Del mutare delle forme.

Non cattura più la luce questo mio dolore.

è smarrito e silente nel buio del disamore.

Forse non vede e non è visto

e si scolora esangue il viso tristo.

Oh, pianto non è e non è urlo,

è zona di mezzo e scivola via

sordo ai rumori, ai nudi bagliori

è dolore d’assenza del nulla è l’essenza.

Credo che del mutare delle forme sia allegoria

di quando il bozzolo inespresso

d’essere farfalla ha smarrito la via.

Ombre lievi.

E m’è caro questo planare d’ombre lievi.

Quale piuma vagante che cattura

cattura di minima allerta il mio sguardo,

così accolgo, in sorpresa, altri tremori.

Oh si, anime esposte al vento solare,

o al notturno libeccio di un continuo andare,

siamo noi membrane d’ossa e carni vaganti.

Fragili e danzanti,

pur sempre pensanti e amanti.

Sta faccia mia…

S’arrossa p”o scuorno

sta faccia mia

se se guarda attuorno,

pecché d’a vita ha jettato ‘o juorno.

E mo’…

mo’ se chiagne na’ notte senz’ammore

‘mpisa ‘mpietto a n’antico dulore.

Abbassa ll’uocchie

sta criatura sperduta

cantanne ll’aria d’a gioia sprecata

e pure quanne prova lu pizzo a riso

na’ smorfia arrogna ‘a piega e’ stu viso..

 

L’ultimo sorriso.

Non c’è pace.

Non c’è pace nel mondo in deriva

non c’è pace nella mia vita corriva.

Il mondo brucia.

Il mondo brucia di carni straziate

e il mio orto d’anima è incolto e graffiato.

Monna follia, lucida, progetta la fine

e il mio respiro corto ne avverte il confine.

Spazzato è in questo infimo bordello

il sogno e l’utopia di un tempo bello.

Tu che mi leggi regalami l’ultimo sorriso

Il segno estremo d’una piega gentile sul tuo viso.

La porta dei cattivi pensieri.

Vorrei mutare nella tomba del silenzio

ogni parola sbagliata,

ogni disagio che devianza dal vero comporta.

Vorrei rimanesse chiusa quella porta,

la porta dei cattivi pensieri

quella che se s’apre fa male, oggi come ieri.

Che se dell’amore resta solo antica sudditanza

meglio lasciare che vaghi,

tra i ricordi, nel chiuso di una stanza.

Io e te…

Io e te…

succulento il tempo della premitura di vita.

Io e te…

premura, frescura di corpi in calura…

Io e te…

per viaggi randagi in ore scandite a ritroso

Io e te…

perversi, diversi, giocosi dispersi…

Io e te…

bambini ridenti su calde spiagge splendenti.

Io e te…

ombre carnali attratte in umbratili anfratti.

Io e te…

unici nel percepire il non andare di un eterno presente.

Io e te…

derubati dello stare, riversi nell’andare di un inutile scorrere.

Io e te…

per sempre bagnati nella luce di un accanto che sa di sempre.

Quell accanto che suona nell altrove le note dolci del nostro dove.

Io e te…

La spiaggia delle Monachelle.

Tra quelle antiche mura,

in riva al mare…

sapore di vite amare…

Era lì l’ostello dei bimbi dispersi

a ridosso

la spiaggia delle Monachelle…

S’odono ancora risa tristi e belle

tra i rovi e l’onde sotto le stelle.

Un cane zoppo nero e vivace

detta il ritmo di quella pace…

mentre incontro mi sorride

un africano gentile che lì non stride.

“Qui dormiamo al riparo d’antiche mura

ed intorno con amore c’è chi ci cura”.

Ciro l’anarchico,

nel rosso bagliore, dove batte il mare,

a te dedico il canto, al tuo “Comitato popolare”,

che, tra musica e canti, fonda la gioia del dare.