Non svenderò più…

Non svenderò più la mia anima per un gioco sbiadito

gronda di troppo sangue vero, mio e d’altrui,

per esser sfiancata da false seduzioni ardite.

L’amore non si fa nella vacanza di un’ossessa acchiappanza,

epistolario di frottole melense, tra uno sbadiglio e un dire smarrito.

L’amore è un vissuto di carne e speranza

d’ogni minima via concreta esperienza…

Solo di quello io non so fare senza…

Il resto è balorda danza sul palco del niente

un dire che riempie il vuoto di un dolore che mente.

Chiunque tu sia, amica d’etere vagante,

di ben altri battiti pulsa il mio cuore amante.

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Un giorno…per puro caso…

Potrei un giorno,

per puro gioioso caso incontrarti.

Ti direi: “Buon giorno,

mi pare di conoscerla!”

Oh potrai sorprenderti o sorriderne, non so,

Se di tanto saremo mutati,

potresti persino rispondermi:

“Signore, vi sbagliate”.

Ed io: “Può darsi…è che nel vederla

ho dato volto a un’emozione”

E tu: “Il passato fa brutti scherzi,

si insinua nel presente

ed è con lo stato delle cose attuali irriverente”.

“Vero”, direi, “ma non fa niente,

son quello che sono, ora, qui presente”

“Che senso ha, se non abbiamo da dirci niente?”

Così tu diresti, con un sorriso amaro,

forse con un piccolo rimorso baro

e andresti via con un “ciao” per altra via.

Ed io che so che fosti mia

seguirei, con lo sguardo, la tua cara postura

memore di quando mi fu compagna quell’andatura.

E tu racconta…

Raccontami una favola,

prima dello spuntare del sole

e fallo mentre mangi le belle more.

Ah, quel bel frutto succoso

succoso di rosso ti farà la bocca

si’ da incantarmi al tuo muover di labbra,

prima che di rosso si tinga l’alba.

Io mangerò del buon pane caldo,

caldo di vino grezzo e asciutto

che mi sopisca la veglia verso la porta del sogno.

E tu racconta…

Racconta di metamorfosi amorose

di magiche e pinte pietre preziose,

di incredibili pulci ammaestrate

e di dorate cerve nel bosco fatate.

Ed il sogno sorgerà col sole d’oriente,

più vero del vero

ed io, tranquilla, non ti chiederò più niente.

Un nuovo rosso.

Desolata è la terra sotto sciami di cavallette,

faccendieri del nulla, cimici da barzellette.

Stupratori del lavoro, sanguisughe senza decoro

dissanguano ogni linfa vitale, e allestiscono vitelli d’oro.

Maledetta genia d’accumulo inverecondo,

miseri d’animo e di crapula fecondi.

Che l’oro in merda vi si muti tra le mani,

ladri nauseabondi d’ogni piccolo domani.

Ma vi dico, vi spazzerà via questo fiume di vita,

ogni stilla di sangue da voi succhiata

si riverserà gioconda in nuove mani e dita

che dipingeranno di nuovo rosso quest’aurora sfinita.

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.