Postura d’abbandono.

Reclinato è il capo, lieve

è la postura d’abbandono.

Accogli, tu che leggi,

il suono di quel poco che sono.

Frammenti sparsi di mia vita,

raccolti negli occhi e tra le dita.

Batto i tasti di un gioco superstite

come un musicare lontano,

canta con me e tieni,

intrecciata, la mia stanca mano.

Comme fosse n’aliante.

Quann’è stanotte, viene zittu zittu,

sosciame dinto ‘a recchia

nu sibilo amante,

accussì me suonne ca volo ‘nzino a te

comme fosse n’aliante.

Quann’è stanotte

famme sentì ca nun si’ distante,

fatte penziero, comme nu vase ardente

e ‘o cuorpe mio…

accussì se ne va appriesso a la mente.

 

Potrei…

Potrei cominciare dal dolore,

da quest’anima imbelle

che ha conosciuto l’amore.

Potrei slittare parole

su questi anni senza senso

vissuti in prigione col mio consenso.

Potrei infiorire questa noia infinita

quella che scandisce le ore d’una vita sfinita.

Potrei denudarmi ed urlare al promontorio

quale lupo affamato triste e solitario…

Potrei…potrei…potrei…

ma lascio andare le dita

nella musica del silenzio,

non è urlo, non è brivido d’assenzio.

Misuro il tempo nella scansione del verso

particella impazzita d’un pallido universo.

Sogno notti d’antico furore.

Vorrei sentir cantare la natura.

Affidare al mare e al  vento

versi dolci e suoni di sgomento.

Vorrei popolare di fantasmi

boschi e deserte reggie

a ché vibrino

di fuoco puro scintille e schegge.

Chiamerò ignari sciamani

ad invocare spiriti per un nuovo domani

e dirigerò quest’orchestra impudente

a chiedere perdono

a Natura per lo scempio indecente.

Ai bordi di un suono.

Voglio vivere ai bordi di un suono.

Impulso diapason di una stella,

veleggiare assorto nella luce di quella.

Voglio vibrare in uno con la corda

in un fremito d’ali che con lei s’accorda.

Voglio superare la percezione del colore

dove nasce la luce bianca che mai non muore.

Voglio smarrire del mio io la consistenza

voglio confondermi…

con la nebulosa della prima esistenza.

Qui c’è suono, ascolta.

Oh bastasse il mio pensiero di cura,

del tuo star bene la costante premura.

Ma è un pensiero che si misura in distanza

ogni secondo si fa secolo nella mia stanza.

E mi sovviene la colpa d’ogni mio inciampo

l’irresoluta , vischiosa natura del mio stampo.

Non mi resta che nascondere, qui, il suono

il suono caldo cui, nel dirti, m’abbandono.

E sperare, laica e voluttuosa preghiera,

che a te giunga il vibrato mio respiro,stasera.

Suona un sax.

Nel deserto all’imbrunire

nel taglio di luce radente

suona un sax di velluto suadente.

Suona quasi carezza di mare

onda che dal silenzio appare.

Oh, note di calore struggente

date voce nell’aria pura e dolente

ad ogni pensiero d’amore latente.

Ecco un grido d’anima ruggente,

risponde flebile un canto morente.

Di colpo pausa…

poi violenta riparte l’onda battente

eco d’aura nella città silente.