a picco…chiudo gli occhi…salsedine, mare calmo…

Arcachòn

Selvagge le onde immense succhiano la battigia…brivido planetario: è la prima volta che vedo l’Atlantico…era stata fatica cara il campo di lavoro lì nella Gironde, tra Bordeaux e dintorni…siamo scesi giù da Parigi dal maggio caldo di Saint Germain de pret al luglio furente delle onde di Arcachòn…sorrido nel coro a bocca chiusa dell’Internazionale regalato all’oceano e ai suoi sbuffi violenti ed il volto acceso di Marianne …elle chante ed io schitarro…bagliori… oltre le barricate e le durezze di De Gaulle…ora cantiamo al mare la nostra pace…