L’ultima parola.

L’ultima parola della notte

è…

no, solo un suono indistinto,

un sordo ronzio fragoroso,

un respiro lento e affannoso,

un pensiero che svanisce e ritorna

una nebbia che la mia veglia adorna.

Non ha altro viaggio il mio dire,

morire…forse dormire…

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Fuoco silente.

Muto è il fuoco che non brucia

arde silente e non decade cenere.

M’è sostanza d’ansia e sospiro

e mi consuma mentre respiro.

Non so chiamarla anima, forse memoria,

ma è fiamma che non scalda

in mille lapilli di bagliore

lingue ignee di illusione d’amore.

Muto è il fuoco che non brucia,

ma che vivo mi tiene

finché di fiamma più potente

nuova traccia avviene.

Io la chiamo l’attesa.

Se mi chiedi la natura del mio tempo

ti risponderò ch’io la chiamo l’attesa.

Il mio spirito libero, con l’anima tesa,

d’ogni svolta attento, non molla la presa.

Come un lupo alla deriva nell’inverno di fame,

vago e annuso sottovento della vita l’odore.

No, non posso attendere primavera

devo sfamarmi prima che giunga la mia sera.

Non è più mia.

Questo scrivere mi consuma e mi nutre,

quasi fosse un’energia che m’attraversa

e non resta, non resta no che altrove fugge

come acqua che dimentica la sorgente

e corre al mare desiderosa di fondersi in abisso.

Questo scrivere mi dissangua e mi irrora di passione.

Quasi svengo eppur potente mi ergo

in una oscillazione di arcana energia

e mentre scrivo piccola poesia

questa m’avvolge, ma già non è più mia.

Un giorno…per puro caso…

Potrei un giorno,

per puro gioioso caso incontrarti.

Ti direi: “Buon giorno,

mi pare di conoscerla!”

Oh potrai sorprenderti o sorriderne, non so,

Se di tanto saremo mutati,

potresti persino rispondermi:

“Signore, vi sbagliate”.

Ed io: “Può darsi…è che nel vederla

ho dato volto a un’emozione”

E tu: “Il passato fa brutti scherzi,

si insinua nel presente

ed è con lo stato delle cose attuali irriverente”.

“Vero”, direi, “ma non fa niente,

son quello che sono, ora, qui presente”

“Che senso ha, se non abbiamo da dirci niente?”

Così tu diresti, con un sorriso amaro,

forse con un piccolo rimorso baro

e andresti via con un “ciao” per altra via.

Ed io che so che fosti mia

seguirei, con lo sguardo, la tua cara postura

memore di quando mi fu compagna quell’andatura.

Non sa di niente.

Vorrei poterti dire che sto bene,

che il tempo è mio

e che lo uso come conviene…

Vorrei narrarti della gioia che provo

ogni qual volta il mio passo rinnovo.

Vorrei…

Ma mentire in versi è cosa buffa

il vero mi segna e con la parola s’azzuffa.

Ed il vero sa di greve malia

sa di una vita che non sento mia

ed anche il tempo di queste righe sa di furto

esposto com’è della pazzia all’onda d’urto.

Perciò ti dico: tu che leggi, sappi goderne

che è cosa rara

possedere il tempo e il respiro averne.

Godere, ad esempio, dell’orizzonte

finché il sole non si spegne tra il mare e il monte

o inseguire un suono o un ritmo battente

e carpirne l’origine con fare suadente.

Io non posso che affidarmi

all’interstizio di un puro accidente

e pure quando accade,

ti assicuro, non sa di niente.