Un nuovo rosso.

Desolata è la terra sotto sciami di cavallette,

faccendieri del nulla, cimici da barzellette.

Stupratori del lavoro, sanguisughe senza decoro

dissanguano ogni linfa vitale, e allestiscono vitelli d’oro.

Maledetta genia d’accumulo inverecondo,

miseri d’animo e di crapula fecondi.

Che l’oro in merda vi si muti tra le mani,

ladri nauseabondi d’ogni piccolo domani.

Ma vi dico, vi spazzerà via questo fiume di vita,

ogni stilla di sangue da voi succhiata

si riverserà gioconda in nuove mani e dita

che dipingeranno di nuovo rosso quest’aurora sfinita.

Annunci

Io sono il vento.

Vorrei dire d’essere vento,

in aria di respiro tra terra e mare

e trasportare tra correnti nuvole celesti

e disegnare nel cielo…

tracce di un alfabeto di disgelo.

Potrei essere fiato d’amore

nei mille e mille semi che distribuirei contento

annunciando orgoglioso: io sono il vento.

Vagheggiando “Il settimo sigillo”.

A volte parlo della Morte, del Cavaliere e del Giullare

e lo faccio distillando latte e miele, un sapore da amare.

Dagli occhi vitrei d’assenza balugina il nulla dell’innocenza,

mentre altri occhi bambini vedono sorrisi di un’alba senza temenza.

E la Morte attende sorniona lo squillare delle trombe del giudizio

e si prepara a danzare lungo il declivio, recando anime verso il precipizio,

ma il sapore delle fragole altre vite attende,

perché, del giullare, lo stupore non si arrende.

Oh maestro di magiche lanterne

di umana pietà dai vita a vicende alterne

e ci dici che l’uomo, nomade, nel tempo e nello spazio,

ai bordi del nulla, d’assaggiare natura e vita mai è sazio.

Lo spazio terzo.

Vuoi venire con me nello spazio di mezzo?

Quello che designa l’aurora o il vago tramonto,

quello che ci è accanto in penombra,

lo spazio in cui lo sguardo si distoglie

e gli interstizi d’altri mondi coglie.

Vuoi venire con me in questo spazio terzo?

Non è Io, non è mondo…

è l’uno e l’altro ma è tanto diverso.

Vi si accumulano incubi e pensieri belli,

se vieni con me sapremo scegliere solo quelli.

VOCI (Dal mare alle sponde)

VOCE 1:

Dall’australe al Boreale

ho visto mutare la volta stellare,

oltre l’equatore verso il deserto

ho sognato…

sponde di un nuovo mare aperto.

VOCE 2:

Dal Sole nascente al Sole morente

ho sognato

il dorato brillio del tramonto d’occidente.

VOCI:

Oh del mare noi dispersa gente

vuotiamo le sacche e dei viveri niente.

A piedi nudi in questo nuovo inferno umano

assaggiamo

il ghigno sghembo d’ogni sguardo urbano.

Eppure nel cristallino asciugato dal vento

chi vuole può leggere la storia del nostro avvento.

Da una madre terra d’arsura prosciugata,

da detonazioni d’ombra devastata,

diveniamo anima espulsa d’ogni civiltà derubata.

VOCE 3:

Io ho lasciato il mio corpo alla deriva

ed ora assaggia il mare il mio puzzo di stiva

galleggio, poi sprofondo gonfio

ma dall’abisso non s’ode il tonfo.

VOCI:

Oh antenati naviganti e migranti

smuovete

dalle tombe l’ossa di salsedine grondanti

risuonate d’orchestra le vostre carcasse

si’ che il mare ne rimbombi deviando l’asse

deviando l’asse di questa terra malvagia

inospitale madre di noi gente randagia.

Nu cantuccio d’ammore.

Piensace ‘ncoppe a n’isola deserta

n’isola miezo ‘o mare luntano luntano,

comme si narravuoglie

n’arravuoglie de tempesta nce avesse purtato.

E nuje nce costruimme llà nu cantuccio d’ammore.

Pe’ cuperta ce tenimme e’ stelle affatate

mentre ‘a musica c’a riala ‘o mare in sinfonia.

E nuje nce scurdamme ‘o mmale e ‘a pucundria

cantanne “quante è bello campà accussì, mamma mia”!

Si tenimmece st’isola comme a sogno di naviganti sperduti,

na’ tempesta e’ Prospero  ca nce fa l’incanto

e nuje, mane dinto a mano, nce scurdamme ‘o chianto.