Lettera in versi a un pensiero suicida.

Non puoi e non devi pensare alla morte

sconosciuta creatura…

Me lo dice il Sole che bagna la radura.

Anche l’albero offeso dal vento e dalla scure

regala, cadendo,

i suoi semi a nuovi verdi creature…

Ogni vita è nel ciclo dell’ineffabile eterno

e chiama primavera dopo ogni inverno.

Figlio della greve e del cielo stellato.

Sai perché t’osservo, volta celeste?

So che mi sei culla

e mi prende la nostalgia del ritorno.

Fui un tempo spora nel cosmo

e vagavo senza meta,

un’infinitesima particella inquieta.

Scintilla era la vita

e di conoscenza infinita…

In meteora caddi e feci copula col pianeta.

Eccomi ora

figlio della greve e del cielo stellato

e quando scadrà il tempo che mi è dato

tornerò a pulsare

nel profondo di luce da cui son nato.

Una sfida gioiosa.

E tu ci provi sorella ad accostarti ancora,

ma di te rido beffardo e t’affronto ora per ora.

E poi che vuoi più sottrarmi?

E’ da un bel tempo che t’ho fottuto

con la ricchezza pregna del mio vissuto.

Sai cosa attendo con sfida gioiosa?

Che sia vera quell’antica cosa

che nell’istante trasfigurato del trapasso

si manifesta di tua vita ogni passo.

Eccolo il sorriso dell’infanzia monella

ed i mille giochi

a rimpiattino con questa e con quella.

E i sogni di natali prodigiosi

di colori e luci sempre vividi e briosi.

E gli studi d’avventura premurosi

viaggi tra mondi e atlanti polverosi.

Ecco avvenire il sogno d’utopia condivisa

nel capovolto gioco di giovanezza intrisa.

E via via gli sbagli nelle carezze ora in disuso

ne nacquero figli,

altri ne caddero per troppo abuso…

Oh, signora sorella!

Rivedrò le visioni dove ti chiamai compagna d’arte

sino a farti attraversare d’altre anime la sorte.

Ah, quanto è duro e balordo chiamarti morte.

E…

se regalo m’è offerto quale pegno d’uscita,

vorrò rivivere ogni frammento

di quell’amore c’ora e sempre io rammento.

 

Metafore( la ruota e la chiglia)

Gira e rigira sta vita comme na’ rota

e tu si’ carro ca vaje zumpanne

in tra lli pietre rocciose…

e ‘ncuoppe ‘o carre nun puorte lli rose

ma sulo nu carico e’ spine dolorose.

Ma dich’io: nun putesse essere

comme ‘a chiglia e’ na’ nave?

Va essa e sciulea ‘ncoppe all’abisso

e pure si nce sta ‘a tempesta

va ballanne ‘ncoppe a l’onne

e si pure nun sia maje se sprufonna

tu ca si’ tolda sulo na vota vaje a funno

e saluti e dice: Accussì va lu munno.

 

Era l’acqua del mare.

Era l’acqua del mare o il sapore del pane

ma di bellezza luminosa squillava il litorale.

ombre in capanna o cespugli di canne

oh, all’amore erano affilate le nostre zanne.

In quella terra di confine dell’antico regno

si compiva il miracolo d’ogni carezza messa a segno.

Oggi il mio cuore ha attraversato quel tratto di mare

e il battito d’onda m’ammaliava e faceva male.

Perché memoria, cara, si insinua bastarda

ed i nostri corpi m’assalgono in questa età tarda.

Nel mio giardino.

Selvatiche, nascono fragole nel mio giardino.

Sono rosse, succose fragranti e mi fanno l’inchino.

Nel ripulire le erbacce mi dissero: “fermati!

Non vedi che ci siamo noi, qui, vicino?”

Oh deliziosi e imprevisti frutti di primavera novella,

prepotenza di dolcezza in un meriggio d’amarezza,

v’accolgo come un presagio nei mie occhi di bambino,

un gusto di vita semplice,

un tratto di stupore, nel mio giardino.

 

Un soffio in sincronia.

Mi innervo in sostanza in fluido vento caldo

soffio, di vita in vita, aria di dolore e gioia sfinita.

ah il mio cuore chiede un soffio in sincronia

un incrocio di venti che sfidi le correnti

e andare, su o giù, in vertigine d’abisso,

in calore di danza tra la terra e il cielo fisso.

Oh. lo assaporai questo connubio d’arie turbolenti

e lo chiamai amore degli anni redenti.

Bellezza in abisso.

E sospiro pensando bellezza…

Oh, certo, non sgombro ogni cupo pensiero,

ma vivo immerso, in altra luce, fiero.

Mie care millenarie visioni arcane

s’io v’avverto le angosce mi si fanno vane.

E ti vedo…traslucida grotta sul mare

mistero e gola d’azzurro immenso

dove il profondo è silenzio denso…

E d’Afrodite statua carezzata d’alga verde,

inno d’amore che lancia un’eco che si sperde,

mentre natura accoglie il miracolo di nostra esistenza,

manufatti d’ingenua e potente resilienza.

Fottiamoci (e riflettiamo)

Oh poveri noi cristi

chiusi in casa oscuri e tristi.

Ma fottiamoci tra le quattro mura

e piangiamo per chi davvero è dura.

Oh, lo vidi il mondo coi miei occhi

scie di morte e fame

d’ogni vespero ai rintocchi…

Noi che salviamo la crapula al mercato

ignoriamo chi il pasto salta da che è nato.

“ohhh, rivoglio i miei giardini”

sguazzano piedini nudi in fangosi acquitrini.

“Ohhh, voglio andare al mare!”

Fa attenzione…

a non sfiorare di un cadavere il galleggiare.

Oh se si intendesse

siamo tutti chiusi in questa stanza di mondo

chi muore e chi vive

del pianeta nell’eterno girotondo.

Non di virus puzza questa sfera impazzita,

ma della fetida pigrizia d’una umanità svampita.

“Oh, restate a casa!”

dice il rockettaro coglione…

Eco gli fa l’attrice col labbrone…

Questa è scostumata invadenza…

Almeno tra baracche e favelas

di voi non sanno e possono far senza.